L’ultimo anno di guerra: Massimo Libardi sul giornale propagandistico “Heimat”

Intervista di Silvia Girotto

Nel marzo 1918 mancano ormai pochi mesi al termine del primo conflitto mondiale, scontro le cui conseguenze saranno visibili ancora a lungo dopo la sconfitta degli imperi centrali. Una vittoria pare ancora possibile, ma occorre motivare la popolazione per avere un supporto non solo al fronte. È in questo contesto che nasce “Heimat”, il nuovo settimanale dell’Impero Austro-Ungarico. Il posto di direttore viene offerto a Robert Musil, già alla direzione della “Tiroler Soldaten-Zeitung” e collaboratore di altre prestigiose riviste. Il progetto è caratterizzato da grande ambizione: non si tratta semplicemente di diffondere speranza e fiducia nella vittoria, ma di farlo tenendo conto della multiculturalità dell’impero. Oltre ad una prima edizione tedesca, infatti, era stata programmata una pubblicazione in tutte le principali lingue del territorio ufficialmente controllato dagli Asburgo.

L’ultimo giornale dell’Imperatore, curato da Massimo Libardi e Fernando Orlandi, è la prima raccolta di “Heimat” a livello mondiale e contiene i numeri della versione ufficiale in lingua tedesca fino ad ora conosciuti. Le traduzioni sono di Davide Zaffi e il volume è stato pubblicato da Reverdito Editore (Trento) nel 2019.

Libardi, ex bibliotecario nel comune di Borgo Valsugana (TN) ora in pensione, si è laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Interessandosi in modo particolare allo studio di Musil e della filosofia mitteleuropea, è stato redattore della rivista Axiomathes e membro del Centro studi per la filosofia mitteleuropea. Suo è il libro Mitteleuropa. Mito, letteratura, filosofia (Silvy Editore, 2011), pubblicato sempre assieme a Orlandi. Libardi è membro del CSSEO, il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale di Pergine Valsugana (TN), che svolge attività di studio, ricerca e divulgazione della cultura e la storia dell’Europa Centro-Orientale e dell’ex Unione Sovietica. È proprio il dottor Libardi che risponderà ad alcune domande circa L’ultimo giornale dell’Imperatore e i propostiti legati ad “Heimat”, intrecciando l’opera con la figura del suo direttore Robert Musil.


Dottor Libardi, innanzitutto grazie per la sua disponibilità. L’ultimo giornale dell’Imperatore e il settimanale “Heimat” sono un tema poco conosciuto, quindi di questo ci interesserebbe parlare oggi.

L’ultimo giornale dell’Imperatore è una scoperta che viene da lontano. Con Alessandro Fontanari e Fernando Orlandi avevamo pubblicato nel 1987 gli articoli di Robert Musil per un altro giornale militare, la “Tiroler Soldaten-Zeitung” – successivamente solo “Soldaten-Zeitung” – e mentre si lavorava su quello abbiamo scoperto che Musil aveva diretto a Vienna, nell’ultimo anno dell’Impero Austro-Ungarico, un giornale titolato “Heimat”. Anche ad una semplice ricognizione le due pubblicazioni si presentano come profondamente diverse: quasi una rivista, con pubblicità e abbonati, il primo; un giornale di informazione il secondo. Due giornali completamente diversi per editore: il Heeresgruppenkommando Arciduca Eugenio con sede a Bolzano per la “Soldaten-Zeitung”; il Quartiere della stampa di guerra, struttura militare organizzata per la propaganda per “Heimat”. Diversi per fini: una complessa riforma dell’Impero pensata dai militari e un giornale di propaganda per “Heimat”, che Musil viene chiamato a dirigere per la sua pregressa esperienza a Bolzano. È opportuno osservare che il Quartiere della stampa di guerra terrà celato il suo ruolo, facendo apparire Musil come il gerente della testata, in tutte le varie edizioni.

