Arianna Minonzio
Pubblicata da L’Orma Editore nella Collana Kreuzville, la nuova edizione commentata de Il processo (Der Prozess, 1925) di Franz Kafka porta la firma di Reiner Stach, germanista di fama internazionale e autore della monumentale biografia in tre volumi dedicata allo scrittore praghese. Accolta in Germania come uno degli eventi editoriali più significativi del centenario della morte di Kafka, l’edizione si avvale anche di una nuova traduzione pubblicata dalla casa editrice L’Orma, curata da Marco Federici Solari, esperto di letteratura comparata.
Link al libro: https://www.lormaeditore.it/libro/9791254761038

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché una mattina, senza che avesse fatto nulla di male, venne arrestato.” (p. 9)
Questo è l’incipit di uno dei romanzi più famosi della letteratura mondiale. Un romanzo cupo, misterioso, fatale. Che sviluppa tutta la sua vicenda proprio intorno a questa domanda inesorabile e contraddittoria: perché mai un uomo libero, rispettabile e senza colpe come Josef K. avrebbe dovuto essere arrestato? Proprio a partire da questa istanza, la rilettura di Reiner Stach assume una rilevanza critica centrale, aprendo nuovi spiragli interpretativi all’interno del capolavoro kafkiano.

La risposta, chiaramente, è lungi dall’essere di facile risoluzione, perché, come Stach analizza magistralmente punto dopo punto, il tribunale altro non è che il riflesso della psiche stessa di Josef K. Più precisamente, l’inclemente manifestazione del suo inconscio desiderio di espiazione. Una colpa, la sua, che pur essendo profondamente radicata nella coscienza non troverà alcun riscontro oggettivo nella realtà. Da questa contraddizione nascerà quindi un profondo conflitto interiore che, sin dalle prime pagine, aprirà una frattura netta tra la quotidianità razionale e apparentemente serena del brillante procuratore di banca e il mondo contraddittorio e tormentato di Josef K, che agirà come se fosse intimamente convinto della propria colpevolezza, attirando così quei procedimenti giudiziari che egli stesso inconsciamente continua a evocare.
“La funzione specchio del tribunale costituisce un forte indizio del fatto che Kafka avesse in mente un tribunale interiore, una sorta di corte psichica che, sebbene nel romanzo si manifesti come un’entità esterna, segue in realtà leggi profondamente radicate nella psiche del protagonista.” (p. 417)
Questo scarto darà vita a uno spazio liminale in cui il protagonista finirà per essere vittima e mandante dei suoi stessi ordini. E non saranno certo i personaggi a cui chiederà continuo sostegno e assoluzione ad appianare il suo rapporto con se stesso e – quindi – con il processo. Perché, uno dopo l’altro, ciascuno di essi gli rimanderà l’immagine infinita e frammentata del tribunale-caleidoscopio, di cui nessuno mai avrà il quadro completo, né una chiave di lettura definitiva e unitaria. Non saranno i personaggi femminili – Elsa, la signora Grubach, la signorina Bürstner, Leni – a concedergli conforto, nonostante la loro intuizione istintiva e profetica, né i personaggi maschili – lo zio, l’avvocato Huld, Tintorello, il sagrestano – a dargli strumenti o conoscenze concrete per uscire dal labirinto giudiziario. Ciascuno di essi si limiterà a riflettere e amplificare l’impotenza, l’isolamento e la disperazione del protagonista.
“Uno dei motivi centrali del romanzo, che contribuisce a determinarne anche la struttura, è il continuo tentativo di K. di reclutare nuovi aiutanti, o meglio ancora, nuove aiutanti: la signora Grubach, la signorina Bürstner, la moglie dell’usciere, suo marito, l’avvocato, Leni, Titorelli. […] Si veda anche l’ammonimento del cappellano della prigione: «Fai troppo affidamento sull’aiuto altrui».” (p. 370)

