“La gioia per l’eternità” di Aleksej Losev e Valentina Loseva, la centralità della testimonianza

Martina Mecco

La gioia per l’eternità. Lettere dal gulag (1931-1933) (Radost’ na veki. Perepiska lagernych vremen) è stato pubblicato lo scorso dicembre per la casa editrice Guerini e Associati all’interno della collana “Narrare la Memoria”. Per la stessa, che si occupa di questioni fondamentali quali la diffusione in Italia di testimonianze risalenti all’epoca sovietica, era già stata pubblicata l’opera L’arte in rivolta di Nikolaj Punin. L’edizione è, inoltre, arricchita da una postfazione ad opera di Elena Takho-Godi e da un ricco apparato di note, essenziali alla comprensione di alcuni passaggi che, altrimenti, sarebbero espliciti solo agli specialisti.

Link al libro: https://www.guerini.it/index.php/prodotto/la-gioia-per-leternita/

Copertina La gioia per l'eternità


La pubblicazione in italiano del carteggio tra i coniugi Losev ha un’importanza fondamentale. Il motivo risiede in questioni di natura differente. In primo luogo, si aggiunge un tassello a quella che è la ricezione italiana del fenomeno dei lager sovietici depolarizzando quello che è il riferimento solito, seppur fondamentale, ai grandi rappresentanti della lagernaja literatura Varlam Šalamov e Aleksandr Solženicyn. In secondo luogo, essa conferma l’importanza che la conservazione della memoria svolge nel tempo contemporaneo anche oltre i confini dell’odierna Russa. Questo aspetto rimanda, in modo tragico, alle vicissitudini che hanno da poco segnato l’associazione Мемориал (Memorial), liquidata lo scorso dicembre (per informazioni sulla stampa italiana cliccare qui http://www.memorialitalia.it/la-stampa-italiana-sulla-liquidazione-di-memorial/). Un’opera come La gioia per l’eternità evidenzia la necessità di coltivare l’attenzione nei confronti delle testimonianze che si inseriscono nelle pagine più tragiche della Storia del secolo scorso, con il fine di costruire una visione critica non solo su questi, ma anche sulle sorti della contemporaneità. Volendo citare le parole dell’autore Premio Nobel ungherese Imre Kertész all’interno del saggio Il secolo infelice:

Quindi ciò che riteniamo, oppure definiamo, irrazionale e incomprensibile, non si cela nei fattori esterni ma piuttosto nel nostro mondo interiore. Semplicemente non riusciamo, non osiamo e non vogliamo confrontarci con il fatto brutale che quella bassezza dell’esistenza a cui l’uomo nel nostro secolo è giunto, non è soltanto la storia peculiare e strana – “incomprensibile” – di una o due generazioni, bensì una norma delle esperienze che include la generale fatalità umana, quindi, in un determinato insieme di circostanze, anche la nostra.” (pp. 102-103)

Il punto di vista di Kertész torna spesso, non solo nella sua opera saggistica ma anche nei suoi romanzi, sulla necessità di una prospettiva collettiva critica sul passato e, in particolare, sulla dimensione del trauma storico, nei confronti del quale l’uomo ha vissuto un fallimento esistenziale. Muovendo da questo principio fondamentale, se, come affermato da Hannah Arendt in Le origini del totalitarismo, “i lager sono i laboratori dove si sperimenta la trasformazione della letteratura umana”, la letteratura si rivela essere lo spazio culturale all’interno del quale può avvenire la conservazione e la rielaborazione di quanto accaduto in questi spazi fisici dominati da quello che la stessa Arendt definisce in termini di “male assoluto”. La creazione di una memoria culturale collettiva – concetto sviluppato prima in Francia e, successivamente, in Germania – si rivela essere una prerogativa essenziale ed esistenziale dell’umanità in quanto tale. A contribuire alla sua realizzazione sono dunque sia opere letterarie, come nel caso dei racconti del già citano e conosciutissimo Šalamov che credeva fermamente nella necessità di veicolare la verità e in un legame tra la dimensione della parola e quella dell’azione, sia opere che esulano dal genere e si ergono a testimonianza diretta.

Fatte delle doverose premesse iniziali, si torni dunque a La gioia per l’eternità, una raccolta di lettere scambiate tra il 1931 e il 1933 tra i coniugi Losev, Aleksej e Valentina. In realtà, all’interno dell’edizione sono presenti anche epistole indirizzate anche ai genitori di Valentina, che ebbero un ruolo fondamentale durante gli anni che i due trascorsero da detenuti. Come già affermato nei paragrafi precedenti, l’opera appartiene a un più ampio bacino di testimonianze che ancora aspettano di venire diffuse, mentre altre, come nel caso di Pavel Florenskij (Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo), hanno già raggiunto un pubblico di non specialisti del settore. Come osservato nella postfazione di Takho-Godi, la figura di Aleksej Losev non ha grande risonanza in Italia, mentre invece nel contesto russo è un nome particolarmente noto. L’autrice della postfazione procede dunque con lo stilare una breve biografia di Aleksej, in modo tale da fornire un contesto che renda l’opera accessibile al lettore. Tra le informazioni riportate spicca quella relativa all’arresto, avvenuto il 18 aprile del 1930, poco dopo la pubblicazione – a proprie spese – di alcuni dei suoi testi filosofici. Non a caso, il pretesto fu proprio uno di questi, ovvero l’opera Dialettica del mito, citata spesso da Aleksej stesso nelle lettere a Valentina.

