“Punto di fuga” e l’amore che supera lo spazio e il tempo. Intervista a Michail Šiškin

Intervista a cura di Eleonora Smania

Nato a Mosca nel 1961, Michail Pavlovič Šiškin viene annoverato tra gli autori contemporanei più importanti della letteratura russa. In Italia è conosciuto per la pubblicazione di Venerin volosin (“Capelvenere”, 2005) e Vzjatie Izmaila (“La presa di Izmail”, 1999), pubblicati da Voland Edizioni rispettivamente nel 2006 e 2007. Vincitore di ben tre prestigiosi premi letterari – Russian Booker Prize, Russian National Bestseller, Big Book Prize –, da anni si dedica incessantemente alla promozione della cultura e letteratura russa. È vincitore in ex aequo con Amélie Nothomb al premio Strega Europeo 2022 grazie alla recente pubblicazione di Pis’movnik (“Punto di fuga”, 2010), romanzo edito in italiano dalla casa editrice 21lettere, di cui si è precedentemente parlato in maniera approfondita qui. Il romanzo menzionato colpisce per la sua straordinaria autenticità nel raccontare l’amore dei due giovani protagonisti, separati dalla guerra dei Boxer. Le tenere parole d’amore che si scambia la tanto giovane quanto sfortunata coppia tramite lettere sopravvivono alla crudeltà e brutalità della guerra e resistono allo spietato incedere del tempo. Punto di fuga è un romanzo che tratta del potere della parola, della resilienza del calore e affetto umano nei momenti più bui e tragici della vita, di nascita, crescita e accettazione della morte. Andergraund Rivista ha avuto la preziosa occasione di parlare con Michail Šiškin del suo romanzo epistolare e della sua produzione letteraria. Si ringrazia l’autore per la disponibilità concessa.

Per la versione russa cliccare qui.


ES: Il genere letterario scelto per il romanzo “Punto di fuga” appare molto interessante. A cosa è dovuta tale scelta?

MS: Io in primis non ho mai amato scrivere lettere, mi sembrava strano un simile spreco di parole. Dopotutto, se trovassi certe parole genuine, le conserverei per un testo futuro. L’epistolario è una tradizione letteraria, un genere convenzionale. Per me è fondamentale la tradizione. Per andare avanti e fare qualcosa di nuovo, serve capire da dove si viene e cosa c’è stato prima di te.

I generi letterari tradizionali esistono affinché si prenda spunto da essi, li si distrugga. Ma allo stesso tempo, nella letteratura è importante ricordare che, qualunque sia il canone o la tradizione da distruggere, l’autore è un costruttore, non un distruttore. E cosa c’è di più tradizionale del genere epistolario? La lettera è stata alla base della letteratura, più della scrittura stessa. La lettera è proprio l’essenza della letteratura. Pis’mo (lettera) in russo è ancora sinonimo di pisanie (scrittura), proza (prosa) e isskustvo pisat’ (arte dello scrivere). Il genere epistolare è probabilmente quello più antico del mondo. L’epistolario degli amati è una tradizione letteraria mondiale e uno dei generi letterari principali, basti ricordare le lettere di Eloisa e Abelardo oppure Giulia o la nuova Eloisa di Rousseau.  

È importante riconoscere che il testo non è prodotto da molecole senza vita messe in una provetta sterilizzata. In ogni testo che scrivo, c’è tutto ciò che è già stato scritto tempo addietro, come una spirale genetica. Così ci portiamo tutti i nostri avi, tutte le migliaia di generazioni precedenti. Le lettere sono quello che sempre è stato e sempre sarà, sono la possibilità per l’uomo di parlare con il proprio sé stesso delle cose importanti, rivolgendosi a qualcuno vicino a lui; e non importa davvero dove sia quest’uomo, con chi stia conversando, se sia nella stanza vicina o a migliaia di chilometri, se sia vivo o morto. Le lettere possiedono la capacità unica di bandire il tempo, la distanza e la morte. I miei personaggi sono Adamo ed Eva. Se Adamo ed Eva si fossero allontanati l’uno dall’altra, si sarebbero scritti delle lettere dai diversi estremi del Paradiso, sebbene per loro, probabilmente, non sarebbe stato più il Paradiso. Avrebbero dovuto inventare la scrittura: l’assenza di Paradiso è una condizione per l’invenzione della scrittura. Sarebbero stati privati del Paradiso, ma avrebbero avuto le parole e l’inchiostro.

