Essere studente oltre la cortina di ferro. “I ragazzi di Leningrado” di Carlo Fredduzzi

Martina Mecco

Il libro di Carlo Fredduzzi I ragazzi di Leningrado. Memorie di uno studente italiano in URSS è stato di recente pubblicato dalla casa editrice Sandro Teti Editore. All’interno del catalogo è, inoltre, presente un’ampia scelta di testi legati alla letteratura e alla cultura russa, in particolare nella collana “I Russi e l’Italia”. Il libro di Fredduzzi, invece, appartiene alla collana “Historos”. In riferimento all’uscita del libro, è bene segnalare l’evento Facebook organizzato dall’Istituto di cultura e lingua russa di Roma, in occasione del quale Cecilia e Andrea del progetto Samizdat Newsletter hanno conversato direttamente con l’autore.

Libro: https://www.sandrotetieditore.it/project/carlo-fredduzzi-i-ragazzi-di-leningrado-memorie-di-uno-studente-italiano-in-urss/


Corre l’anno 1962, lo stesso della pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solžencyn, quando Carlo Fredduzzi, studente di russo alle prime armi e imbevuto della lettura di grandi autori come Šocholov e Fadeev, parte alla volta dell’Unione Sovietica. Il paese si trova vicino alle ultime battute d’arresto del disgelo chruščëviano, caratterizzato da una certa distensione culturale e sociale dopo gli anni dello stalinismo. Sebbene inizialmente assegnato in qualità di studente straniero presso l’MGU moscovita, viene successivamente spostato all’allora università Ždanov di Leningrado, la città del cavaliere di bronzo di Puškin e delle inquietanti atmosfere dostoevskiane.

La narrazione di Carlo Fredduzzi si snoda scavando nel ricordo della sua esperienza di studente italiano nell’URSS degli anni Sessanta, dove rimane fino al 1967. Il racconto ha inizio a Roma, dove l’autore, allora ventenne, decide di continuare i suoi studi a Mosca. Al lettore che ha in mente l’atmosfera e, soprattutto, la tensione politica di quegli anni tra i due blocchi separati dalla cortina di ferro può sembrare forse strabiliante che a un italiano fosse permesso di studiare in URSS. Difatti, si è soliti pensare che solo ai diplomatici o a persone con delle necessità particolari fosse possibile varcare la cortina. In realtà, in quegli anni il paese aveva messo in atto una politica di distensione, appunto il disgelo – Ottepel’, citando il titolo del famoso romanzo di Il’ja Ėrenburg –, all’interno della quale venne anche previsto un aumento degli studenti stranieri presso le università. A Mosca e Leningrado giungevano giovani da tutto il mondo, dal sud-est asiatico come dal continente africano, e tra questi Carlo Fredduzzi, che si reca in URSS insieme ad altri sette studenti italiani.

Il viaggio da Roma a Mosca viene raccontato nel capitolo “Si muove il vagone blindato”. L’esperienza in treno fa riaffiorare nell’immaginario dell’autore il mitico ritorno in patria di Lenin, che nel 1917 giunse a Pietrogrado all’interno di un vagone blindato. La descrizione del viaggio mostra un mondo che non esiste più, dopo il famoso ’89. Accanto all’episodio dello scambio dei carrelli del treno a Brest, dovuta alla diversa ampiezza delle rotaie, è un episodio precedente a destare particolare curiosità nel lettore. Il gruppo di studenti giunge nella notte alla frontiera dell’allora Cecoslovacchia, nel testo si legge:

Dopo pochi minuti nello scompartimento piombarono i cecoslovacchi. I controlli durarono molto più a lungo. Dopo la minuziosa verifica dei passaporti mi chiesero di alzarmi dal letto per controllare i bagagli posti nel vano sotto la cuccetta. Tirarono fuori valige, borse, buste di plastica coi giubbetti pesanti che avevamo portato con noi in vista dell’inverno russo. Lo scompartimento sembrava un campo di battaglia. Terminato il controllo ci fecero rimettere tutto a posto. In quel momento capii che stavamo attraversando la cortina di ferro.” (p. 25)

Dopo il lungo viaggio l’arrivo a Mosca che all’autore appare immediatamente come “una gigantesca metropoli”  (p.31). Il primo impatto con la città è fortissimo, viene descritta come un “gran bazar orientale” (p.31), un luogo dal carattere cosmopolita. Immerso in una tarda atmosfera estiva e nel bel mezzo di questa esplosione di culture, il giovane studente italiano compie i suoi primi passi sulla Piazza Rossa. Nel raccontare i primi episodi nella capitale, Fredduzzi descrive al tempo stesso sia la fisionomia e le peculiarità dell’architettura della città, soffermandosi sulle krusciovski, sia le prime incertezze nell’ascoltare i passanti parlare in una lingua ancora in parte sconosciuta.

