Una studentessa a Mosca nel 1979. Intervista a Donatella Possamai

Intervista a cura di Martina Mecco

 

Nell’introduzione a I ragazzi di Leningrado (recensione qui) di Carlo Fredduzzi, pubblicato da Sandro Teti, l’editore parla dell’importanza che hanno le testimonianze di coloro che sono stati studenti nelle università russe durante gli anni dell’Unione Sovietica. Consapevoli di questa importanza, che vale soprattutto in riferimento ai giovani studenti che hanno avuto o si accingono ad avere una tale esperienza, i membri della redazione di Andergraund Rivista hanno deciso di intervistare Donatella Possamai, che all’età di vent’anni è stata a sua volta studentessa a Mosca. Da questo confronto è uscita una testimonianza davvero interessante, dove ad essere raccontate non sono solo le esperienze prettamente universitarie, quanto il significato che un’esperienza come questa racchiude.

Donatella Possamai è attualmente professoressa di lingua e letteratura russa presso l’Università degli Studi di Padova. I suoi interessi accademici riguardano principalmente la letteratura del Novecento e contemporanea, concentrandosi in particolare sulla produzione postmodernista, è infatti autrice di Cos’è il postmodernismo russo? Cinque discorsi interpretativi (2000) e Al crocevia dei due millenni. Viaggio nella letteratura russa contemporanea (2018). La prospettiva dei suoi studi si sviluppa anche in chiave comparatista, cercando di individuare le linee comuni che intersecano la produzione letteraria russa e il panorama globale. Si è occupata anche di traduzione, che definisce “una sfida ludica nel senso migliore del termine, come la composizione di un fantastico tangram pluridimensionale”. Nel 2013 è entrata nella shortlist del premio Gor’kij con la traduzione de Là c’era una coppia di Vladimir Makanin, pubblicato nel 2010 da Amos Edizioni. Si segnala, inoltre, la sua traduzione dell’Arpagoniana di Konstantin Vaginov, pubblicato dalla casa editrice Voland.

Lo стеуденческий билет (studenčeskij bilet) firmato da da Vitalij Kostomarov

MM: Inizierei con una domanda di inquadramento della sua esperienza. A quando risale la sua prima esperienza in Unione Sovietica e quali sono stati i motivi che l’hanno spinta a partire?

DP: Parto dalla coda. Il motivo principale è stato lo studio della lingua russa, motivo che affonda radici ancora più lontane, perché quando ero ancora alle medie ho avuto una brutta appendicite finita in peritonite. Mi sono fatta una ventina di giorni in ospedale. Tra l’altro, il mio compleanno ci cadeva in mezzo e vennero le compagne di scuola a trovarmi. In quell’occasione mi regalarono la prima traduzione integrale de Il maestro e Margherita, il libro che mi ha tuffato nella letteratura russa, anche se avevo sempre avuto l’abitudine di leggere molto e avevo già letto qualche altro libro di letteratura russa dell’Ottocento. Sul quando, invece, era il 1979 in occasione di un soggiorno presso l’Istituto Puškin per studiare la lingua. All’epoca, l’edificio del Puškin dove alloggiavo non era nemmeno stato ultimato e ricordo che la mattina dovevamo andare a piedi alla fermata del bus, per poi fare un lungo viaggio con i mezzi per arrivare a lezione. Il fatto che ci fossero i lavori in corso implicava che ci toccasse attraversare un percorso da “marines”. Infatti, se da noi c’è l’abitudine di costruire prima le strade e poi le case, in URSS invece funzionava al contrario e questo era il caso dell’edificio dell’Istituto in cui alloggiavamo. Un palazzo di una quindicina di piani in cui, come scherzavamo allora, l’ascensore funzionava nei giorni pari alle ore dispari a nei giorni dispari alle ore pari. A parte la fatica delle scale, quando le temperature si alzavano e il terreno si sgelava, fuori si affondava nel fango; quell’anno non fu particolarmente freddo ⎯ ricordo anni successivi con temperature ben più severe. C’era con noi una studentessa di Napoli, piccolina, non proprio attrezzata per l’inverno e dotata unicamente di un paio di scarpe da ginnastica. Una volta, mentre cercavamo di andare a prendere l’autobus, il fango le imprigionò la scarpa da tennis e lei perse l’equilibrio e ci finì lunga distesa dentro. Col fatto che non aveva altri vestiti invernali con sé e nessuna di noi aveva la sua taglia, le toccò lavare tutto e restare a casa una settimana. Sì, era il 1979, il 24 dicembre di quell’anno le truppe sovietiche entravano in Afganistan e noi eravamo arrivate lì il 30 di ottobre, se non sbaglio. La mia prima tessera per la biblioteca Lenin è del 2 novembre, quindi sì, 30-31 ottobre 1979.