È importante non brancolare tra la folla di scrittori nello spazio letterario consolidato e basta, bisogna trovare una propria strada non calpestata. E quali  punti di riferimento possono esserci di fronte a noi? Nebbia fitta. Per questo la tradizione è fondamentale. La tradizione nella letteratura è come un radar per il pilota. Solo chi era pigro non scriveva romanzi epistolari, ma scrivere romanzi epistolari nel XXI secolo è tutt’altra cosa. 

La stessa parola pis’movnik (segretario) mi piace molto. Ha un che di squisito, di antico, di russo. Il titolo del romanzo è ispirato al bestseller del VIII secolo Pis’movnik (“Il segretario”, 1769) di Nikolaj Kurganov, una raccolta di lettere campione, grazie alla quale i nostri avi impararono a capire l’amore. Il segretario è una specie di manuale sul come scrivere le lettere commerciali e  d’amore. Pensavo che in ogni lingua ci fosse una parola analoga, dopotutto in ogni paese esistevano tali raccolte di lettere campione, ma è risultato che gli editori dei diversi paesi hanno pensato a un nuovo titolo per il mio libro. L’edizione francese del libro si chiama Deux heures moins dix, quella inglese The Light and the Dark e quella italiana Punto di fuga.

ES: Come definirebbe il genere dell’epistolario?

MS: Qualsiasi cosa che una persona scrive è un messaggio per un’altra, una lettera. Non è importante se arriva o no a destinazione, l’ importante è che la lettera venga spedita. “Solo le lettere non scritte non giungono a destinazione”. La lettera non è solo scambio di informazioni: è una confessione, un messaggio su sé stessi rivolto non solo a un destinatario concreto, ma anche ai posteri e a Dio. Dopotutto coloro che scrivono possiedono la particolarità di svanire, mentre le loro lettere rimangono. 

L’essenza del “genere epistolare” è la separazione, il collasso del mondo. Lui e lei sono separati, l’impossibilità di sfiorare la persona amata genera un bisogno di parole. L’intreccio del mio romanzo è semplice, “porvalos’ svjaz’ vremen”. Questa frase di Shakespeare, “Time is out of joint”, è presente nella traduzione di Boris Pasternak. A ciascuno di noi capita un momento in cui il legame con il tempo si lacera, per questo non occorre nascere Amleto, ma solo sé stessi. Giunge il giorno in cui la terra cade a pezzi, il visibile diventa invisibile e viceversa. Sembra che ciò che è solido si trasformi in polvere. In questo tempo disintegrato l’uomo diventa uomo. Questo tempo non è ipotetico, ma presente, eterno; e a questo punto, l’orologio diventa uno strumento inutile, che ticchetta a vuoto. È proprio in questo momento che inizia anche il mio Punto di fuga. Per i miei personaggi i rapporti di causa-effetto delle cose si sono strappati e nulla più li unisce. Il mondo si sfascia, scompare, non c’è nulla a cui aggrapparsi, tutto cessa di essere stabile, presente. È solo allora che l’uomo inizia. A lui serve trovare il proprio sé in questo vuoto e aggrapparsi a sé stesso e a ciò che è presente in lui. E allora inizia il tempo autentico, che non dipende dal calendario. Queste lettere sono l’unica possibilità di trovare sé stesso nell’altro, nella persona amata. Lui e lei iniziano a scriversi, per loro è l’unica possibilità per fermare il decadimento, la corruzione dell’essere; e anche se le lettere non giungono a destinazione, ciò che importa è che siano state inviate. Ad essere più precisi, il lettore della corrispondenza diventa lui stesso l’anello di congiunzione che unisce il tempo lacerato. 

Le lettere finiscono solo apparentemente nel vuoto. Nella vita quotidiana, le persone non si capiscono fra di loro il più delle volte, persino se parlano la stessa lingua e condividono lo stesso letto; ma i miei personaggi si ascoltano e si percepiscono a vicenda, nonostante tutto ciò che divide le persone: il tempo, la vecchiaia, la morte.  La vera comprensione attuale non è comunicazione quotidiana, è l’affermazione dell’importanza della tua esistenza in quanto persona che ama e che è amata, e se questa persona non è qui adesso, è possibile comunque percepirla. Tutto ciò che accade è importante per lei, e se quella vera comprensione non c’è, allora non c’è voglia di vivere, non serve più vivere. Il romanzo parla di quella comprensione essenziale, vera e umana, di fronte alla quale non esistono né i chilometri, né gli anni. 

