A cura di Enrico Davanzo
Ivan Antić (1981), autore di prosa e poesia, è tra gli esponenti più significativi della letteratura serba contemporanea. Dal 2009 al 2012 è stato redattore della rivista “Znak”, e dal 2021 vive a Lubiana. È inoltre attivo come traduttore di saggistica e letteratura dallo sloveno al serbo, e nel 2021 è stato insignito del premio Miloš N. Đurić per la miglior traduzione letteraria in lingua serba. I suoi racconti, tradotti in inglese, tedesco, polacco, albanese e sloveno, sono stati inclusi in svariate antologie. I suoi componimenti poetici sono apparsi su influenti riviste come “Eckermann”, “Beton”, “Parkdejl”, “Kvartal”, “Gradina”, “Literatura”. Ha inoltre curato, assieme all’autore serbo Slavoljub Marković, l’antologia generazionale Plejlist s početka veka (“Playlist di inizio secolo”, 2011), dedicata ad autrici e autori nati dopo il 1975. La sua produzione, caratterizzata da uno sperimentalismo molteplice e plurivoco, esprime la ricerca di un’apparente stabilità attraverso inedite combinazioni di significati, immagini e suoni.
Tra le sue opere in prosa si menzionano le raccolte di racconti Tonus (2009, pubblicata nella collana Prva knjiga con cui la Matica sprska, principale istituzione culturale serba, sostiene l’esordio dei giovani autori) e Membrane, membrane (2016) da cui è tratto il presente racconto, e O tempora, o mores! (2023).
L’originale del racconto tradotto si trova in: Ivan Antić, Membrane, membrane, Kulturni Centar Novog Sada, Novi Sad, 2016, p. 122.
Questo è il suo primo racconto tradotto in italiano. La traduzione e la pubblicazione sono state autorizzate dall’autore.
“A me piace assai perché talvolta mi fa vibrare la pelle del ventre quasi come nel singhiozzo.”
Thomas Mann[1]
I
Un’irregolarità nel muro, quella rientranza insignificante, mi riportò a uno stato di naturalezza in cui non mi trovavo da giorni. Dopo essere passato accanto a una casa giallastra – aveva l’intonaco un po’ sgretolato – ricordo bene: mi sentii sollevato. La casa era vecchia, e questo poteva essere un motivo sufficiente. Tuttavia, se si considera che in quella parte della città facevano caso a roba del genere, quella fatiscenza, esposta all’occhio di chiunque, perfino dell’osservatore più insignificante, era comunque sorprendente. Ma a me piaceva. In quel momento qualcosa dentro di me scoppiò. Qualcosa che se ne stava lì da un po’ di tempo. Perciò non mi stupii neppure (l’indomani, prima di colazione, alzandomi sulle punte per prendere le tazze per il tè dalla mensola più alta) quando reagii in maniera completamente diversa a una delle coincidenze e congruenze che in quel breve ma intenso periodo mi irritavano. Infatti, mentre scostavo i calici per il vino, che rappresentavano un ostacolo, li feci involontariamente sfiorare, e ciò produsse il noto e grazioso suono. Qualche secondo prima, le campane si erano messe a suonare il mattutino poco lontano. Il suono dei bicchieri – questo l’avrebbe potuto notare chiunque – non era sproporzionato al loro tono. Del resto, è già da qualche anno che vivo in questo appartamento, a poca distanza dalla clinica. L’edificio, assieme all’ampio cortile che mi ritrovo a fissare ogni giorno, è interamente circondato dalla clinica. Alle mie spalle, dalla parte del muro senza finestre, sono ricoverati malati diversi per età, sesso, estrazione sociale e condizione economica: alcuni solo preoccupati, altri del tutto impotenti. Così spesso neppure mi rendo conto di udire le sirene; perché ormai sono diventato indifferente fino a questo punto; e allora ci faccio caso soltanto quando non serve.