 

MM: Qual è stata, invece, la prima immagine che ha avuto di Mosca una volta arrivata?

DP: Questo non è francamente uno dei miei migliori ricordi. Mi aspettavo qualcosa di colorato, dalle tinte forti. Invece, arrivando lì ci vennero a prendere con un pulmino scassatissimo e ricordo quella lunga strada, praticamente vuota, di un grigiore assoluto e totale. Non c’era ancora la neve e l’impressione del grigiore generale su una ragazza di vent’anni non esercita grande attrazione. Questa fu solo la prima immagine, che dopo cambiò nel corso dei mesi perché in realtà mi divertii moltissimo. Sia io che le mie compagne, chi più chi meno, anche perché era un cambiamento molto forte. Era la mia prima esperienza in una grande città, avevo viaggiato per le vacanze, forse ero stata a Parigi, ma l’impatto di una città così enorme su qualcuno che bene o male aveva sempre vissuto in una città raccolta come Padova era davvero notevole. Ricordo che in quel gruppo c’erano anche delle ragazze che venivano da Milano e per loro fu meno traumatico. Era difficile affrontare una città così grande tutte le mattine con così tanti mezzi, a maggior ragione per me che sono nata e cresciuta in centro a Padova dove mi spostavo a piedi o al massimo in bicicletta. L’edificio dove facevamo lezione allora si trovava in Ulica Šuseva (oggi Granatnyj pereulok), molto lontano dalla casa dello studente in Ulica Volgina. Dimenticavo di dire che, oltretutto, arrivavamo ai corsi senza colazione perché non c’era ancora la mensa interna e le cucine comuni dei piani erano infrequentabili. Questo primo impatto di grigio e grande fatica era però stemperato da questo mondo grande e nuovo che ci circondava, a cui si aggiungeva la soddisfazione di stare facendo qualcosa per lo scopo che si voleva perseguire. E poi sentivo quest’aria di magia, di cui ero probabilmente debitrice a Bulgakov. Ho ripescato il mio diario di quegli anni, dove ci sono degli stralci in cui parlo di questa atmosfera fiabesca, di questa conoscenza che avevo solo dai libri che improvvisamente diventava un po’ realtà, ma che ero incapace di afferrare. Il diario è punteggiato da molte frasi come “sono stanchissima” oppure “oggi per fortuna sono riuscita a dormire fino a mezzogiorno”, eravamo sempre in giro, a perderci nei meandri della città per scoprire angoli che pensavamo solo nostri. Stavamo fuori più che potevamo. Poi con la neve la fatica aumentava, tant’è che mi ricordo come la prima volta che ci sono stata in primavera ebbi l’impressione che il solito percorso per arrivare alla fermata dell’autobus si fosse dimezzato. L’immagine più potente che serbo ancora è di stare per toccare qualcosa ma di non riuscire a farlo, come nei sogni. I miei rimandi letterari erano a una Russia prerivoluzionaria, la Russia degli zigani e delle corse in slitta un mondo che poco aveva a che fare con quello dell’URSS che ci circondava. Ma c’era la voglia di grattare via la crosta e scoprire il passato.

 

MM: Quali sono stati gli aspetti più difficili in quanto studentessa, anche strettamente linguistici? In un paese straniero il primo ostacolo che si incontra è proprio quello della lingua.