Nel XXI secolo, ahimè, il mondo delle lettere vere e proprie è rimasto nel passato, sostituito dalle e-mail e dagli SMS. Il mio romanzo sulle lettere è una specie di hommage, un monumento a tutte le lettere scritte. Le lettere “postali” appartengono al passato, questo è chiaro. Il telegramma è morto, nulla di terribile. Il fatto è che non si tratta del mezzo con il quale si trasmettono le parole, ma delle parole stesse. La tecnologia cambia le parole: un conto è il cuneo sull’argilla, un altro è la piuma sulla carta. Ricordo come battevo sui tasti di Erika. In un certo senso è assolutamente diverso scrivere su pc, ma in fin dei conti una lettera o un libro sono solo una linea di comunicazione tra due persone. Ciò che conta è che si trasmetta lo spirito vivo, persino attraverso generazioni. E allora che differenza fa se le parole vive brillano da uno schermo o se si sono incollate alla carta, soprattutto se si parla di letteratura? Un nuovo Omero giungerà e scriverà l’Iliade del XXI secolo con gli SMS.

ES: Ci sono altri generi letterari che presentano delle caratteristiche simili al genere dell’epistolario?

MS: La lettera, scritta a una persona cara, è la tua arca di Noè. Su quel foglio di carta abbiamo preso tutto quello che è essenziale per partire per il viaggio. Il mondo può morire, e lo fa ogni giorno, ma noi nuotiamo verso quello che ci attende e che senz’altro ci aspetterà. 

Anche un libro qualsiasi è una lettera, un messaggio per il futuro. È l’unica vera arca di Noè, bisogna solo saperla costruire in modo che sopravviva all’alluvione. 

Questo è il privilegio dello scrittore, il suo “prescelto”: è in grado di salvare il mondo, di trasformarlo in parole. Uno scrittore può salvare i suoi personaggi, strapparli al tempo come da sotto un treno. Il nostro tempo reale è spietato. Il vero scrittore è in grado di creare un altro tempo, più amorevole, più compassionevole, nel quale non è possibile morire. Il tuo testo sei tu quando non ci sei, quando non ci sarai più. Ti sposti nella parola scritta, ti ci trasferisci con tutti gli effetti personali. L’incontro con il proprio testo è come l’incontro con sé stessi dopo la morte. 

Il linguaggio stesso non è realtà, ma un mezzo di trasmissione del reale, del “nesso”. Per tutto ciò che conta davvero (comprensione, amore, morte), le parole non sono affatto necessarie, anzi, sono d’intralcio. Eccoci qui, noi persone reali, proiettiamo un’ombra; ma può un’ombra darci voce? L’ombra è qualcosa di piatto, inespressivo. Allora le parole sono il non verbale che abbandona le ombre. Eppure è possibile che qualsiasi parola, la più straordinaria e la più sudicia, ad esempio “amore” possa esprimere seppur in piccola parte ciò che noi percepiamo? Certamente no. È ombra e ombra rimane. Il verbale in sé è condannato all’impossibilità di esprimere o spiegare qualcosa. Ma l’arte dell’ombra è possibile: veniamo al teatro delle ombre e iniziamo a sperimentarle, come se fossero vive. Quindi la prosa è una sorta di teatro delle ombre. La prosa è il privilegio di rendere vivi i morti, bisogna solo saper mettere le lettere nel modo giusto.

Non è possibile semplicemente trasferire la cosiddetta realtà nel testo. La realtà reale muore costantemente, in ogni momento, ed è in generale sfuggente. Ma la prosa autentica è una realtà completamente diversa, esiste seguendo leggi completamente diverse, secondo le quali vivrà anche dopo il suo autore. L’arte è quella macchina per rimuovere la morte dalla realtà, come il nocciolo rimosso dalla ciliegia. Nella dimensione dell’arte tutto appare uguale – le strade, le persone, i tramonti – ma la differenza sta nel fatto che il mondo non finisce mai. Quello sulla croce è morto tanto tempo fa, eppure quando guardi gli affreschi di Giotto tutto sta accadendo e continuerà sempre ad accadere. L’arte non lavora già più con la “realtà”, che è fragile e sfuggente come le persone, ma con la realtà dei quadri, dei libri, dei film e della musica, accumulata di generazione in generazione, trasfigurata e sfuggita dal fluire della morte. I diari, le lettere, le memorie, i racconti di viaggi sono vita trascritta, sono una dimensione già impossibile da annientare. Migliaia di greci sono scivolati e sprofondati nel nulla, ma i greci guidati da Senofonte sono stati trascritti e per questo, dopo aver visto il mare, ancora gridano per la felicità “Talassa! Talassa!”; perché lui li ha condotti al mare dell’immortalità. Lo scrittore si occupa della resurrezione. Ho messo come epigrafe al romanzo Capelvenere le parole dal vangelo apocrifo: “Che dalla parola venga creato il mondo e che dalla parola resusciti”. E se la creazione della terra rimarrà per sempre un mistero, allora che non ci sia altra strada per la resurrezione se non attraverso la parola. Ho lavorato come traduttore all’ufficio migrazioni del cantone di Zurigo, traducevo interviste di immigrati provenienti dall’Unione Sovietica. Queste persone mi raccontavano le proprie, o altrui, storie e sparivano; eppure sono rimaste nel romanzo, non il loro corpo, ma il loro respiro. Non si è conservato il corpo, ma ciò che rende il corpo una persona viva.