Quella sera mi sentivo insonnolito, ma non così tanto da non potermi decidere a uscire e mischiarmi alla folla, come qualche anno prima. Allora non riuscivo a buttarmi così. Mi abbandonavo alla stanchezza in modo abissale, e ne ero sempre più bloccato. Il torpore mi attirava, gli arti mi s’infiacchivano, galleggiavo direttamente nel sonno. Adesso invece ero addirittura sorpreso dalla facilità con cui ero scivolato nella decisione di uscire. (Non mi stupirei se si dovesse ripetere!) Come se contasse molto la sensazione che là fuori non mi sarei sentito – come al solito – particolarmente fuori posto. Anzi, in maniera del tutto insolita, avevo l’impressione che mi sarei potuto sentire altrettanto a mio agio. Quel presentimento doveva avermi affascinato parecchio, somigliava a un docile, soave desiderio di mettermi alla prova, e così alla fine uscii sul serio.
Per farla breve, prima era completamente diverso, quando, trovandomi in mezzo alla gente, dovevo comunque riuscire a lasciarmi tutto alle spalle. Ma adesso quel tutto era sparito, come se mi fosse diventato indifferente, come se di colpo non m’importasse più nulla della pelle che mi ero lasciato cadere di dosso e potessi muovermi liberamente tra la folla, come gli altri, senza temere che qualcosa mi obbligasse a voltarmi, per poi ferirmi.
Al concerto, qualche fila davanti alla mia, sedeva un signore anziano con una giacca che, per quanto fosse ben tenuta e poco consumata, era di foggia antiquata. A differenza di tutti gli altri nell’auditorium, si muoveva con tutto il suo corpo, si stirava, si torceva; lo interpretai subito come una particolare forma di sensibilità al fascino della musica, e tra me e me ne restai quietamente ammirato. Certo, mi sfiorò il pensiero che i movimenti del suo corpo e della sua testa, quegli spasmi multiformi, simili a quelli delle foglie sugli alberi, sarebbero potuti apparire agli altri come minimo stravaganti. Però il modo in cui era vestito e l’ordinata pettinatura dei suoi capelli grigi trasmettevano un’impressione completamente opposta: e cioè che davanti a me c’era un uomo perbene, distinto, l’esatto contrario di qualcuno che per tutta la vita si era abbandonato alle prime impressioni, provocando scandali, sceneggiate e roba simile. Il suo aspetto distinto, che si poteva notare anche standogli alle spalle, mitigava quindi l’effetto creato dal suo modo insolito di ascoltare la musica, quel prendervi parte in maniera particolare, col suo corpo. Ebbi l’impressione che quello doveva essere stato uno degli amici e colleghi del compositore recentemente scomparso, che quella sera veniva commemorato con l’esecuzione delle sue opere. Qualcuno che aveva passato tutta la vita a strettissimo contatto con quella musica, molto probabilmente creandola a sua volta. Com’è possibile che vengano i capelli grigi anche ai grandi sperimentatori? ci si sarebbe potuti chiedere (forse a ragione).
Per me era fondamentale pensare che le cose fossero cambiate alla radice. E cioè che oggi, all’inizio del nuovo millennio, qualcuno percepisse quei brani di musica atonale come un dolcissimo cinguettio di uccelli, come una melodiosità nella quale si trovava il segreto di ogni ottimismo e vitalismo. Perché i suoi movimenti erano proprio così. Rispecchiavano lo slancio di un’anima che godeva delle più sacre bellezze della musica. Un’anima che, senza indietreggiare neppure per un attimo, seguiva attentamente tutte le onde, restando teneramente attaccata all’istante musicale in sé, il quale aspirava con noi al futuro, a quell’apparente nuovo presente. Ma com’era possibile che ciò che riguardava l’ansia e l’angoscia della prima metà del ventesimo secolo, oggi, più o meno cent’anni dopo, rappresentasse per quel vecchio la melodiosità suprema? Che gli spasimi e i sussulti di quell’atonalità demoniaca ora fossero delle arie paradisiache per uno che tra poco avrebbe lasciato questo mondo?
A pervadermi fu soprattutto l’impressione che la storicità dell’arte non si limitasse soltanto alle teorie che suggerivano i manuali di ogni tipo, ma fosse qualcosa di altrettanto tangibile come il grigiore dei capelli di quel vecchio compositore (ce lo siamo immaginato così), oppure come i tocchi casuali che la sua spalla dava a quella della moglie seduta alla sua destra (immobile), quando l’entusiasmo finiva per impedirgli la coordinazione dei movimenti.
