L’Ebraismo come giardino di sentieri che si biforcano

Sara Deon e Martina Mecco

“La cultura ebraica non è una sorta di erba
selvatica che cresce per conto suo.  È un giardino che si
devecurare di continuo. Quando il giardiniere se ne scorda,
o decide di scordarsene, le piante avvizziscono.

Isaac Bashevis Singer, Ombre sull’Hudson, p. 464

“Labirinto ebraico”, titolo di questo secondo numero di Andergraund Rivista, esplicita in maniera quanto mai efficace la complessità che un tema come quello dell’ebraismo propone. Il concetto stesso di “ebraismo” risulta impossibilitato ad essere ridotto a un profilo univoco e definitivo, si potrebbe altresì descrivere come un accavallarsi di definizioni qualitativamente fuorvianti e punti di vista che si sono succeduti nel corso della Storia. Oggigiorno la percezione comune del tema rimanda, quasi inconsciamente, all’Olocausto e incasella la questione ebraica nel secolo scorso. Percezione alquanto distorta e limitata, la proposta di questo numero è proprio quella di far fronte a questo panorama comune e indagare la pluralità del fenomeno ebraico, cercando di districarsi all’interno di quello che potrebbe essere definito, riprendendo un’espressione di Borges, un “giardino dai sentieri che si biforcano”.

L’Olocausto ha rivelato definitivamente nel pensiero comune la sofferenza a cui il Popolo d’Israele sembra essere condannato: a partire dalla cattività babilonese narrata nel Libro di Ezechiele, passando per la cacciata degli ebrei sefarditi dall’Iberia, fino ad arrivare ai primi pogromy nella Russia imperiale ottocentesca. Sin dall’epoca medievale si è sempre distinta la figura dell’ebreo errante, il cui mitologema sarebbe da ricercare in un’escatologia di carattere biblico. A partire infatti dalle Sacre Scritture, questa figura ricompare a più riprese all’interno della letteratura europea, fino a divenire personificazione allegorica del fenomeno della Diaspora. Questa rappresentazione atemporale e misticheggiante dell’ebreo è, però, accerchiata da una serie di stereotipi che ne hanno caricaturizzato negativamente la figura sin da tempi remoti, sia in ambito letterario che popolare. Questo fenomeno riguarda non solo l’aspetto fisico – tipica è infatti la raffigurazione dell’ebreo con la kippah usurata, gli occhi neri e il naso aquilino –, ma sfocia anche nell’ambito della moralità – basti pensare alle rappresentazioni della “bella giudea” come simbolo di tentazione e lussuria – e in quello delle dinamiche prettamente sociali – come nel caso dell’ebreo usuraio e spilorcio, all’origine dell’antisemitismo economico.

Un altro punto da chiarire risiede nella varietà della comunità ebraica. Difatti, uno dei concetti più importanti in ambito europeo è rappresentato dal binomio Ostjuden Westjuden (Ebrei orientali – Ebrei occidentali), differenza stabilita non solo in base all’ubicazione geografica delle comunità, ma anche in riferimento al tipo di rapporti socioculturali imbastiti, o permessi, con i ceppi etnici dominati, secondo le dinamiche della cosiddetta “assimilazione”. Queste distinzioni sembrano venir meno con la grande tragedia novecentesca, in riferimento alla quale il caso di Auschwitz si è erto a simbolo. La memoria culturale compie, tuttavia, nei confronti della Storia ebraica una selezione e una sistematizzazione di simboli e figure che tendono ad archiviare momenti che, in realtà, hanno la medesima rilevanza storica. Senza ripercorrere nel dettaglio tutti casi in cui questa sottospecie di “tradimento” è stata messa in atto, ci si limiti a considerare la complessità del contesto russo – il voluminoso scritto di Aleksandr Solženicyn Duecento anni insieme –, la travagliata storia della conservazione della preziosa Haggadah di Sarajevo o il tanto discusso movimento romeno della Garda de Fier (Guardia di Ferro).

Dal punto di vista letterario, la produzione legata al bacino ebraico è ancora più complessa e una prima grezza distinzione può essere realizzata tra la letteratura riguardante l’ebraismo e quella invece di origine ebraica, in cui un unicum è rappresentato dal fenomeno della letteratura in lingua yiddish, prodotta dalle comunità ashkenazite. Questa semplificata separazione si complica se si considera l’insieme eterogeneo di Leitmotiv che vanno a costellare questo tipo di produzione: l’analisi della questione dell’assimilazione, le rappresentazioni delle comunità interne agli shtetl o ai ghetti delle capitali, l’impiego massiccio di riferimenti di origine cabbalistica o talmudica e il perpetuato ripercorrere gli orrori dell’Olocausto, a cui si lega anche l’impiego di materiali storico-giuridici. Il tema dell’ebraismo ha trovato infatti manifestazioni differenti all’interno dei diversi generi letterari, arrivando, come nel caso di quello poetico, a metterne in discussione anche la tradizione formale. Ad essere particolarmente in voga, soprattutto negli studi più recenti, è l’attenzione riservata a testi di carattere memorialistico, espressione vivida della cronaca della Storia ebraica.