ES: Nel romanzo è possibile notare una riflessione metalinguistica e metaletteraria inerente al ruolo autentico svolto dalla scrittura. Le andrebbe di parlarci di questo tema in modo più dettagliato?

MS: Per me, domande come questa sono come il bisturi di un patologo usato per sezionare un cadavere di fronte agli studenti  in un laboratorio.

Qualche anno fa sono stato invitato a Cracovia per la conferenza “Nomi significativi della letteratura russa” presso l’Università Jagellonica, dedicata ai miei libri. Per tre giorni cinquanta slavisti di tutto il mondo hanno letto i loro interventi sui miei romanzi. Mi sembrava un congresso di patologi. All’improvviso mi sono sentito molto vivo.

Io sono un viviparo, mentre i critici letterari sono dei vivisettori. In merito alla “riflessione metalinguistica e metaletteraria inerente al ruolo autentico svolto dalla scrittura” nel mio romanzo, lasciamo parlare gli slavisti.

ES: Alcuni aspetti della riflessione metalinguistica e metaletteraria citata precedentemente la si può individuare anche in “Capelvenere”. Si può considerare “Punto di fuga” come una “tappa evolutiva” di questa riflessione articolata sulla scrittura? 

MS: Certamente, Punto di fuga non sarebbe stato possibile senza Capelvenere, come quest’ultimo non sarebbe stato possibile senza La presa di Izmail. Ogni mio romanzo non è un tentativo a una “riflessione articolata sulla scrittura”, ma di scoperta della risposta alla domanda che è venuta a me e a ciascuno di noi da bambini: cosa fare con la morte? In ogni romanzo mi sembra di trovare una risposta diversa a questa domanda. Ma la domanda rimane ancora la stessa, mentre la risposta cambia a seconda dell’età che hai: sedici oppure cinquant’anni. Forse ho scritto e pubblicato di rado i romanzi proprio perché dovevo essere il primo a cambiare. 

Da giovane hai paura di scomparire, di bruciare in un forno crematorio, e si inizia a escogitare scappatoie, sembra che uno scrittore che scrive un libro sia la scorciatoia più immediata per l’immortalità. In La presa di Izmail rispondo che per me la morte è il nemico. Bisogna prendere la vita come una fortezza e lottare contro la morte facendo un figlio e mettendo insieme una collezione di parole. Ma sia la vita che morte nel romanzo apparivano molto russi.

Poi in Capelvenere mi è parso evidente che la Russia è solo una piccola briciola del mondo di Dio, e il nemico principale è il tempo. Bisogna lottare contro il tempo, superarlo. Re Erode è il tempo che divora i suoi figli. Bisogna essere Senofonte che guida i Greci verso l’oceano dell’immortalità. Bisogna essere in grado di dare l’immortalità ai propri personaggi, riportarli tutti in vita come Lazzaro. Bisogna dare nuova vita alla defunta Isabella Jur’eva.

E poi, a un certo punto, ti rendi conto che niente salverà me, l’autore, dal forno crematorio. Le parole non proteggeranno, perché ingannano. Le parole promettono di portarti con sé nell’immortalità, come un vascello. Ma il vascello si allontana di notte a vele spiegate e si scopre che alcune parole finiranno nell’immortalità, mentre tu rimarrai sulla riva. Col passare degli anni si vede come i bambini crescono e se ne vanno, e come le parole diventano libri e lasciano anche te. Non bisogna combattere la morte, ma accettarla.

Punto di fuga parla della consapevolezza che la morte non è un nemico. La morte è un dono, proprio come l’amore. E se non fosse stato per la morte delle persone più care, non avremmo mai potuto capire perché siamo qui e perché siamo venuti al mondo. 

Questa consapevolezza richiede un nuovo linguaggio, un modo diverso di narrare. Le prelibatezze antico-slave e la brodaglia citata da  La presa di Izmail non aiutano più. Sulle cose difficili e sofferte per una vita intera bisogna scrivere in modo semplice e chiaro. 