Non esiste tribunale più spietato di quello della propria coscienza. Lo racconta bene Josef K. in questo racconto dal sapore amaro, in cui i personaggi non faranno altro che fingere di aiutarlo per poi restituirgli solo disprezzo e abbandono, gli stessi che il protagonista prova per se stesso. Esito inaspettato di un’abilissima narrazione mono-mentale in cui Josef K. condurrà il pubblico passo dopo passo negli abissi della sua claustrofobica visione di sé e del mondo, il processo non è altro che questo: il rifarsi dell’inconscio sulla stessa vita del protagonista che K., per troppo tempo, ha tentato di eludere.
“K. si rimprovera di essere rimasto un uomo «pratico», come dimostrato più volte nel romanzo. Si autodefinisce in virtù del suo senso degli affari, della sua eloquenza, della sua «esperienza del mondo», nonché per le sue capacità organizzative e giuridiche, ma non attraverso competenze morali e sociali. Qui per la prima volta, confessa in modo esplicito una colpa.” (p. 400)
Non c’è tribunale più inafferrabile di quello che si alimenta d’ambiguità e false promesse. Josef K. lo riconosce, poiché le figure che popolano il suo percorso giudiziario non fanno che illuderlo con gesti di finta comprensione, salvo poi affondarlo sempre più in un labirinto kafkiano dove ogni tentativo di difesa diventa grottesco, ogni attesa sterile. In questo universo imperscrutabile, il processo non si svolge mai davvero: si prolunga, si distorce, si replica all’infinito. Questo genererà nel protagonista un costante senso di impotenza e rassegnazione, dal momento che il tribunale stesso appare inaccessibile e collocato su un piano irraggiungibile perfino per chi vi lavora. Infatti “Kafka aveva concepito l’idea di contrapporre gli alti e irraggiungibili giudici una schiera di «grandi» avvocati altrettanto inaccessibili” (p. 379).
Un ulteriore aspetto meritevole di approfondimento è rappresentato dalle donne del romanzo: perché le donne nel Processo non salvano, non consolano, bensì seducono, sfuggono, si dissolvono. Tutte portano in sé una promessa che sembra poter riscattare Josef K., ma che finiscono puntualmente per disattendere. A partire dalla signorina Bürstner — le cui iniziali evocano significativamente Felice Bauer, la fidanzata storica di Kafka, che, nello stesso anno di età del protagonista all’inizio del romanzo, si legò sentimentalmente allo scrittore. Lo lasciò esattamente un anno dopo, evento che coincide simbolicamente con la condanna a morte di Josef K. Riferisce Stach:
“[…] la discussione tra Kafka e Felice Bauer che portò alla loro separazione, avvenuta il 12 luglio 1914 nell’hotel Askanischer Hof di Berlino, appena quattro settimane prima che iniziasse la stesura del Processo. Kafka cercò di alleviare il trauma di questo incontro, che visse alla stregua di un vero e proprio procedimento giudiziario, interpretando l’evento come un tribunale che lui stesso si era imposto. Come scrisse esplicitamente in una lettera a Grete Bloch […]: ‘Lei sedeva nell’Askanischer Hof come una giudice che doveva emettere la sua sentenza su di me. In realtà al suo posto sedevo io e da quello scranno fino a oggi non mi sono mai più alzato.’” (p. 332)

Ma il cuore più oscuro del romanzo batte altrove: nel persistente interesse di Kafka per gli stati di impotenza e per il senso di colpa, che affondano le loro radici nel suo rapporto tormentato e conflittuale con il padre e nella complicata, spesso ambigua, relazione con l’altro sesso. Questa tensione, profondamente radicata nella psicologia dell’autore, emerge con una forza perturbante ne Il processo, opera che costituisce il vertice espressivo di temi già esplorati in precedenza in Das Urteil (“La condanna”, 1913), Die Verwandlung (“La metamorfosi”, 1915) e In der Strafkolonie (“Nella colonia penale”, 1919) testi scritti nel breve arco di appena due anni e mezzo. È un conflitto antico, quello tra Kafka e la Legge: lo si sente nei silenzi pesanti, nei gesti interrotti, nel desiderio che si fa colpa e nella colpa che si traveste da giustizia. Josef K. è molto più di un alter ego: è l’archetipo dell’individuo moderno, paralizzato dalle proprie pulsioni, soffocato da una legge che forse è scritta nel corpo prima che nei codici. Per quanto riguarda il nome “Josef K.”, esso rimanda a Franz Josef, l’imperatore. Ma anche Franz Kafka. Come se il protagonista contenesse, fin dal nome, il peso di una genealogia simbolica, personale e collettiva.
In questa nuova edizione curata da Reiner Stach, Il processo torna a parlare al pubblico con voce limpida e disturbante, svelando tutte le ferite ancora aperte dell’identità contemporanea. Un’opera che non smette di scrutare dentro il lettore, ma soprattutto di rifletterlo.
Sitografia:
Eugene E. Reed, Moral Polarity in Kafka’s “Der Prozess” and “Das Schloss”, Monatshefte, Vol. 46, No. 6 (Nov., 1954), pp. 317-324. https://www.jstor.org/stable/i30166093
Apparato iconografico:
Immagine 1: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?search=franz+kafka&title=Special:MediaSearch&type=image