Più tardi, dopo la prima parte del concerto, il caso volle che udissi due spettatori parlare tra loro. Lo conoscevano, evidentemente. Constatavano, con le facce preoccupate e scrollando le spalle, che i tic del loro amico erano aumentati, e che il tutto aveva preso davvero una brutta piega. Spaventosa, addirittura.
II
Tic?
Soltanto allora capii che quelli erano dei tic. Ma com’erano perfetti! Quanto perfezionismo c’era in quei movimenti, così agili e rigorosamente conformi a ogni frase musicale. Quell’uomo godeva della musica con il suo corpo, lasciando che penetrasse ogni sua cellula. Come lo invidiavo. Il suo corpo era molto più sensibile dei nostri agli stimoli musicali.Guardarlo mentre si esaltava dimenando le sue spalle larghe, come un battello ebbro nella tempesta che un’onda possente percuoteva sul fianco, per poi tornare in tutta fretta dalla parte opposta; in altri momenti la sua testa descriveva dei looping, due o tre cerchi interi – e il tutto era (e sarebbe rimasto!) indipendente da quell’interpretazione malevola, anzi, per me era degno della commozione più rara. Eppure, non posso dire di non aver riconosciuto in seguito, seppur con una minima parte della mia mente, che io stesso avevo interpretato tutto ciò come una sorta di disordine: sebbene qualcosa in me si difendesse con grande successo da quel pensiero, dall’etichettatura definitiva e mortifera di quel fenomeno con quel nome.
Mi trovavo nella purezza della percezione infantile, evidentemente, ed ero riuscito a restarci fino alla fine. Nell’aura della sua semplicità. Vedevo quei movimenti con piena disinvoltura e meraviglia. Come una di quelle bellissime differenze che compongono questo mondo. Come qualcosa che ha il diritto di essere così com’è; come se in un cortile crescesse un albero inclinato di quarantacinque gradi senza bisogno di spiegazioni.
Chiamare “tic” quei movimenti naturali? Ma quello che dicevano i corpi di quegli altri nella sala, non lo si poteva forse chiamare “innaturalezza”? Non lo si sarebbe potuto interpretare come una devitalizzazione della propria specie, come un intorpidimento? La rigidità di quei corpi. La loro mutezza. Una sorta di tranquillità appresa. Intatta. Quel restarsene seduti sulle sedie, sistemati così, come se non stesse succedendo nulla, come se lì non si stesse suonando nessuna musica.
Non avevo mai osato espormi in quel modo, ma già da molto tempo ai concerti, ogni tanto, sentivo che il mio corpo desiderava muoversi. Come se si tracciassero i vettori dei miei arti, che non erano trasposti sul piano dei movimenti reali. Le mani restavano al loro posto, ma in qualche modo le muovevo comunque.
Ed era chiaro che adesso ci stavo pensando, mentre tiravo di nuovo le somme e riassumevo il tutto, visto che, dopo i dieci minuti di pausa – il vecchio compositore e sua moglie non c’erano più – mi ero seduto al suo posto. Durante l’esecuzione della composizione successiva – l’ultima che il musicista defunto aveva scritto, piena di un sottilissimo stridio provocatodagli archi sfregati lungo il bordo degli strumenti, dal sussurrio tenero ma nervoso di parole incomprensibili nelle aperture dei diffusori acustici, dalle sommità di bicchieri vuoti trascinati con movimenti circolari lungo le corde, dall’aria soffiata nel bocchino di un clarinetto immerso dal di sopra in un secchio nero pieno d’acqua per metà, il tutto inframmezzato dalle urla improvvise del soprano – per farla breve, sentii l’irresistibile necessità di gettare qualcosa per terra.