Tutto ciò che è importante, sia in versi che in prosa (tra cui, tra l’altro, non vedo alcuna differenza fondamentale), avviene tra i recessi delle parole. Queste vengono colmate dagli anni vissuti, dall’esperienza della perdita di persone care, dal loro respiro, anche se non freschissimo, ma ancora vivo. La legatura delle parole semplicemente non mi basta più, ho bisogno che attorno alle parole ci sia la semplice saggezza umana e il calore, in cui le parole inizino a mettere radici. 

In Punto di fuga sono riuscito a dire quello che volevo dire in modo comprensibile, ma ho raggiunto questa chiarezza grazie a tutti i miei testi e tutti i miei anni.

ES: Un elemento ricorrente sia in “Capelvenere” che in “Punto di fuga” è il legame dei protagonisti con la scrittura. Questa caratteristica particolare della Sua prosa ha più a che fare con l’aspetto autobiografico o è connessa a un nucleo tematico preciso?

MS: I miei personaggi principali, a partire da Evgenij Akeksandrovič in Lezioni di calligrafia, sono metafore dello scrittore. Tutti affrontano la loro vita con le parole: uno è scrivano presso il tribunale che registra gli orrori della realtà in caratteri calligrafici, l’altro è un avvocato che nei suoi discorsi ricrea la realtà, ma in modo molto diverso, il terzo è un interprete presso il “Ministero della Difesa del Paradiso” che traduce le parole in destini. In questo senso Capelvenere è autobiografico, stavo semplicemente descrivendo quello che mi era successo. In Punto di fuga, Volodja è uno scrivano presso il comando militare, che scrive una “notifica di decesso”, ma scrivendo “Suo figlio è morto, ma è vivo e vegeto”, perché è uno scrittore e ne sa di più rispetto agli scrivani e ai loro comandanti. Volodja non ha ancora scritto nulla, nessun romanzo, ma è uno scrittore e, da vero scrittore, capisce l’inutilità del suo lavoro, l’inutilità delle parole. Eppure, Saša lo ama. Amare significa fondersi con l’amato, assorbire tutto ciò che è importante per lui. Saša è pervasa dalle sue parole, le proprie lettere diventano lo stile, il corpo dell’amato. Una volta sono stato colpito da come, dopo la morte dell’incredibile e unico scrittore Alexander Goldstein, la sua vedova avesse iniziato a scrivere come se lui fosse vivo e stesse scrivendo attraverso lei. In questo modo lei gli ha prolungato la vita.

La trama principale di tutta la mia prosa è semplicemente lo scorrere della vita. Camminiamo nella vita come su un lungo ponte che poggia su pilastri, e questi pilastri sono gli eventi principali su cui tutto si basa: nascita, amore, figli, malattie, morti dei cari. L’architetto lo sa, la cosa più importante di un ponte sono i pilastri. Nei miei libri non ci sono trame inventate, i miei personaggi vivono la loro vita e per me è una storia emozionante di per sé. La mera esistenza non è forse un attraente intrigo contorto permeato dal fraintendimento di cose semplici, dall’apprendimento di cose complesse, dal primo amore, dall’incontro con la morte? Solo che per i miei personaggi questo vivere è legato, come lo è per me, alla scrittura, alle parole.

ES: I protagonisti di “Punto di fuga” sono autentici, al punto da sembrare delle persone in carne ed ossa. Come riesce a rendere i Suoi personaggi così umani e credibili?

MS: Sta tutto nel non inventare i dettagli. È importante non inventare nulla. Per tutta la vita ho raccolto pezzi di vita. Sto leggendo, ad esempio, le memorie di qualcuno. Lì viene descritto come al memorialista fu curato un dente alla fine del XIX secolo. Non è possibile inventare dettagli simili. Prendo nota, poi, molti anni dopo, nel caso il personaggio si trovasse all’improvviso in quel periodo e avesse mal di denti, avrei tutti i dettagli affidabili. 

Nessun segreto quindi, nessun know-how speciale. Si mette un quaderno in tasca e si vive, si scrive tutto in esso, poi lo si mette nel computer, in cartelle. Lì le parole si possono conservare per anni. Poi, all’improvviso, arriva il momento e iniziano a sbucare dai file, come da un guscio. Dove trova una donna tanti dettagli per il suo bambino? Nei vezzi? Nel destino? Così è per i libri.

