“Siete tutti degli omosessuali repressi”: il manifesto gay di Evgenij Charitonov

Anastasia Komarova

 

Evgenij Charitonov (Novosibirsk, 1941 – Mosca, 1981) è stato uno scrittore e poeta dell’andergraund moscovita. Durante la sua breve vita non ha pubblicato una sola riga: tutte le sue opere circolavano in samizdat, mentre le prime pubblicazioni ufficiali hanno avuto luogo solo dopo la sua morte: una prima raccolta delle sue opere a cura di Jaroslav Mogutin (ora Slava Mogutin) uscirà in Russia con il titolo Slezy na cvetach (“Lacrime sui fiori”) soltanto nel 1993, ben 12 anni dopo la sua scomparsa e con un consistente ritardo rispetto all’ondata di “canonizzazioni” dellǝ autorǝ del samizdat sovietico, mentre si dovrà aspettare il 2005 per un’edizione critica e accurata delle sue opere, uscita a cura di Gleb Morev con il titolo Pod domašnim arestom (“Agli arresti domiciliari”). In Italia Evgenij Charitonov resta praticamente sconosciuto ai più, poco studiato e quasi per niente pubblicato: le traduzioni italiane si limitano al racconto Duchovka (“Il forno”), inserito nell’antologia I fiori del male russi (2011) e a qualche poesia apparsa su “Ritmica” nel 1993. Sebbene non sia mai stato apertamente perseguitato per la sua omosessualità, classificata come reato in base all’art. 121 del Codice Penale dell’Unione Sovietica (rimasto in vigore fino al 1993), c’è chi ravvisa proprio nell’omofobia la causa della sua scarsa fortuna editoriale.

Evgenij Charitonov nel suo studio, dall’archivio privato di Tat’jana Ščerbina. ©Tat’jana Ščerbina, 1977.

Evgenij Charitonov viveva due vite parallele che non si intersecavano mai tra loro: la prima, quasi ufficiale, pubblica di uomo di teatro noto e apprezzato negli ambienti culturali moscoviti; l’altra, sommersa e clandestina, di scrittore non conformista e omosessuale, che costituisce la materia principale delle sue opere, scritte da una prospettiva di “doppio sottosuolo”. 

Scrittore non ufficiale, ma nemmeno dissidente, Evgenij Charitonov è ricordato dai contemporanei come una persona riservata e solitaria, che si collocava fuori da qualsiasi subcultura, movimento o gruppo letterario, pur godendo di una certa fama ed essendo oggetto di un vero e proprio culto da parte dellǝ giovanǝ dell’andergraund moscovita.

Il maggior merito di Evgenij Charitonov è quello di essere stato il padre della moderna letteratura omosessuale russa, il primo ad aver fatto dell’omosessualità un tema centrale delle proprie opere, a scriverne in modo diretto e sostanzialmente nuovo, senza autocensura. La lingua impiegata da Charitonov è cruda, realistica, simula il fluire del parlato e mira a una resa diretta delle emozioni, grazie anche a una sintassi originale e un’ortografia peculiare. Si tratta di una lingua apparentemente povera, che trasmette un’impressione di mancanza di vie d’uscita, apatia e sofferenza, una “vendetta contro la cultura ufficiale” in cui la parola diventa antiletteraria e contribuisce a configurare una (anti)estetica lontana anni luce sia dal realismo socialista imperante nella letteratura ufficiale che dal pathos antisovietico dellǝ dissidenti.

Tutta la prosa di Charitonov è autobiografica. Lo scrittore si racconta in prima persona, senza finzioni, eliminando la distanza tra autore, narratore e protagonista e usando se stesso come materiale per le proprie opere: la parola sembra fluire direttamente dalla vita stessa e il diritto alla parola, come nel caso del più celebre Venička di Venedikt Erofeev (secondo un parallelo suggerito da Kirill Rogov), è giustificato dal non conformismo della maschera indossata dall’autore. Il protagonista delle sue opere è, insomma, uno di quegli “umiliati e offesi”, degli innumerevoli “uomini del sottosuolo” e di molti altri “uomini superflui” che popolano la letteratura russa.