DP: Il mio livello di russo era, con il senno di poi, pessimo. Ci ho messo un mese e mezzo o forse due solo per capire cosa mi chiedevano quando mi si avvicinavano nell’autobus. Io abbozzavo un sorriso tra lo stupido e il colpevole: non riuscivo a capire e non volevo essere villana. Alla fine, dopo una serie di consultazioni anche con le mie compagne, capii che mi chiedevano “na sledujušej vy vychodite?” – “Scende alla prossima?”. Di difficoltà ce n’erano ovviamente, soprattutto nella vita quotidiana e non con gli amici, con cui invece c’era uno sforzo costante e reciproco per comprendersi. Per quando riguardava la vita “pubblica”, nei negozi o nei mezzi la gente era abbastanza scontrosa. Ricordo un episodio in cui in una delle scale mobili della metro un vecchietto era rotolato giù di circa metà e io e le mie compagne eravamo corse a soccorrerlo. Non può immaginare cosa ci ha detto e quanto ci ha insultate, siamo rimaste sconvolte. Abbiamo pensato “va bene non ringraziare, ma addirittura offendere è eccessivo”, ma era così, il clima era un po’ quello, sospettoso e diffidente. Tante difficoltà, un po’ meno quando ci si trovava con gli altri ragazzi della nostra età. Una volta andai al Gastronom n. 1 (più noto come Eliseevskij) sull’allora ulica Gor’kovo – oggi Tverskaja – feci una lunghissima coda per il banco dei formaggi per poi essere rimandata indietro perché non avevo capito che fosse necessario fare prima lo scontrino. Il che, di quei tempi, ha significato farsi più di due orette di coda. Insomma di cose così ne capitavano tutti i giorni.

 

MM: Spostandoci ora sull’ambito più legato alla dimensione universitaria, vorrei chiederle di parlare della sua esperienza in quanto studentessa, all’interno dei corsi e dei dormitori, nonché del rapporto con gli altri studenti.

DP: All’università sono rimasta subito traumatizzata. Siccome sono tendenzialmente una chiacchierona, alla prova di ammissione sono stata valutata un anno avanti rispetto alle mie compagne e mi hanno messo in un corso più avanzato. Mi dispiaceva lasciare le compagne con cui ero arrivata dall’Italia. Nonostante ciò, ho sempre avuto un “super-io” molto forte e ho seguito le istruzioni. Ho resistito circa una settimana. Innanzitutto, la mia apparente disinvoltura li aveva chiaramente ingannati e in realtà stavo seduta al banco senza capire niente; ho chiesto di essere retrocessa. All’epoca i corsi erano strutturati in modo abbastanza rigido, dovevo obbligatoriamente frequentare lezioni di fonetica che non avevo mai fatto. Mi mancavano le nozioni di base. Per il resto mi ricordo molto poco, la mia università era al di fuori delle aule. Erano gli amici a consigliare cosa leggere, frequentavamo anche intellettuali essendo stranieri, gente che aveva una conoscenza della letteratura non ufficiale. Più avanti, ho conosciuto anche la seconda moglie di Bulgakov, Ljubov’ Belozerskaja. Chi mi aveva accompagnato da lei si scocciò molto perché non ero stata capace di fare domande intelligenti. Aveva ragione, ma io non ero assolutamente in grado di formulare un discorso articolato e complesso in russo (e forse nemmeno in italiano…). L’università russa come tale forse non mi ha dato moltissimo in confronto al resto. Nello studentato si stava con altri coetanei anche se non c’era un luogo di ritrovo fisico, tant’è che passavamo moltissimo tempo in giro e al massimo ci si ritrovava la sera nelle camere. Ma torniamo alla sistemazione, tre erano in una camera tripla e due in un’altra camera doppia. Io ero in quella da tre perché eravamo tutte fumatrici, mentre le altre due non lo erano. Avevamo un bagno in comune che faceva anche da lavanderia, le lascio immaginare cos’era diventato quel bagno, c’erano vestiti, biancheria, calze appesi dappertutto. Nello studentato c’era un gruppo di studenti americani con cui legammo tantissimo e con cui ci facevamo obbligo reciproco di parlarci solo in russo, cosa ridicola perché replicavamo gli errori gli uni degli altri. Loro erano meglio organizzati, avevano un professore al seguito e potevano sfruttare meglio le lezioni che facevano. Noi, invece, eravamo una ventina di ragazze per così dire “abbandonate a noi stesse”. Sicuramente è stata una buona scuola di vita.