È noto da tempo che ogni persona è un potenziale autore di un libro brillante: la descrizione della propria vita. Molti libri famosi e bellissimi  sono nati in questo modo. Una persona mette nel testo tutto ciò che ha vissuto. Ma per il secondo o terzo libro, di norma, la sua esperienza non è più sufficiente.  La scrittura è per un certo senso un’occupazione immorale, che ruba le vite degli altri. Le persone normali vengono dal funerale di una persona cara e sono in lutto, ma per lo scrittore è un aumento del suo capitale, della sua collezione, che prima o poi condividerà con il lettore. La vita altrui, le tragedie, le storie spaventose e comiche entrano a far parte del mosaico del romanzo senza permesso. Se un autore chiedesse se si può usare la vita di qualcun altro, rischierebbe di ottenere come risposta: no, non si può! Ma un vero scrittore non chiede niente a nessuno. Per uno scrittore non esiste la vita “di qualcun altro”, può prendere ciò che è di qualcun altro perché siamo diversi solo all’esterno, ma dentro siamo una cosa sola, quindi possiamo darci l’un l’altro organi e pezzi della nostra anima. Questi pezzi di anima possono vivere a lungo in un’altra persona. E possono essere ulteriormente trasferiti. Aprendo un racconto di Ivan Bunin, il cuore scoppia di felicità. Era preoccupato che il suo braccio potesse marcire durante la sua vita, ma come può marcire  quando il suo braccio è qui, vivo, a scrivere Respiro leggero

Molti anni fa mi colpì il fatto che all’inizio del secolo scorso le truppe russe stavano conquistando Pechino. Ho iniziato a studiare le memorie dei soldati e degli ufficiali russi, e proprio questi diari e memorie sono diventati la carne viva del romanzo, dove il protagonista si ritrova nella Cina del 1900. Dopotutto, sono proprio questi dettagli non fittizi a rendere reale la prosa.

Per Punto di fuga ho trovato tutto ciò che era stato pubblicato sulla Ribellione dei Boxer e anche ciò che non era stato pubblicato – per esempio, le lettere uniche dalla Cina di un medico militare tedesco che ho scoperto nell’archivio del Museo Storico di Berlino. Questa guerra non fu denunciata da nessun regime in Russia, così i diari e le memorie dei soldati e degli ufficiali russi pubblicati tra il 1902 e il 1904 non furono quasi mai ripubblicati. Ricordo di aver trascorso quel semestre autunnale in America, insegnando alla Washington & Lee University nei boschi della Virginia, sfogliando la bibliografia raccolta e pensando che, a causa di questi libri, sarei dovuto andare a Mosca e sedermi nella “Leninka”, la Biblioteca di Stato russa. Il solo ricordo dei suoi bagni maleodoranti mi faceva rabbrividire. Ma tutte queste edizioni uniche sono state trovate in America, in vari depositi universitari di libri. Tanto di cappello al suo sistema bibliotecario! In meno di una settimana mi sono stati inviati tutti questi libri tramite un prestito interbibliotecario e si sono accumulati sulla mia scrivania. Quello che si legge su Punto di fuga non può essere inventato. Sto solo restituendo parole e vita a quelle persone morte da tempo.

Si possono raccogliere tutti i dettagli di tutte le epoche e di tutti i popoli nella memoria di un computer, ma non basta perché avvenga il miracolo della prosa, c’è bisogno di un autore che metta insieme tutti questi dettagli, tutti questi pezzi di vita. 

A proposito, nei miei libri non c’è quasi nessuna descrizione dei personaggi. Non ha molta importanza l’aspetto dei personaggi, ciò che conta per me è il loro respiro vivo. L’apparenza, in fondo, è ciò che ci separa. Dentro di noi siamo uguali, un tutt’uno, siamo uniti sia dal metabolismo che dai sentimenti. 

Quando apro un qualunque libro contemporaneo sono spesso colpito dalle descrizioni dei personaggi. Gli autori prendono personaggi già pronti e giocano con il lettore a fare associazioni, ad esempio a indovinare quale personaggio “assomigliava a Schwarzenegger”. Nel mondo dei miei personaggi non c’è uno Schwarzenegger e non può esserci. I miei personaggi non possono nemmeno immaginare l’aspetto di Schwarzenegger. Se i miei personaggi secondari possono avere una descrizione di un certo dettaglio dell’aspetto, i personaggi principali sono sempre lasciati senza alcuna descrizione per un semplice motivo: tutti i miei personaggi sono me. Mi divido in diversi personaggi a seconda dell’età, il giovane che sta ancora cercando di capire qualcosa, l’uomo adulto che è vicino al mio stato attuale, il vecchio che sto diventando gradualmente. Tutti i personaggi maschili sono uniti in un unico “io” maschile, e tutti i personaggi femminili sono la mia concezione di donna. Nei miei testi, tutto si fonde, diventa uno, come dopo una nevicata: “Allora ognuno nel mondo viveva da solo, ma ora ogni panchina e dissuasore, per non parlare di una cassetta delle lettere, comprende la pienezza e l’unità di un’esistenza senza cuciture”. Rimane un solo confine tra uomo e donna. Nei miei romanzi ci sono solo due personaggi: lui e lei.