“Heimat” riflette la composita natura multilingue dell’Austria-Ungheria in un periodo in cui le fratture tra le varie nazionalità aumentavano. Infatti esce in quattro lingue: alla versione tedesca si affiancano quella ceca “Domov”, quella ungherese “Üzenet” e quella croata “Domovina”. Anche la “Tiroler Soldaten-Zeitung” aveva avuto per un breve periodo tre edizioni: la “Soldaten-Zeitung”, “Il giornale del soldato” e la “Tiroli Katona Ujság”, ungherese. Nel caso di “Heimat” abbiamo lavorato solo sull’edizione tedesca ed è subito apparsa un’altra differenza fondamentale: il linguaggio. Gli articoli attribuiti a Musil presentano complessità linguistica, una sintassi nettamente meno complessa rispetto al giornale bolzanino.

L’attribuzione degli articoli non è nostra, ci siamo basati sulle ricerche di Regina Schaunig, che si è occupata a lungo del periodo bellico di Musil, argomento a lungo trascurato dalla critica musiliana. Per una serie di motivi la critica ha a lungo avvallato l’immagine di un Musil antimilitarista e pacifista, cosa assolutamente non vera. Ciò risulta sia dalla sua educazione in una scuola militare, dal suo rapporto con l’esercito dopo il 1918, dalla sua postura di ufficiale austro-ungarico, come annotò Ignazio Silone che lo incontrò in esilio a Zurigo. Ma soprattutto lo si evince personaggi dell’Uomo senza qualità generale Stumm von Bordwehr e il pacifista Feuermaul, “anime credulone”, che ritengono che “l’uomo sia buono” e non si accorgono degli affaristi alle loro spalle.

Un’ultima annotazione: quando interviene nel 1935 al Congresso degli Scrittori per la Pace a Parigi quasi nessuno capisce il suo discorso. Silone commenta così: “era veramente difficile precisare la sua posizione politica. Nel 1935 egli aveva partecipato a Parigi ad un congresso internazionale di scrittori promosso dai comunisti […]. Ma il suo discorso fu privo di ogni rilievo e passò inosservato. […] egli era avverso alla democrazia quasi quanto al fascismo, convinto che si dovesse non solo difendere la cultura dai suoi nemici, ma anche proteggerla dai suoi amici.” Musil si è sempre definito un “anarchico conservatore”, un “impolitico” nel senso di Thomas Mann.

 

Leggendo L’ultimo giornale dell’Imperatore, mi è appunto venuto in mente questo collegamento con Considerazioni di un impolitico (“Betrachtungen eines Unpolitischen”), che sono appunti del ‘15-‘18.

Il rapporto tra Mann e Musil è interessante per tanti aspetti. Un confronto tra le posizioni di Musil e le Considerazioni manniane ci porterebbe lontano; più che sulla valutazione dell’avvenimento bellico vorrei mettere l’accento sulle diverse modalità di composizione di due scrittori ritenuti maestri del saggismo letterario. In un testo come il Faustus o La montagna magica, dove l’elemento saggistico ha un ruolo centrale, ci si trova di fronte un testo che non sviluppa dei ragionamenti ma li rappresenta tramite personaggi che incarnano posizioni definite: Settembrini e Naphta sono chiari esempi, da una parte razionalismo e intelletto, dall’altra il mondo oscuro di un gesuita divenuto hegelo-marxista, che incarna parodisticamente il filosofo ungherese György Lukács. Lo stesso meccanismo si ritrova nel Faustus, che ha dei saggi bellissimi che sappiamo rimandare alle posizioni del filosofo Theodor Adorno.

Quando leggiamo L’uomo senza qualità, abbiamo invece l’impressione di penetrare in un laboratorio. L’intento di Musil non è quello di rispecchiare il proprio tempo, ma di costruire un nuovo pensiero: Musil è lontanissimo dal voler redigere “un’enciclopedia dell’Europa dell’anteguerra”, come Ladislao Mittner definisce lo Zauberberg, dall’accumulare materiali, posizioni, discorsi. Un quaderno dei Diari del dopoguerra porta il significativo titolo: “Tentativi di trovare un altro uomo” e questa – osserva – potrebbe essere l’epigrafe dell’intera sua opera. Il suo intento è – come scrive nei saggi – “offrire un’impalcatura intellettuale a taluni modi ancora incerti di essere uomo”. Da un lato abbiamo quindi l’equilibrio, dall’altro la ricerca. A parte la formazione militare, Musil è ingegnere e poi filosofo, ha la capacità di comprendere l’enorme complessità della modernità. In un noto passo del suo romanzo osserva:

Quel che ci tranquillizza è la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come direbbe un matematico, l’opprimente varietà della vita; infilare un filo, quel famoso filo del racconto, di cui è fatto il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio! […] Quasi tutti gli uomini sono dei narratori… a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a una necessità, e grazie all’impressione che la vita abbia un corso si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos.