Nella prosa di Charitonov si alternano varie tipologie testuali (sequenze narrative, poesie, flussi di coscienza, riflessioni), seguendo un’impostazione che rimanda agli scritti di Vasilij Rozanov. Questo genere di prosa prende il nome di rozanovščina. Evgenij Berštejn individua nell’impiego di questo genere una caratteristica peculiare della prosa omosessuale russa rispetto agli standard narrativi occidentali, che propendono piuttosto a un’apologia dell’amore omosessuale sotto forma di Bindungsroman. Nel caso della rozanovščina invece chi scrive affronta la propria sessualità da un punto di vista metafisico ed esistenziale, dando vita a una scrittura ricchissima di possibilità espressive sul piano estetico, ma del tutto estranea a qualsiasi questione di carattere sociopolitico. 

La condizione di “dissidente al cubo”, come lo definì Gleb Morev, non porta mai Charitonov in aperta opposizione al potere e all’ordine costituito che, anzi, considera indispensabili affinché l’artista possa fare sacrificio di sé. La “Patria Sovietica Russa” assume le funzioni di garante della Legge, che è eterna e immutabile: l’unica via è la rassegnazione al proprio destino di “scrittore impubblicabile” e omosessuale al quale è negato ogni diritto alla felicità. E c’è chi ravvisa nella stessa morte dello scrittore un tragico intreccio tra il destino letterario e quello esistenziale. Per Mogutin l’uomo Charitonov è morto proprio nel momento in cui la sua presenza è diventata manifesta, in cui lo scrittore e l’intera cultura andergraund stavano per uscire dalla clandestinità ed entrare, finalmente, nel mercato editoriale. Nel 1981 Evgenij Charitonov e altri sei scrittori avevano infatti intrapreso il tentativo di pubblicare in tamizdat l’antologia Katalog (“Catalogo”, 1982). Quando la raccolta era già pronta per essere spedita oltrecortina i sette sono stati scoperti dal KGB, perquisiti, alcuni di loro arrestati e le loro opere requisite dalla polizia e in parte distrutte. Durante la perquisizione in casa sua Evgenij Charitonov fu colto da un infarto e morì di arresto cardiaco due settimane dopo, a soli 40 anni. Di contro, il destino di Charitonov scrittore ha avuto inizio soltanto dopo la sua morte, seppur a fatica. 

È probabile che proprio la scelta di dedicare la maggior parte delle sue opere a questo amore “altro”, questa sua unicità rispetto al panorama culturale coevo abbia impedito alle sue opere di diventare bestseller del samizdat, poiché il giudizio sui suoi scritti equivaleva di fatto al giudizio che il pubblico aveva dell’omosessualità e che, nel migliore dei casi, si traduceva in un atteggiamento ironico o, nel peggiore e più frequente, sfociava in un’avversione aggressiva e bigotta.

A dimostrazione della difficile e travagliata ricezione dell’opera di Evgenij Charitonov in Russia, dove rimane tutt’ora un personaggio complesso e controverso, Slava Mogutin (costretto a emigrare negli Stati Uniti dopo la pubblicazione di Slezy na cvetach) riporta le reazioni seguite all’uscita del volume: ignorando del tutto o quasi la qualità letteraria dei testi di Charitonov, lǝ recensorǝ lo misero letteralmente alla gogna, dando sfogo alla propria indignazione per i contenuti omoerotici, non degnandosi nemmeno di compiere la semplice e, nel caso di un’opera letteraria, si direbbe, ovvia separazione tra autore e personaggio, dando per scontata l’identità dei due e imputando al primo i peccati mor(t)ali del secondo. Ciò valeva sia per la stampa di destra che per quella più progressista e liberale, e a tale atteggiamento non erano estranee nemmeno persone un tempo vicine allo scrittore: è il caso, per esempio, di Ljudmila Petruševskaja, amica di Charitonov e ammiratrice del suo talento teatrale, che dichiarò di essere assolutamente contraria alla pubblicazione delle opere di Charitonov a causa dei riferimenti espliciti all’omosessualità.