 

MM: Che differenze ha riscontrato tra studenti sovietici e studenti italiani, sia in termini di interesse, ma anche della coscienza politica? Ovviamente in Italia il ‘68 e gli anni Settanta sono stati fondamentale per il movimento studentesco-universitario, come in Francia.

DP: Quando si è giovani e coetanei si hanno linguaggi e riferimenti in comune, che però con i russi erano pochi. I russi conoscevano i loro cartoni animati e i loro fumetti, musicalmente non ascoltavano i Led Zeppelin, AC/DC o Pink Floyd, niente di tutto ciò. Quelli invece più grandi, già in parte nell’intellighenzia, avevano avuto modo di conoscere la cultura non ufficiale. C’era un po’ di difficoltà con quelli più giovani. All’inizio attiravamo molto l’attenzione, con i Moon boot mi sembrava di essere un animale al circo: per la strada si fermavano a guardare queste strane calzature spaziali perché non le avevano mai viste e questo mi metteva a disagio (e infatti dopo poco smisi di usarli). Però furono anche occasione per fare amicizia, con le dovute attenzioni perché in quegli anni i cosiddetti farcovščiki (spekuljanty) che si ammassavano vicino al Central’nyj Telegraf in ulica Gor’kogo volevano fare il cambio nero o acquistare abbigliamento occidentale. A volte erano anche persone interessanti, ma era meglio avere un po’ di circospezione.

 

MM: Per quanto riguarda letture ha avuto esperienze particolari, anche successivamente? Ha conosciuto altri intellettuali?

DP: Quello lo riferirei a un periodo più tardo, quella prima volta non ho fatto particolari letture anche perché, semplicemente, non ne ero in grado. Ricordo una scoperta fatta negli anni seguenti, che è stata un mio grande amore, ovvero la lettura della Povest´ nepogašennoj luny – Il racconto della luna non spenta di Boris Pil’njak. La prima volta è stato per me importante il teatro, andavamo tantissimo a teatro, anche se eravamo sfinite. Tornando al fatto della stanchezza, mi viene in mente un altro episodio. Ero in metro e mi ero placidamente addormentata, quando, a un certo punto, arrivata al capolinea, il controllore mi svegliò per farmi scendere. Avevo le braccia conserte e dovevo avere un’aria talmente penosa che qualcuno mi aveva infilato due arance negli incavi dei gomiti. Un regalo molto generoso per l’epoca: le arance erano un totale deficit al tempo.

 

MM: Successivamente per lavoro e in quanto ricercatrice ha avuto modo di visitare molte volte il Paese. Quale significato ha avuto per lei questa sua prima esperienza in URSS in relazione ai suoi viaggi futuri? Tralasciando il fatto che, ovviamente c’è stata la Perestrojka e molte cose sono cambiate, le sue percezioni sono mutate o sono ancora legate a questa prima esperienza?

DP: Ci dovrei pensare, ci sono stata moltissime volte cercando anche di conciliare studio e lavoro. Negli anni della Perestrojka ho sempre lavorato nel campo dello spettacolo, con il Festival di Sanremo a Mosca, la tournée di Loredana Bertè e poi di Albano e Romina Power e…

 

MM: Infatti, scusi se la interrompo, ma se non ricordo male, quando c’è stato il disastro di Čornobyl’ aveva fatto da interprete in televisione con una persona di Prypiat che era stata direttamente coinvolta…