Ma noi oggi non siamo più in questo spazio narrativo. Richiamandosi alla teoria cinetica dei gas paragona gli individui alle molecole di gas in un moto browniano. Quindi dentro una situazione caotica: Musil cerca di ragionare su questo e di produrre un pensiero adeguato a capire il mondo e soprattutto a viverci. In Mann invece abbiamo un bell’affresco, ma statico, la rappresentazione di un certo momento. Oltre a questa differenza fondamentale teniamo conto che i due non sia amavano, Musil definiva Mann “uno scrittore all’ingrosso”, ma Mann ne ha sempre riconosciuto la genialità e infatti Musil, quando scriveva L’uomo senza qualità, era sostenuto finanziariamente da un gruppo di lettori di cui faceva parte anche Mann.

Ha parlato di una minore complessità degli articoli de L’ultimo giornale dell’Imperatore. Come è riconoscibile l’apporto di Musil?

Ne L’ultimo giornale dell’Imperatore Musil lavora sostanzialmente seguendo delle direttive circa l’oggetto e i toni dell’articolo. Non abbiamo ancora potuto consultare gli archivi del Quartiere della stampa di guerra né quelli delle redazioni del giornale, se esistono, quindi per ora questa è solo un’ipotesi plausibile, suffragata dal fatto che i testi mostrano, come dicevo, una minore libertà dal punto di vista lessicale e della costruzione delle frasi, strutture più semplici e posizioni più ufficiali, dopodiché ogni tanto si trovano le zampate musiliane.

Uno dei temi che mi ha colpito è il discorso sulle epidemie spirituali. Nel 1918, dopo la firma del trattato di Brest-Litovsk, iniziano a tornare i primi prigionieri e nell’articolo “Ritorno dei prigionieri dalla Russia”, sostiene che “non è purtroppo possibile lasciare che chi torna vada subito a casa […] da qualche parte bisogna fermarsi e sottoporsi a una disinfestazione e a una quarantena”. Questo perché in Russia la cura della salute non è efficiente come in patria e bisogna evitare di importare malattie. Ma non vi sono solo le epidemie sanitarie, più gravi ancora sono le “epidemie spirituali”: il governo teme che oltre alle storie che accompagnano il ritorno, i soldati portino con loro l’infezione spirituale delle idee bolsceviche.

Sembra un testo di bassa propaganda, ma il tema delle epidemie spirituali torna in altre occasioni ibridandosi con quello della massa e della sua suggestionabilità. In un piccolo capolavoro della saggistica musiliana, Sulla stupidità, lo scrittore parla della stupidità della massa come di “una malattia dello spirito”, dunque un’epidemia, come il bolscevismo, che dalla “stupidità occasionale dei singoli” fa crescere una “stupidità costituzionale della comunità”. Siamo nel 1937 e non può non essere visto il collegamento con la Germania nazista. Il discorso sulla stupidità inizia con: “Signore e signori, oggi chi si azzarda a parlare della stupidità corre il pericolo di rimetterci da più di un punto di vista. La stupidità ci domina con travolgente impudicizia, è il fallimento dell’intelligenza e una malattia della cultura.

Ne L’uomo senza qualità il generale Stumm, un alter ego di Ulrich, discutendo dice: “[…] e finché si tratta della massa non ha alcuna difficoltà a capirlo. La massa viene spinta solo dagli istinti e naturalmente di quelli comuni alla maggioranza, questo è logico, o meglio illogico, perché la massa è illogica e si sa delle idee logiche soltanto per farsi bella, ciò da cui si lascia guidare è solo e soltanto la suggestione. Se lei mi affidasse il controllo della stampa, della radio, dell’industria cinematografica e magari di qualche altro mezzo di diffusione della cultura, mi impegnerei […] a trasformare in un paio di anni gli uomini in cannibali […].”

