L’enigma del duplice: “Buio” di Anna Kańtoch

Anna Chiara Canova

È possibile non essere umani e non rendersene conto? (p. 177)

Anna Kańtoch è una scrittrice slesiana, parte del gruppo letterario Harda Horda, composto da scrittrici riconosciute come le più influenti e innovative del fantasy polacco; celebre in Polonia per romanzi di genere fantastico, nella sua produzione Kańtoch spazia dalla letteratura per adolescenti fino a un target più adulto come nel caso di Czarne (nero), vincitore del prestigioso premio Żuławski, massimo riconoscimento per la letteratura fantastica in Polonia.


Czarne è il primo romanzo dell’autrice uscito in Italia, tradotto come Buio è stato pubblicato nell’ottobre 2020 da Carbonio Editore nella traduzione di Francesco Annicchiarico.

Libro: https://carbonioeditore.it/le-collane/cielo-stellato/buio-anna-kantoch/


Buio è il paese rurale dove la protagonista senza nome del romanzo era solita passare le vacanze estive con la sua famiglia. Ed è lo stesso luogo a cui la donna, nel 1935, dopo essere stata dimessa da un sanatorio sul Baltico, “ritorna” per rivivere la sua infanzia macchiata da un misterioso evento e ricostruire la sua identità perduta. Giunta a Varsavia, ospite del fratello maggiore Franciszek, dopo aver partecipato ad una seduta spiritica la protagonista torna a Buio, dove sdoppiandosi rivede se stessa nell’estate del 1914 quando, quattordicenne, incontra l’attrice Jadwiga Rathe, con gli occhi della quale si osserva. L’attrice Shakespeariana era stata invitata dal padre della protagonista a trascorrere le vacanze con la famiglia e andrà incontro a una morte misteriosa che tormenterà la protagonista per tutta la vita adulta.

Il romanzo procede mescolando temi e registri narrativi eterogenei e l’autrice riesce a imbastire una trama tanto organica quanto insondabile: la protagonista trasporta il lettore nel suo intenso confronto con la parte più nascosta della sua realtà individuale, conducendolo lungo il confine di diversi generi (dal fantastico e dal realismo magico fino allo psicologico e al giallo) attraverso metafore, iperboli, reticenze e nessi logici inaspettati.

Nel tentativo di svelare l’enigma, la vicenda si compone e si decostruisce seguendo la sola prospettiva narrativa della protagonista; i ricordi confusi della sua infanzia si mescolano però al presente, così da rendere incerto lo statuto di realtà di quanto viene raccontato. Passato e presente si muovono nella narrazione in modo sincopato, distaccandosi e incontrandosi in un continuo gioco d’incastri, di sovrapposizione e allontanamento orchestrati con flashback e continue interferenze tra i due tempi che producono narrazioni apparentemente slegate dagli eventi.

Questa temporalità insondabile e la dimensione onirica del racconto vengono rese attraverso l’utilizzo di una lingua estremamente ricercata e manieristica, sapientemente conservata nella traduzione italiana: attraverso uno stile suggestivo e evocativo Kańtoch permette al lettore di lasciarsi avvolgere inesorabilmente dall’intricata interiorità della protagonista, la cui sensibilità è resa tramite descrizioni che toccano un registro lirico e fortemente metaforico, in cui gli ambienti che la circondano vengono deformati quasi espressionisticamente a seconda dei suoi stati d’animo.

L’eroina di cui non scopriremo il nome è l’unico carattere pienamente sviluppato e pluridimensionale; gli altri personaggi sono semplici comparse funzionali per lo più al proseguimento della narrazione. Infatti, tutto il mondo e i relativi personaggi del racconto sono presentati, attraverso l’utilizzo della prima persona singolare, dalla sola prospettiva della protagonista, che rilegge gli eventi alla luce della sua interiorità eccezionalmente sviluppata. Tale scelta contribuisce a creare un’affascinante instabilità della realtà narrativa, spingendo il lettore fin dalle prime pagine a dubitare, senza trovare certezza alcuna, della credibilità dei fatti e dell’attendibilità della narratrice (visto anche che la donna esce da un sanatorio).

Quasi tutto ciò che è accaduto a Buio è falso, eppure non riesco ancora a pensare a quel periodo senza che il cuore mi si riempia di nostalgia”. (p.36)

Questa dichiarazione della narratrice spinge il lettore a chiedersi fino a che punto può spingere la sua suspension of disbelief, così come definita da Coleridge, e quanto di vero c’è nelle parole di questa narratrice sospettabile d’inattendibilità. Ciò riesce benissimo a creare l’hesitation che Todorov riteneva necessaria per l’esistenza dei testi fantastici; alla fine però, l’esitazione non viene risolta: come la protagonista, anche il lettore non riesce a ricostruire una vicenda che eccede qualunque indagine positiva perché collocata e ormai fin troppo invischiata nella logica simmetrica dell’inconscio, non analizzabile con strumenti della logica simmetrica e razionale.