Una delle caratteristiche fondamentali di questo carteggio è la profonda intimità che lo permea, ovvero il fatto che i discorsi sviluppati rivelano in modo diretto il carattere del legame affettivo che legava i coniugi. Accanto a ciò è presente, però, un altro aspetto, ovvero la tendenza a incanalare la riflessione su concetti di stampo filosofico – manifestata principalmente da Aleksej, complice la sua formazione intellettuale. La sfera filosofica, spesso attinente a quella esistenziale, non è però l’unica. Nel caso di Valentina, ad esempio, si incontra una riflessione esistenziale sulla condizione di chi la circonda io un discorso che supera la condizione di contrapposizione tra un “noi” e un “loro”:

Oh, Jasočka, quando dolore umano ho visto nel mio anno a Butyrki, e, in generale, in questi due anni! Ho l’impressione di essere io stessa una goccia nell’oceano. Sono circondata da uomini, pieni di rabbia, certo, ma tanto infelici! Noi conosciamo un’altra vita, la scienza ecc. ma loro, loro cosa conoscono? Cosa ci si può aspettare da loro? Questo cosiddetto «mondo del crimine» è terribile e penoso a vedersi. Hanno le loro leggi, la loro etica, sono un gruppo a parte, eppure sono esseri umani. Quale consolazione conoscono? Anche la loro anima cerca l’amore e la consolazione.” (p.125)

Questo rimarcare il bisogno di consolazione a cui l’umanità è condannata – in cui risuona, seppur fuori contesto, il discorso del giovane anarchico svedese Stig Dagerman quando ne Il nostro bisogno di consolazione (1952) afferma “di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non è può essere soddisfatto” – è solo uno dei temi che emergono nelle lettere. Nel caso di Aleksej si riscontra spesso la tendenza a sottolineare la sua situazione di sconforto – dovuta alle condizioni di salute e alla distanza da Valentina – con immagini e dichiarazioni forti, che esprimono in modo diretto la sua esasperazione. Se per lo Šalamov dei Racconti della Kolyma ogni minuto nel lager è un minuto avvelenato”, per Losev l’accatastarsi di questi minuti diventa una situazione spesso insostenibile, la cui unica via d’uscita è per lui possibile nella stesura delle lettere alla moglie. Tuttavia, non è un sentimento privo di reazione, al baratro che descrive egli tende sempre a contrapporre la presenza di un sentimento di gioia e della sua impossibilità – nonché rifiuto – di rinunciare alla vita. Ad alimentare la varietà di queste riflessioni ne concorrono anche alcune che si riferiscono alla sfera personale di Aleksej. Egli, ricordando le canzoni che era solita intonargli la madre “un eroe leggendario tu sarai nell’aspetto / e un cosacco nell’anima”, scrive:

Temo che il tuo cosacco, privato del suo cavallo bianco e delle armi, incatenato braccia e gambe, sia realmente vinto in questa lotta impari. […] Tutto è perduto, tutto è passato, e io non sono più un eroe leggendario, anche l’immagine santa mi è stata tolta e profanata. Non mi resta che essere cosacco nell’anima […].” (pp- 84-85)

Античный космос и сталинский миф. Судьба Алексея Лосева

Un’ulteriore caratteristica degna di attenzione è lo stile con cui questo carteggio è scritto. Non bisogna infatti dimenticare il contesto intellettuale a cui Aleksej e Valentina appartengono. Ciò comporta, spesso, una elevazione dello stile, soprattutto quando le tematiche esposte necessitano di essere enfatizzate per la loro importanza. Ad esempio, quando Aleksej affronta questioni complesse come la condizione di solitudine o l’apparente assenza di speranza utilizza spesso delle immagini liriche, talvolta connesse con la dimensione del paesaggio.

Considerando in modo congiunto lo stile del carteggio e i temi che vengono veicolati si perviene a un altro aspetto che contribuisce, insieme a quelli elencati precedentemente, a evidenziarne l’importanza. Difatti, la lettera in quanto tale si rivela essere un mezzo attraverso cui veicolare concetti secondo uno stile e un punto di vista che esula la censura – molto forte in quegli anni nella cultura sovietica. Caratteristica che, tra l’altro, si riscontra anche in altri contesti affini a quello in cui cominicano i sue coniugi Losev. Per concludere, la pubblicazione del volume La gioia per l’eternità si rivela essere preziosa non solo per il suo valore testimoniale, ma anche per quello letterario e, soprattutto, esistenziale.

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