Come spesso in Musil, un tema apparentemente secondario, – si pensi ad esempio all’immagine della carta moschicida – si mantiene nel tempo, germina e confluisce nella sua grande opera incompiuta.

Come siete riusciti a trovare i diversi testi?

Una prima segnalazione risale a Karl Corino in un articolo per Musil-Forum del 1988, ulteriori elementi si trovano nella sua sterminata biografia (Robert Musil. Eine Biographie, n.d.r.). ma il lavoro più compiuto è stato svolto da Regina Schaunig in Der Dichter im Dienst des Generals, che contiene l’elenco dei testi finora attribuiti a Musil, e siamo partiti da qua. La nostra ricerca ha però due aspetti: uno riguarda i testi musiliani, il loro posto nella sua opera; l’altro il giornale, la sua posizione nella stampa di guerra, la sua storia, come era organizzato… E qui le note si fanno dolenti, perché le copie sono difficili da trovare e sarebbe interessante un lavoro su tutte e quattro le edizioni.

Quindi per L’ultimo giornale dell’Imperatore sono stati usati solo i testi in tedesco e non si è riusciti a trovare nulla nelle altre lingue.

Abbiamo recuperato una parte dei fascicoli in lingua ceca, subito rilevando che ad una redazione autonoma corrispondeva una autonoma pubblicazione, ovvero che l’edizione ceca non era una traduzione di quella tedesca. Purtroppo, ad oggi, non siamo riusciti a recuperare un solo fascicolo delle edizioni croata e ungherese. Peraltro, neppure di “Heimat” esiste una raccolta completa. Musil è direttore di tutte e quattro le edizioni che vengono successivamente pubblicate. Tra l’altro durante la guerra Musil era stato a Praga e mantenne rapporti con la città. Non è stato ancora fatto un lavoro sugli archivi per quanto riguarda le linee di costruzione del giornale, cosa che siamo riusciti a fare per la “Soldaten-Zeitung”.

All’inizio del primo numero di “Heimat”, spiegandone gli intenti, viene detto: “verranno messi in fila numeri con decimali e fatti.” Questa intenzione di mettere sul tavolo dati oggettivi viene effettivamente rispettata o prevale la volontà di infondere fiducia e quindi più propagandistica?

L’impero in quei primi mesi del ’18 pensava ancora di poter vincere la guerra, perché la Russia aveva firmato un armistizio e le potenze centrali avevano potuto spostare truppe dal fronte orientale. Il problema era meno militare che logistico: riguardava l’approvvigionamento di materie prime, la scarsità di derrate alimentari e non ultime le tensioni politiche tra le varie componenti nazionali. Infatti l’impero non è caduto per una sconfitta militare, ma per questi motivi ed uno sfaldamento politico. Comunque sia, molti credono ancora alla vittoria. I comandi avevano preparato per il giugno l’“offensiva Radetzky”, il cui obiettivo strategico è raggiungere la pianura padana, impossessarsi delle scorte e costringere il nemico all’armistizio per liberare forze da concentrare sul fronte franco-tedesco. Tuttavia, gli italiani sono a conoscenza dei piani di attacco e bombardano preventivamente lo schieramento austro-ungarico e l’offensiva (15-22 giugno 1918), cui partecipa anche Ludwig Wittgenstein, si trasforma in un fallimento e le truppe austro-ungariche si arrestano sulla linea monte Grappa-Piave. Quindi da un lato c’è sicuramente l’infondere fiducia, ma anche, fino a giugno, l’idea di essere ancora in gioco. Il ricorso ai dati economici è presente anche nella “Soldaten-Zeitung”, che però è precedente e infatti chiude nel ’17, riportati perché si sta pensando a come ristrutturare l’impero dopo la vittoria.