Ci ho provato a vivere normalmente, ma ogni volta sentivo che l’irreale non spariva, si spostava soltanto di un po’. Dio mi è testimone di quanto ci abbia provato. Non ricordare, non pensare. Non guardare o sentire nessuno che possa guastarti l’idea di mondo che hai trovato nei libri. A volte ci riuscivo, altre no, e c’erano giorni in cui possibile e impossibile si sovrapponevano, entrambi concretissimi. Ora credo che l’impossibile abbia vinto, ed è il momento di affrontarlo”. (p.135)

L’eroina retrocede nel tempo e nella malinconia, in un procedimento terapeutico ma anche pericoloso: i ricordi diventano lo specchio attraverso il quale la protagonista si vede e vede l’altro; mediante questo viaggio al di là dello specchio, in cui è sempre alto il rischio di perdersi, ritrova la sua identità vera o autocostruita che la spingerà ad accettare e amare la sua stessa carne.

Il doppio, che compare nel momento in cui la protagonista comincia a rivedersi bambina entrando negli occhi dell’amata Jadwiga è un possibile punto focale e risolutivo del racconto. La follia scaturita dall’incontro con il proprio “sosia” e lo sdoppiamento sono tematiche piuttosto ricorrenti nella letteratura, da Hoffman a Dostoevskij, ma è presente soprattutto nella narrativa fantastica. In questo caso viene declinata in modo originale attraverso il rapporto amoroso, per eccellenza correlato alla follia, tra l’eroina e l’attrice. Probabilmente è proprio l’amore assoluto della ragazza che farà si che la protagonista possa incarnarsi a Buio in un altro corpo prospettico: quello dell’amata Jadwiga, che viene così fatta rivivere nel ricordo.

Anche se avessi potuto immaginare qualcos’altro che cedere tra le braccia di Jadwiga, persino allora avrei voluto di più. Io volevo tutto di Jadwiga, avrei voluto strapparle la pelle e infilarmici dentro; volevo essere lei, forse si tratta solo di questo”. (p.111)

Attraverso l’amore, che supera persino il trauma supremo della morte, la protagonista riscopre le sue origini e analizza le relazioni con i propri famigliari; affronta in particolare il difficile rapporto con il padre, sarà lui stesso a condurre la figlia (nei panni dell’attrice) a Buio, e quello con i suoi fratelli, Franciszek e Staś; i due sono suoi compagni di giochi e d’infanzia molto diversi tra loro: il primo fa scorrere il tempo in avanti e il secondo invece indietro. L’eroina nutre sincero affetto per il fratello minore che “viveva immerso per metà nel passato, che per lui è sempre stato più reale del presente” (p.48) tanto diverso dal fratello maggiore che invece era “un ragazzo con lo sguardo rivolto al futuro, e mai al passato”. (p.33)

Solo a me manca un ruolo definito. Sono una bambina, poco più di un rudimento femminile, un essere informe a cui si permette di giocare con i propri fratelli. Ma non è questo il punto: mia madre nutriva la profonda convinzione che mi avrebbe insegnato chi avrei dovuto essere,a tempo debito”. (p.34)

Tra i giochi estivi e i regali rigorosamente distinti per i fratelli maschi e la sorella femmina, l’eroina prende consapevolezza delle costrizioni sociali che deve seguire e insieme ai fratelli, nonostante l’età infantile, scopre lo spazio della crudeltà e della perdita dell’innocenza. L’uccisione del capriolo con due cuori, descritta nei primi capitoli del libro, farà si che il patto di vicinanza e attrazione tra lei e la morte venga sancito e che la accompagni per tutte le vicende seguenti.

Non è quindi un caso che la scelta della copertina nella versione italiana presenti un dettaglio del quadro Morte e vita di Gustav Klimt: i personaggi dipinti dell’artista austriaco sono rappresentati immersi in un sonno serafico, in posizione fetale e raggrovigliati eroticamente tra loro, minacciati dalla presenza sinistra della morte; nel libro la protagonista, così visceralmente legata alla dimensione della morte, pare essere immersa nel sonno di uno stato di non vita nel presente. E come nel quadro di Klimt c’è una componente erotica rappresentata dalla mazza di forma fallica impugnata dalla morte, anche l’eroina trova risoluzione e riappacificazione con la morte della sua infanzia e dell’amata proprio nella sessualità.

La morte, quella di Jadwiga, sarà il mistero ultimo da svelare, mistero che nel racconto prende la forma di enigma. Tanto cari a Nietzsche, gli enigmi non possono essere sciolti ma per essere compresi vanno necessariamente attraversati e, per l’eroina senza nome, tale attraversamento alla ricerca della soluzione assume un valore iniziatico di rito di passaggio implicante la metamorfosi da bambina in donna e la finale unione dei doppi in una singola identità, suggellata dall’atto autoerotico.

Apparato iconografico:

Immagine in evidenza: https://www.polityka.pl/tygodnikpolityka/kultura/1973236,1,kazdy-moglby-byc-bohaterem-sensacji-choc-nie-kazdy-bylby-dobrym-bohaterem–wiosna-zaginionych.read

Foto 1: https://novabooksagency.com/i-nostri-autori/anna-kantoch/ 

Foto 2: https://paradoks.net.pl/read/19430-anna-kantoch-czarne-recenzja

Foto 3: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Gustav_Klimt_041.jpg

 

 

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