Il numero si apre con due articoli dedicati alla Romenistica. Il primo volto più in generale ad analizzare l’importante ruolo che la comunità ebraica romena ebbe all’interno del contesto culturale ottocentesco. All’interno del secondo, invece, si sono cercate di ripercorrere le fila dell’opera Da duemila anni di Mihail Sebastian, testo di difficile collocazione sul piano del genere letterario e costruito su due prospettive: quella dell’analisi sociale e quella legata alla questione identitaria dell’autore stesso.

All’interno del contesto della letteratura balcanica sono proposte due voci distinte. In primo luogo, il caso di Laura Papo Bohoreta, scrittrice e intellettuale mai contemplata nell’editoria italiana, che rappresenta non solo un caso interessante di voce femminile all’interno del contesto sefardita bosniaco, ma anche una delle prime anticipatrici del movimento femminista novecentesco vero e proprio. In secondo luogo, la figura di un intellettuale invece conosciuto e consacrato a livello interazionale, Danilo Kiš. Nell’opera dello scrittore la tematica ebraica, in bilico tra il tema della violenza e l’incontro con l’Altro, rappresenta un elemento fondamentale sin dai primi racconti.

Nel contesto ceco, la tematica ebraica è ampiamente presente nel secondo Novecento, molti sono gli autori cechi a interessarsi e a scrivere del tema, in particolare nell’ambito della memorialistica. Arnošt Lustig, uno di coloro che esperirono Terezín, è autore di un romanzo in cui il tema dell’ebraismo viene esplicitato nell’analisi del “peso della memoria”, impiegando una prospettiva femminile. A rappresentare un esempio unico, non solo nella produzione ceca, ma anche in quella europea, è la figura di Ladislav Fuks che, seppur non ebreo, dedica diversi testi della sua produzione al tema della Shoah, impiegando uno stile particolarissimo e un sistema di simboli quasi irrisolvibile sul piano interpretativo.

Imre Kertész, Premio Nobel per la letteratura nel 2002 “per una scrittura che sostiene l’esperienza fragile dell’individuo contro l’arbitrarietà barbarica della storia”, presenta in Essere senza destino una delle rappresentazioni più toccanti e crude riguardanti la Shoah all’interno della letteratura ungherese.

Per quanto concerne il contesto russo diversi sono gli autori proposti e, di conseguenza, anche le prospettive riguardanti il tema. Dai Racconti di Odessa di Isaak Babel’, alla riproduzione della figura dell’ebreo errante in Ehrenburg, toccando la questione politico-sociale legata ai passaporti, fino ad arrivare all’episodio di Mochoels nella dimensione del teatro, questi sono solo alcuni degli esempi che si possono prendere in considerazione. Le analisi rientrano all’interno delle dimensioni più disparate, come la prospettiva messianica di Šarov o il primato di Vasilij Grossman rappresentato dal suo reportage su Treblinka, oltre al più conosciuto Tutto scorre….

In ambito tedesco la produzione letteraria rappresenta solo uno dei tanti ambiti in cui è stata indagata la questione ebraica. Sebbene questa tenda ad essere collocata nel Novecento, in realtà la rappresentazione del tema trova le sue radici già in un autore come Lessing. Nonostante ciò, nel secolo scorso sono state molte le voci a emergere nel panorama letterario, dai singolari casi di Bettauer e Becker, all’emblematica produzione kafkiana, fino a Celan, una delle voci più importanti nei confronti della questione della poesia dopo Auschwitz.

Infine, nell’ambito della produzione polacca, Isaac Bashevis Singer, autore di lingua yiddish e Premio Nobel del 1978, viene analizzato considerando, in particolare, la prospettiva messianica presente in Satana a Goraj.

Ritornando a quando affermato metaforicamente nel titolo dell’editoriale, ciò che si evince da uno sguardo di insieme nei confronti dei contributi proposti è l’enorme varietà di rappresentazione della tematica ebraica sul piano letterario. Inoltre, questa ricchezza di sfaccettature è osservabile non solo da un punto di vista generale, ma anche all’interno dei singoli contesti. L’aspetto più affascinante è rappresentato dal fatto che, in realtà, l’insieme delle prospettive presentate in questo numero costituisce solo una minima parte del rapporto che sussiste tra il fenomeno ebraico e la letteratura, rapporto in cui concorrono in maniera massiccia altre discipline, come la storia o la sociologia. La difficoltà risiede proprio nel riuscire a districarsi in questo labirinto letterario e nel cogliere le possibilità interpretative sempre nuove sul piano della critica stessa.

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