Per quanto riguarda “Heimat” non è possibile rispondere precisamente fino a quando non si vedrà negli archivi se c’è del materiale preciso, delle indicazioni al direttore che dicano di muoversi in un certo modo.

Alla seguente domanda ha già risposto, volevo ricordare che Musil affermi anche che lo stile dovesse essere semplice e popolare, fatto quindi dettato da una scelta politica.

Esatto, e c’è una differenza fondamentale. Quando Musil assume la direzione, in tutti e due i casi pubblica un editoriale: quello di “Heimat” – “Soldati, è il vostro giornale!” – anche se richiama nel titolo l’editoriale della “Soldaten-Zeitung– “Camerati collaborate!” – esprime una linea completamente diversa. Non vi è più il richiamo all’importanza di narrare il “qualcosa di immane” che i soldati stanno vivendo, un’esperienza viva, “ai limiti dell’impossibile”, che svanirà per sempre se non verrà fissata, se non sarà contrastata la fugacità dei ricordi. Ora afferma che “della guerra esperimentate già abbastanza” e di conseguenza sono pressoché inesistenti i riferimenti alla vita concreta dei soldati e alla necessità di narrarla per comprenderla. Due cose risultano subito dalla sua lettura: che non è un giornale condiviso, scritto dai soldati per i soldati (che poi questo fosse vero della “Soldaten-Zeitung” è un altro discorso) ma che trasmetta dall’alto delle informazioni che procedono in senso unico.

Non vi è nemmeno un riferimento all’esperienza della guerra, che per Musil (come anche per Wittgenstein, visto che lo abbiamo citato) ha un significato positivo. Così scrive nei Diari: “L’irrazionale, irragionevole della guerra. Il prospettarsi del problema dell’esistenza. Non mi lamento dell’esser la guerra durata troppo a lungo per farsene custode; anche i posteriori tentativi di interpretazione l’avrebbero distrutto. Io stesso l’ho presto perduto; perché? Esso restò soltanto dove si era soli con la morte, con l’avversario invisibile e con la natura.

Inoltre Musil, nei saggi dei primi anni Venti, considera la guerra come un grande esperimento di massa che ha dimostrato che l’uomo è una sostanza colloidale. Si tratta del “Teorema della Gestaltlosigkeit”, teorema dell’assenza di forma, secondo il quale l’uomo sarebbe qualcosa di originariamente informe che, come un liquido, assume la forma del recipiente in cui viene versato. In “Camerati collaborate”: “Eravamo dei cittadini laboriosi, siamo diventati degli assassini, dei macellai, dei ladri, degli incendiari e roba simile, ma in realtà non abbiamo vissuto proprio nulla, non abbiamo fatto esperienza di quello che abbiamo vissuto.” Perché, dice, questa possibilità dell’uomo di essere un delinquente o un santo – pensiamo a Dostoevskij che leggeva in quegli anni – è esperienza fondamentale dell’essere umano. Questa situazione è anche la condizione della massificazione, e dei totalitarismi del dopoguerra.

Una cosa che si nota in “Heimat” sono i commenti verso la Russia e il suo popolo, molto diversi da quelli verso altri stati. Si dice: “noi abbiamo una cultura più sviluppata e condizioni di vita più ordinate”. Potrebbe inquadrare questa idea di superiorità nei confronti della Russia, descritta come incivile rispetto all’Austria?

In queste pagine c’è molta attenzione per il fronte orientale, che Musil non aveva direttamente conosciuto. Il fronte orientale e la Galizia in particolare è il paesaggio dei primi abbozzi dell’Uomo senza qualità che portano il titolo La doppia conversione e Lo spione e non è improbabile che questa ambientazione abbia la propria origine nell’attività presso “Heimat”.