Il racconto dell’esperienza all’interno dell’ambiente leningradese occupa la maggior parte del testo. A essere descritti dall’autore sono le sue esperienze fuori e dentro l’università. Egli racconta della sua vita insieme agli altri studenti, della quotidianità dei dormitori e delle lezioni universitarie. Tra queste, ad avere un ruolo speciale all’interno della memoria di Fredduzzi è la lezione tenuta da Vladimir Propp, autore de La morfologia della fiaba, un testo cardine per gli studiosi occidentali, primo tra tutti Lévi-Strauss. Il ricordo di Propp è particolarmente nitido nel ricordo dell’autore, che ne descrive l’abbigliamento: un abito pulito ma consunto, dal taschino della giacca spuntava una pipa” (p.98). L’incontro con Propp, però, non è l’unico degno di nota. Infatti, il giovane ha anche l’occasione di partecipare ad alcune serate presso la Casa della Cultura e di incontrare autori del Novecento illustri come Anna Achmatova o Iosif Brodskij:

Nel salotto di Anna Andreevna, riscaldato dal caminetto, trovammo anche un giovane di un paio di anni più grande di me, con i capelli spettinati che non mascheravano un’incipiente calvizie. Aveva alcuni foglietti in mano e discuteva animatamente con la poetessa […] L’amico mi disse che si trattava di Iosif Broskij […]” (p. 95)

Accanto a questi aneddoti, ci sono anche molti altri vividi elementi dell’epoca con cui il lettore può entrare in contatto. Dai legami tra la cultura sovietica e quella italiana per quanto riguarda la ricezione della musica di Celentano e altri, alla riflessione con cui si chiude il libro, in cui l’autore afferma che forse tutta questa diversità, in realtà, è solo apparenza. Altro aspetto interessante, è la descrizione delle donne russe nel capitolo “L’universo femminile sovietico negli anni sessanta”, dove ne viene descritta l’emancipazione e la disinibizione, lo spopolare della minigonna che da poco era diventata una moda nel blocco occidentale. Infine, destano anche molto interesse i racconti relativi alle esperienze con i controlli del KGB e il tipo di rapporto con intercorreva tra la vita quotidiana e il sistema ufficiale.

Il rapporto di Fredduzzi con l’Unione Sovietica non si limita a questa prima esperienza giovanile. Successivamente, diventato Direttore dell’Istituto di Cultura e Lingua russa di Roma, interagì più volte con il paese e con alcuni dei suoi più importanti personaggi, basti pensare all’immagine che, all’interno del libro, lo ritrae a fianco di Michail Gorbačëv. Nonostante questa sua intensa attività, egli afferma:

Il quinquennio vissuto a Leningrado è rimasto per me un riferimento assoluto anche negli anni successivi.” (p.139)

Basterebbero queste poche parole a mostrare quanto sia stata importante il primo contatto con l’autore e Leningrado, quanto l’aver vissuto quegli hanno abbiano segnato in modo indelebile la percezione della città e, si potrebbe aggiungere, della Russia. Carlo Fredduzzi, nel riportare alla luce il passato, riesce a fare interagire in modo strabiliante aneddoti della propria esperienza personale alla componente storico-sociale di quegli anni. La tangibilità del ricordo è enfatizzata dalla presenza, all’interno del libro, di un fornito apparato iconogafico, con immagini che ritraggono sia le città che Fredduzzi stesso.

Accanto alla descrizione delle percezioni di un giovane studente vengono realizzati degli affreschi narrativi in cui è possibile assaporare scene quotidiane della vita leningradese. Proprio in questo aspetto risiede il fascino di un testo come quello di Fredduzzi, soprattutto per i lettori più giovani, che di questi avvenimenti hanno sentito solo raccontare nei manuali di storia. A differenza del nozionismo che pervade le pagine che raccontano la storia dell’URSS, I ragazzi di Leningrado ha il pregio di essere una testimonianza viva e preziosa. Testimonianza che, grazie all’autore e all’editore di questo testo, rappresenta un “luogo” in cui chi ha vissuto esperienze simili può ritrovarsi e che rimarrà fruibile anche per tutti i “futuri” ragazzi di Leningrado.

Apparato iconografico:

Immagine in evidenza: https://www.sandrotetieditore.it/wp-content/uploads/10b-scaled.jpg

Foto 1: https://www.sandrotetieditore.it/wp-content/uploads/5-3-scaled.jpg

Foto 2: https://www.sandrotetieditore.it/wp-content/uploads/6-3-scaled.jpg

(Le immagini sono presenti anche all’interno del libro)

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