DP: Sì, con il Maurizio Costanzo Show a Mosca ho telefonato al capo dei pompieri di Pripjat per chiedergli se avesse voglia di venire in televisione, ma purtroppo è morto una settimana dopo. È stato davvero traumatico, ricordo ancora la sua voce velata al telefono. In riferimento a questo fatto, mi è successa anche un’altra cosa poco prima del disastro di Čornobyl’. In occasione di un convegno sulle energie rinnovabili nel maggio di quell’anno a Roma, ho accompagnato all’aeroporto il responsabile delle fonti di energia atomica della Russia meridionale, che credo non abbia fatto una bella fine una volta tornato in patria. Ma ritorniamo alla sua domanda sul cambiamento delle sensazioni, che è davvero interessante. In realtà, più tardi, sono spesso andata a Pietroburgo. Forse il mio cuore continua a battere più per Mosca, anche se comunque sono affezionata a Pietroburgo che per noi italiani è “meno russa”, l’impronta artistica degli architetti italiani è molto forte. Mosca, invece, ha l’impatto di qualcosa di altro rispetto a quello a cui siamo abituati, semplicemente anche solo per le immagini visive. Solo nell’ultimo periodo ho smesso di andarci con continuità. A me è piaciuta questa modernizzazione così accelerata e devo dire che fino alla fine degli anni Ottanta non avrei mai pensato che potesse succedere quello che poi è successo. Un’esperienza di passaggio non gestita nel migliore dei modi, che ha creato delle grandi sacche di povertà. Ancora durante la Perestrojka, si entrava nei sottopassaggi della metro e l’immagine era agghiacciante, perché c’erano delle vecchiette che vendevano anche solo un tubetto di dentifricio. La situazione era davvero molto dura. Sembra brutto detto così, ma anche molto umano: devo dire che oggi Mosca sembra davvero più una metropoli e ha perso quel suo senso di alterità che mi ha sempre affascinato. Forse percepisco questo anche perché allora ero una giovane studentessa e con gli anni si diventa molto più impermeabili a sentimenti che prima erano ingigantiti. Detto questo, amo andarci, passeggiarci e incontrare gli amici, anche se ne sono rimasti pochi perché con la Perestrojka e la seconda metà degli anni Ottanta la maggior parte di loro è emigrata in America o in Israele. Ci vado ancora molto volentieri ma quel fascino si è perso.

 

MM: In chiusura le vorrei fare una domanda più divertente, curiosa. Lei, se non sbaglio, ha scritto un libro dedicato alla cucina russa, per questo le chiederei di parlarci delle sue esperienze culinarie da giovane studentessa a Mosca, anche di quelle più “terrificanti”.

DP: Non vorrei fare un discorso da snob o da privilegiata, ma di fatto privilegiate lo eravamo. In mensa si sopravviveva, non in tutte e bisognava fare delle scelte oculate. Io non ho mai avuto grossi problemi col cibo, questo mi avvantaggiava. Dato che non potevamo fare colazione, ci fermavamo a un grandissimo Gastronom che si trovava sotto una delle Vysotki di fronte alla Barrikadnaja dove, curiosamente, vendevano un enorme bicchierone di caffelatte. In questo caffelatte c’erano degli occhi di grasso enormi. Io trangugiavo il mio caffelatte ed ero pure contenta. Un’altra mia amica, però, stette male più di una volta. Credo che non dimenticherò mai quando ci siamo concesse la cena di Natale al ristorante Nacional’ di fronte alla Piazza Rossa. Essendo straniere potevamo permettercelo. La fatica di prenotare per telefono con il nostro livello di lingua non gliela descrivo nemmeno. Ma credo di non aver più visto, nemmeno in banchetti nuziali lussuosissimi, così tante delizie: storioni di tutti i tipi e in tutte le forme, salmone, caviale nero in quantità. Un’enorme tavolata imbandita per noi ragazze. Mi ricordo anche le prime esperienze con la kotleta po kievski. Si bucava con la forchetta e se il burro bollente non schizzava, allora non era ben fatta. Nei ristoranti ho mangiato delle cose davvero sublimi. Devo dire la verità, erano anni in cui c’erano soldi ma non c’era niente da comprare, per cui molte famiglie compravano cibo. Mi ricordo di aver mangiato anche a casa di amici brodi spettacolari con pirožki di carne e cavolo di una bontà sopraffina. La cosa buffa è stata che noi italiane che eravamo andate a studiare a Mosca alla fine ci siamo divise in due squadre: quelle che sono dimagrite molto e quelle che sono ingrassate molto. Io ho sempre odiato la frutta quindi non mi creava problemi mangiare proteine e grassi. Devo dire la verità, amo moltissimo la cucina russa e mi manca, mi mancano quegli anni in cui tutto sembrava possibile.

Padova, 26/03/2021

Apparato iconografico:

L’immagine è stata fornita dalla Prof.ssa Donatella Possamai.

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