Non ho una risposta sull’idea musiliana di Russia. Il mondo mitteleuropeo vede la Russia come una minaccia, un paese “barbarico”, l’orda anonima pronta a dilagare. Spazi sterminati non abitati da individui, ma da masse informi, dall’orda. Nelle Memorie di un antisemita Gregor von Rezzori ricorda come suo padre si annoverasse tra i “funzionari coloniali dell’ex impero dell’imperial-regia duplice monarchia, il cui compito era quello di difendere l’Europa dai tentativi d’invasione, sempre rinnovati, da parte delle orde barbariche provenienti dall’est”, “dal caos dell’Oriente”. Sándor Márai descrive l’arrivo dell’Armata rossa a Budapest nella parte finale della Seconda guerra mondiale come una estranea e brutale orda mongola. Milan Kundera ricorda l’orrore viscerale provato dai cechi nel 1968: i soldati sovietici invasori incarnavano una civiltà estranea: dietro ai loro volti “si percepiva uno spazio infinito”. Era l’estraneità “di una civiltà che pensa in modo diverso, ha un destino diverso, e che è venuta a inghiottirci nella sua eternità. I regimi politici sono effimeri, ma le frontiere delle civiltà sono tracciate per secoli”. È una percezione molto presente: l’Austria, la marca dell’Est, è il limes dell’Impero, della cultura, e al di là si stende qualcosa di indefinibile, di pericoloso, minaccioso, informe.

In “Heimat” si parla anche del rapporto con le minoranze. L’Inghilterra è la prima a muovere critiche all’Austria, anche se non ne avrebbe diritto visto il trattamento riservato ai cittadini irlandesi e indiani. Loro sono assoggettati tanto da non poter parlare, le minoranze dell’Austria-Ungheria sono invece libere di esprimersi. Al di là delle varie idee politiche, come concedere pari valore alla parte slava dell’Impero, questo è solo un riferimento al pensiero delle alte sfere o le minoranze avevano davvero voce in capitolo e spingevano per queste proposte?

Musil incomincia ad occuparsi di problemi politici solo durante la guerra. Quando nel suo grande romanzo descrive le interminabili e confuse riunioni dell’Azione Parallela, si sente l’eco delle sue esperienze presso il comando d’armata, soprattutto la sua attività di redattore della “Soldaten-Zeitung”, che lo ha costretto ad approfondire precise tematiche politiche – come il pangermanismo, l’irredentismo e il problema delle nazionalità, riforme politiche e amministrative – e a conoscere personaggi della vita pubblica austriaca. Ne L’uomo senza qualità l’Austria-Ungheria è chiamata Cacania dalla sigla K.K. e K.u.K. (Kaiser-Königlich, imperial-regio) che occorreva ovunque, ma Kakania è anche vocabolo del linguaggio infantile tedesco che significa “paese della cacca”, affettuoso sberleffo dietro il quale si intravvede una punta di maligno sarcasmo. Uno dei personaggi, il conte Leinsdorf, che ritiene di poter risolvere il problema delle nazionalità subordinandolo a uno Stato centralizzato, rappresenta la soluzione che Musil aveva caldeggiato nella “Soldaten-Zeitung”. Il fatto era che nessuno era in grado di rispondere semplicemente alla domanda “sono austriaco?”, la risposta non era un sì o un no, ma “sono un cittadino dei regni e province rappresentati in Parlamento e non più esistenti  e quindi, anche per quel solo motivo, preferiva dire: sono polacco, cèco, italiano, friulano, ladino, sloveno, croato, serbo, slovacco, ruteno e valacco e questo era il cosiddetto nazionalismo.

Gli stessi austro-tedeschi che detenevano i gangli dello stato si sentivano una nazione oppressa: “La ‘nazionalità’ tedesca nella sua massa aveva sempre voluto in fondo una cosa sola, che lo stato fosse forte. Più a lungo di tutti s’era ostinata a credere che la storia della Cacania dovesse avere un suo senso, e solo poco a poco, quando capì che in Cacania si poteva incominciare come un traditore e finire ministro, nonché inversamente continuare la carriera ministeriale sebbene convinto di alto tradimento, incominciò a sentirsi una nazione oppressa […] e alla fine non v’erano più in Cacania che nazionalità oppresse, e in cima una cerchia di persone che erano propriamente gli oppressori e si sentivano terribilmente angariati e corbellati dagli oppressi.