La prosa qui proposta è ritenuta il “manifesto gay” di Evgenij Charitonov. Non si tratta, tuttavia, di un manifesto “impegnato”: l’autore scrive da una prospettiva completamente apolitica, propendendo piuttosto verso una visione estetica e soprattutto religiosa. La tensione omoerotica assume nelle sue opere i tratti di un amore impossibile, di un desiderio inappagato che porta all’ascesi, al rifiuto di una visione libertina o di una qualsivoglia rivendicazione di diritti e si realizza in una forma di astinenza e, in ultima analisi, di accettazione del proprio destino. La clandestinità dell’autore e della sua opera si fondono insieme, conferendo alla scrittura di Evgenij Charitonov un carattere esistenziale. L’unica soluzione è vivere nella parola e, attraverso essa, costruire il proprio io, che trova la sua ragion d’essere nel dare voce al doppio sottosuolo nel quale è relegato.

La traduzione è tratta dalla seguente edizione: Evgenij Charitonov, Pod domašnim arestom, Glagol, Moskva 2005.

Giotto di Bondone, particolare dell’Ultima cena, affresco della Cappella degli Scrovegni a Padova, 1303-1305

VOLANTINO

“Noi siamo fiori sterili е mortiferi. E in quanto fiori dobbiamo essere raccolti in bouquet e messi in un vaso per abbellimento. 

La nostra questione somiglia in qualche misura a quella ebraica. 

Per esempio, così come il loro genio, secondo una diffusa opinione antisemita, prospera più spesso nel commercio, nel mimetismo, nel feuilleton, nelle arti senza pathos, nell’accortezza quotidiana, nell’arte della sopravvivenza e ci sono, si potrebbe dire, degli ambiti creati appositamente da loro e per loro; così anche il nostro genio prospera, per esempio, nella più vacua smorfiosa delle arti, cioè nel balletto. È palese che siamo stati noi a crearlo. Che si tratti di danza in senso letterale o di una canzonetta qualunque, o di una qualsiasi altra arte, l’importante è che alla sua base ci sia il diletto.

Come il popolo giudaico deve essere deriso attraverso la barzelletta e nella coscienza di tutta l’umanità non-ebrea deve restare saldamente impressa l’immagine del passero-giudeo, affinché la giudeofobia non si estingua – altrimenti, cosa potrebbe mai impedire agli ebrei di occupare tutti i posti di rilievo? (e c’è la credenza che proprio questo evento segnerà la fine del mondo) – 

così anche la nostra lieve specie floreale col nostro polline che vola chissà dove deve essere derisa e trasformata in insulto dal rozzo franco buon senso del popolino. Affinché ai ragazzini inesperti e sciocchi, prima che i desideri maschili si affermino definitivamente in loro, non venga in mente di cedere alla tentazione di innamorarsi di sé stessi. 

Perché è ovvio, e non può esserci (per noi) alcun dubbio, ma questo pensiero è esiziale e non deve essere lasciato sfuggire apertamente nel mondo (per non avvicinare la fine del mondo dall’altra parte), ma è così: voi tutti siete degli omosessuali repressi; ed è giusto, voi dovete una volta per tutte immaginare questa cosa come meschina e ripugnante e anzi non dovete immaginarla affatto. 

Eppure il fatto che tutti voi siate noi è chiaro come la luce del sole. 

Altrimenti, ditemi, perché amereste così tanto voi stessi, ovvero una persona dello stesso sesso, quando vi guardate nello specchio? perché gli adolescenti sarebbero platonicamente innamorati del capobranco della cricca del cortile? perché persone non più giovani certe volte guardano i più giovani con un sospiro, rivedendo in loro quello che non potranno essere mai più? perché alle Olimpiadi esibireste i più giovani e belli all’ammirazione del mondo intero? Ovviamente, ai vostri occhi naturali tutto ciò non ha assolutamente alcun fine amoroso! E non deve averlo! Altrimenti il mondo si polarizzerebbe, le passioni dei sessi si chiuderebbero su se stesse e avremmo Sodoma e Gomorra. 

In quanto prescelti e predestinati, dobbiamo essere descritti con tratti di odio, affinché il nostro esempio non diventi contagioso. 