Più volte – soprattutto quando al respiro amplificato, isterizzato della cantante, che simulava la generale inquietudine del mondo, seguiva un urlo penetrante – anzi, innumerevoli volte, mi decisi a farlo, a gettare per terra quella matita col manico infilato nel programma del concerto ripiegato più volte, a gettarla perché si rompesse. Con tutte le mie forze. Ma non lo feci. E neppure – benché la composizione mi avesse fatto impazzire dall’entusiasmo – mi misi ad applaudire in piedi. Compensai con la lunghezza e l’intensità del mio applauso, e fui tra gli ultimi che smisero di battere le mani addirittura qualche secondo dopo che i musicisti, il direttore e la cantante furono usciti per la terza volta a inchinarsi sul palco. Era un applauso scrosciante. Non mi alzai, ma probabilmente l’avrei fatto se si fossero alzati tutti gli altri. O almeno qualcuno di loro. Questo mi avrebbe fatto forza, senza dubbio. Mi avrebbe dato il coraggio di farlo a mia volta. A giudicare dal tutto, mi sarei scordato completamente della mia insicurezza, sarei stato orgoglioso di aver espresso in maniera così sincera il mio entusiasmo, di essere stato uno dei primi, più libero di tutti gli altri. E in quel caso, rapito dall’energia di tutto quell’alzarsi in piedi, di quella schiettezza diretta con cui tutti esprimevano ciò che sentivano, di quella reazione immediata a ciò che avevamo vissuto, di quella reazione di tipo chimico-corporeo, di quell’alzarsi collettivo che mi avrebbe spinto ad alzarmi a mia volta, assieme a quei pochi come me – anche noi ci saremmo senz’altro capiti, e con orgoglio ci saremmo congratulati mentalmente a vicenda, avremmo stretto il patto della nostra eccellenza, con inchini di trattenuto rispetto – di quell’alzarsi collettivo con un applauso ancora più scrosciante di com’era in realtà: a giudicare dal tutto, ciò mi avrebbe completamente inebriato e in quell’oblio sarebbero sparite l’esitazione, la risolutezza e la determinazione che indietreggiavano, il ripensamento. Col mio starmene sulla sedia, in posizione seduta, fui testimone, invece, di un oblio diverso, anticipato e completamente inatteso; e cioè di quello in cui cadde il vecchio che, nella prima parte del concerto, era seduto nel posto dove mi trovavo io adesso, sempre se non mi ero sbagliato a contare le file.
III
Dopo il concerto incontrai un gruppetto di amici e conoscenti, e me ne andai con loro in pasticceria. Non avevo voglia di dolci. A dire il vero, di colpo non volevo introdurre nulla nel mio organismo, scambiare materia con l’ambiente circostante. Soltanto quando dovetti ordinare qualcosa, magari una bibita, qualcosa da bere. Un caffè. A me piaceva. Ma avevo voglia soprattutto di un bicchier d’acqua, che bevvi fino all’ultima goccia, ordinandone un altro subito dopo. Per inciso, è da quand’ero bambino che non sopporto il suono della deglutizione, soprattutto quello della saliva. Mi ha sempre fatto pensare a qualcosa di primario, primordiale, primitivo. Organico, irriducibile. Qualcosa che non si può assolutamente evitare, nonostante tutto. Per fortuna che non mi era successo al concerto, come mi capitava ogni tanto; magari nella pausa tra i diversi movimenti. Avrei avuto l’impressione che tutti, immancabilmente, mi sentissero. Non solo la gente accanto a me: il suono avrebbe potuto raggiungere padiglioni auricolari molto, molto più distanti di quelli nelle immediate vicinanze.
*
Il mattino dopo non fu proprio piacevole svegliarmi, notare la mia stessa erezione e sentire, allo stesso tempo, le armoniose sirene delle ambulanze. Una seduzione calma, impercettibile. Particolarità di quel tipo – (in)congruenze diverse e insopportabili che, davvero, non saprei elencare – avrebbero evidentemente continuato a susseguirsi a perdita d’occhio se due giorni più tardi, infine, non fossi passato accanto a quella casa giallastra, vedendo fortunatamente quell’intonaco sgretolato, per poi sentirmi – senza sapere perché – di nuovo nella mia pelle.
Apparato iconografico:
Immagine di copertina e immagine 1: Fotografia di Brina Jernejčič Škvor, concessa da Ivan Antić.
[1] T. Mann, Le teste scambiate, trad. it. di Ervino Pocar, in Thomas Mann. Romanzi brevi, I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1977.