Nell’impero erano riconosciute 10 lingue e 12 religioni, e la soluzione della Duplice Monarchia aveva da subito mostrato i suoi limiti ed erano cominciate a nascere diverse proposte: il trialismo, una soluzione che accanto ad austriaci e ungheresi prevedeva gli slavi; o il progetto degli “Stati Uniti d’Austria”, dove ogni nazionalità avrebbe votato i suoi rappresentanti. Musil sosterrà sempre, non solo dalle pagine dei giornali militari, ma anche nei diari e nelle lettere la necessità per gli austro-tedeschi di unirsi alla Germania, quindi l’Anschluss. Tuttavia, quando scrive L’uomo senza qualità c’è un elemento ironico potente con anche una sorta di bonarietà verso la Cacania, un’ironia ammantata anche dal colore della nostalgia di un regno quasi immaginario che si è perso. D’altro lato vede nell’Austria-Ungheria il laboratorio, il modello sperimentale di quello che sarà il mondo che si sta disgregando, la condizione del moderno che lui vede nel 1930. Questa è la sua grandezza.

Un’altra cosa che mi è saltata all’occhio leggendo “Heimat” è legata alla descrizione dell’imperatore di Joseph Roth. Pensando a quanto era ancora importante a fine Ottocento questa figura è strano che in “Heimat” non compaia come richiamo, mentre si trova la figura dello Stato. Come mai?

Prima parlando della bonarietà pensavo proprio a Roth. Dopo essere stato anarchico in gioventù, lui mostra un’umanissima “pietas” per il mondo della periferia orientale dell’Impero, l’Heimat da cui si sente per sempre esiliato. Musil non si sente esiliato poiché la condizione dell’esilio appartiene interamente all’uomo contemporaneo come permanente avventura ed esplorazione spirituale. In Musil c’è in qualche modo un ragionamento dell’ineluttabilità di questo caos, per lui è impossibile tornare indietro, per questo scrive: “L’Austria potrebbe essere un esperimento mondiale”.

Roth è uno dei costruttori di quello che Claudio Magris chiama il “mito absburgico”, al centro del quale c’è la figura dell’Imperatore, padre dei popoli bonario e paterno. Ne L’uomo senza qualità la sua presenza è paragonata alla luce di una stella lontana, morta da tempo e in quel periodo c’è un altro grande scrittore vicino per modalità narrative a Musil, ovvero Hermann Broch, che scrive un saggio straordinario intitolato Hoffmanstal e il suo tempo, dove sviluppa la seguente metafora: in ogni teatro dell’impero c’è un palco tenuto rigorosamente vuoto ad ogni rappresentazione, casomai fosse venuto l’imperatore. L’imperatore è questo vuoto, quest’assenza, una lontananza. In un racconto di Kafka, Un messaggio dell’Imperatore (1918), l’imperatore morente affida un messaggio a un suo servitore, ma questo non riuscirà mai ad uscire dal palazzo imperiale: cortili, scalinate, corridoi e stanze che si aprono una dopo l’altra lo separano dal mondo. Nella pubblicistica ottocentesca la Cina era usata spesso come metafora dell’immobilismo e dell’incapacità di modernizzazione dell’Austria. Se l’imperatore in Roth è una figura umana e bonaria, un padre, Jaroslav Hašek nel Il buon soldato Švejk, descrive come l’oste Palivec, richiesto del perché il ritratto dell’Imperatore non sia esposto, risponde: “Qui un tempo stava appeso il ritratto di sua maestà l’imperatore […] e le mosche ci cacavano sopra, per cui l’ho messo in soffitta.

Borgo Valsugana, 28 gennaio 2021

Apparato iconografico:

Immagine 1: Immagine fornita da Massimo Libardi.

Immagine 2: Scannerizzazione della copertina “L’ultimo giornale dell’Imperatore”, Reverdito Editore, 2019.

Immagine 3: https://www.letteratour.it/recensioni/musil-turbamenti-giovane-torless.asp

2 Replies to “L’ultimo anno di guerra: Massimo Libardi sul giornale propagandistico “Heimat””

  1. Molto interessante. Ed effettivamente riferito ad aspetti poco noto dell’attività letteraria di Musil.un merito in più per la rivista.

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