La nostra elezione e funzione consiste nel vivere di un solo amore (insaziabile e infinito). 

Mentre voi, trovato in gioventù il compagno della vita (la compagna), se pure vi guardate attorno e vi separate, e poi ne incontrate uno nuovo, vivete comunque per lo più circondati dal calore famigliare e liberi dalle ricerche amorose quotidiane, liberi di dedicarvi a qualche attività intellettuale, o a un mestiere, o quantomeno alla sbronza. 

Invece noi Fiori abbiamo legami fugaci, non siamo limitati né da frutti né da obblighi. Noi, le persone più vacue, vivendo nella costante attesa di nuovi incontri, ascoltiamo dischi di canzoni d’amore fino alla tomba e cerchiamo nervosamente con lo sguardo sempre nuovi e giovani voi. 

Ma è proprio il fior fiore del nostro vacuo popolo a essere chiamato a danzare la danza dell’amore impossibile e a cantarlo con dolcezza. 

Noi governiamo in segreto i gusti del mondo. Ciò che voi trovate bello, spesso siamo noi a deciderlo, ma non sempre ve ne accorgete (se n’era invece accorto Rozanov). Evitando nella vita tante delle cose che infiammano voi, noi in secoli e momenti diversi ci siamo espressi con i nostri segni, e voi li avete presi per espressioni di elevata ascesi o bellezza decadente con una specie di significato universale. 

Per non parlare del fatto che spesso siamo noi a dettare la moda dei vostri abiti, e siamo sempre noi a mettere in mostra per voi delle donne tali, che forse voi per vostro diretto desiderio non avreste mai scelto. Se non fosse stato per noi, avreste avuto nei gusti una predilezione ancora maggiore verso ciò che è diretto, carnale, sanguinoso. Guardando noi, spesso senza rendervene conto, avete dato grande importanza a ciò che è frivolo e gratuito. 

Ed è chiaro come la luce del sole anche il fatto che proprio tutto ciò che è effemminato, malizioso, tutti gli angeli caduti, tutti coloro che si adornano di collane, fiori di carta e lacrime sono cari a Dio; a loro spetta il primo posto in paradiso e il bacio del Signore. Le migliori tra le nostre giovani creature perdute le metterà a sedere più vicine a sé. Invece tutto ciò che è devoto, normale, barbuto, tutto ciò che sulla terra è additato come esempio, il Signore, pur approvandolo col suo amore, in segreto, in cuor suo, non lo ama. 

La legge occidentale permette ai nostri fiori incontri aperti, l’esibizione di noi nell’arte, i club, le adunate e le dichiarazioni dei diritti: ma quali? e a cosa? 

Nella morale retrograda della nostra Patria Sovietica Russa c’è un proprio disegno! Fa finta che non esistiamo, mentre il suo Canone Penale vede nella nostra esistenza floreale una violazione della Legge; poiché più siamo in vista, più sarà vicina la Fine del Mondo.”

Bibliografia:

Evgenij Charitonov, Pod domašnim arestom, Glagol, Moskva 2005.

Evgenij Charitonov, Slezy na cvetach, Glagol, Moskva 1993.

Sitografia:

Dmitrij Volček, “V dvojnom podpol’e”, Radio Svoboda, 11.06.2011: https://www.svoboda.org/a/24229432.html  (ultima consultazione: 10/06/2022)

Interessante progetto multimediale dedicato a Evgenij Charitonov: https://uzor.xyz/uzor/uzor (ultima consultazione: 10/06/2022).

Evgenij Berštejn, “O rozanovščine”: http://www.ruthenia.ru/document/539850.html  (ultima consultazione: 10/06/2022).

Apparato iconografico:

Immagine di copertina: https://autogear.ru/misc/i/gallery/13628/1391080.jpg

Immagine 1: http://os.colta.ru/literature/events/details/23177/ 

Immagine 2: https://it.wikipedia.org/wiki/Ultima_Cena_(Giotto)#/media/File:Giotto_di_Bondone_-_No._29_Scenes_from_the_Life_of_Christ_-_13._Last_Supper_-_WGA09214.jpg

 

 

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