ES: I protagonisti del romanzo parlano dei conflitti presenti nel loro ambiente domestico, in particolare i rapporti con le figure materne. Qual è la Sua visione sul concetto di “famiglia”? Che cosa significa vivere in famiglia?

MS: In realtà nella letteratura, sin dai tempi di Omero, il protagonista si dedica alla ricerca non della madre, ma del padre. Trovare il padre non ha ovviamente a che fare con la biologia, significa trovare il terreno sotto i piedi in questo mondo traballante, capire sé stessi: chi sei, da dove vieni, perché sei qui? Il mio Volodja cerca suo padre e la riunione con quest’ultimo si rivela un inganno, Sašenka, la mia eroina, scrive molto del suo padre amorevole e comprensivo, ed entrambi hanno problemi con le loro madri.

L’orfanità di padre nel mondo, ahimè, è solo all’inizio e le guerre non hanno nulla a che fare con questo. Il mondo è cambiato, una donna può lavorare, fare carriera, non dipendere più da un “capofamiglia”. Il matrimonio come storica forma economica di procreazione si è essenzialmente esaurito. In Occidente è diventato normale che una donna, se vuole, possa provvedere a sé stessa e a un figlio. È un peccato, naturalmente, che la famiglia stia diventando un ricordo del passato. 

Per me la famiglia è un tentativo di tornare al paradiso da cui siamo stati banditi. La famiglia è felicità, ce n’è così poca e tutti ne hanno bisogno.

Non mi è mai interessato leggere i polizieschi: dopo tutto, se qualcuno scrive a matita il nome dell’assassino nella prima pagina, che senso hanno tutte le altre trecento pagine? Per me, come ho già detto, la trama più avvincente riguarda la vita, e la famiglia è la forma di vita principale. Cosa c’è di più interessante della creazione di un uomo e di una donna, del loro mondo, del loro bambino? Tolstoj scrisse che terminare un libro con un matrimonio è come interromperlo nel momento in cui l’eroe cade nelle mani dei briganti. Solo la famiglia: questo è il vero thriller! E non importa se si tratta di un libro sulle relazioni di una famiglia russa, una famiglia italiana o una famiglia marziana, l’importante è scrivere in modo che il lettore legga di sé.

ES: La narrazione del romanzo è scandita dall’alternanza tra momenti di vita quotidiana e brutali scene di guerra. Come mai avviene questo costante accostamento tra scene completamente opposte le une dalle altre?

MS: Tutti i libri, i film e opere teatrali autentiche hanno sempre lo stesso obiettivo: trasformare la realtà, dove c’è crudeltà e morte, in calore e luce. Per me Tarkovskij è stato e rimarrà il mio principale maestro, anche se lui ha girato film e io scrivo libri, ma non importa, l’energia della creazione possiede la stessa natura. Una volta, da scolaro, rimasi stupito da Andrej Rublëv: ti vengono mostrati incubi, omicidi e torture e tu esci dal cinema illuminato. Ecco a cosa serve l’artista, egli prende l’orrore in cui le persone trasformano la loro vita e restituisce dignità all’uomo, lo riempie di calore umano e di luce ultraterrena.

Credo che Punto di fuga sia iniziato per me molti anni fa, quando mio padre mi raccontò di quando era stato in guerra. A 18 anni combatteva in un sottomarino nel Baltico. A quell’età, un uomo non è ancora pronto per una famiglia, per dei figli; eppure mi disse che già allora, seduto per settimane in quella bara di ferro sott’acqua, voleva tornare vivo e avere una famiglia e un figlio. 

Punto di fuga parla di crescita, e non è una questione di età. Crescere significa affrontare la morte, la propria e quella dei propri cari. Crescere è come avvicinarsi alla saggezza finale. Ci sono due modi per crescere. Il primo: vivere ogni giorno, quando la morte sembra ancora lontana. La strada verso la saggezza è lunga. Nel romanzo Saša compie questo percorso, mentre gli uomini hanno il “privilegio” di abbreviarlo con l’esperienza della guerra e della morte imminente. Saša vive la sua vita quotidiana, mentre il suo amato accorcia la strada verso la conoscenza finale. In guerra si cresce in fretta e Volodja, a modo suo, arriva alla realizzazione fondamentale: la felicità non è nella ricerca della fama, del successo, della scrittura o altro, non è nello sconfiggere la morte con le parole, ma nei veri e semplici valori del calore umano e della luce. Mi hanno colpito le vere lettere dei soldati di quella guerra. Sono uomini semplici e rudi che picchiano le loro mogli a casa, ma che la notte prima della battaglia scrivono a loro parole tenere che forse non hanno mai detto in vita loro. 

Ma volevo soprattutto scrivere un libro su una guerra futura per mettere in guardia, per far riflettere. Che ci sarebbe stata una guerra era abbastanza chiaro. In Russia non c’è stata nessuna destalinizzazione, nessun “processo di Norimberga” contro il Partito Comunista. Era solo questione di tempo prima che rinascesse una dittatura, e una dittatura non può esistere senza nemici e senza guerra. Ora siamo in questa guerra. Il futuro è arrivato.

La soppressione della rivolta dei Boxer è una metafora, un simbolo di guerre passate e future. Il mio protagonista scrive: “non restava che scegliere la propria guerra”. Il mio Volodja ha scelto per sé quella guerra dimenticata, ora migliaia di Volodja stanno morendo in Ucraina. Ho scritto di coloro che sono stati mutilati e uccisi in quella guerra lontana, ma a quanto pare ho scritto della tragedia nella vicina Ucraina.

ES: Qual è secondo Lei il ruolo dello scrittore nel panorama letterario e culturale contemporaneo? Quale ruolo dovrebbe ricoprire?

MS: La letteratura è l’apparato circolatorio dell’umanità attraverso il tempo, le parole ci collegano a tutti coloro che hanno vissuto su questa terra prima di noi e che verranno dopo, per succederci. Il compito dello scrittore e “nel panorama letterario e culturale contemporaneo” è sempre lo stesso: dare all’umanità la possibilità di aggrapparsi a qualcosa ci leghi attraverso i secoli, alla nostra umanità, per non annegare nel vuoto, nel freddo senz’anima, nella lotta bestiale per la sopravvivenza.

La letteratura, come ogni arte, non dovrebbe assolutamente occuparsi della politica attuale, è compito dei giornalisti. L’artista dovrebbe occuparsi delle cose che non competono i giornalisti. Quando ascolto la musica immortale di Bach o di Rachmaninov, quando leggo i versi di Tolstoj o di Brodskij, io stesso divento un po’ immortale in quel momento. Questo è il significato dell’arte. È per questo che la letteratura era necessaria cento anni fa e lo sarà sempre.

Ma uno scrittore non può rimanere uno scrittore 24 ore su 24, un “ostaggio dell’eternità” secondo Pasternak, vive qui e ora. E ora c’è una guerra in corso. E per uno scrittore russo questa guerra è particolarmente vile e mostruosa.

È particolarmente doloroso essere uno scrittore russo adesso. Le autorità russe con ipocrisia hanno dichiarato che l’obiettivo dell’operazione speciale è la salvaguardia della lingua russa, del popolo russo e della cultura russa,e hanno fatto della mia lingua la lingua degli assassini. Ora tutto ciò che riguarda la cultura e la letteratura russa è collegato anche ai mostruosi crimini di Buča. Quello che sta accadendo in Ucraina è un crimine non solo contro l’umanità e contro le persone, è anche un crimine contro la mia lingua. 

Cosa mi resta da fare? Devo lottare per la mia lingua, non ci rinuncerò così facilmente. Ma l’odio per tutto ciò che è russo crescerà ogni giorno, lo so per esperienza personale. Mio padre andò in guerra a 18 anni per vendicare la morte del fratello maggiore e poi per tutta la vita ha odiato i tedeschi, la loro lingua, odiava visceralmente tutto ciò che era legato alla Germania. Ricordo molto bene quando cercai  di parlargli: “Papà, lì ci sono scrittori meravigliosi. E la lingua tedesca è bellissima”. Le mie parole erano deboli. Cosa dirò agli ucraini? Conosco ucraini le cui case sono state distrutte dai missili russi, i cui soldati russi hanno ucciso i loro parenti. E cosa dirò a loro? Che la letteratura russa è meravigliosa, che la lingua russa è bella? 

Faccio quello che posso. Posso solo parlare e scrivere. Ora ho una missione: dimostrare all’umanità che il Russo non è un assassino, che la lingua russa non è la lingua degli assassini.