“Sulla vodka”: un racconto di Evgenij Valer’evič Griškovec

Traduzione di Martina Greco

Evgenij Valer’evič Griškovec (17 febbraio 1967) è un attore, regista teatrale, scrittore, musicista, drammaturgo e conduttore televisivo russo. Nato e cresciuto a Kemerovo, nella Siberia occidentale, sviluppa presto un forte interesse per le arti e in particolare per la recitazione, apre dunque il primo teatro indipendente della sua cittadina, dove metterà in scena diversi spettacoli. Nel 1998 si trasferisce a Kaliningrad e da allora porta le sue opere teatrali in giro per la Russia e per l’Europa, presentando lati della sua cultura nazionale profondamente curiosi e poco accessibili a noi stranieri. È il caso del racconto che vi proponiamo di seguito: una divertente digressione sul ruolo che la vodka occupa nella vita quotidiana e spirituale dei russi, sul legame emotivo che il popolo russo intrattiene con questa bevanda, sulla sua imprescindibile russità.

Così Griškovec, in questa apologia alla vodka riesce a non essere mai banale e ad utilizzare i toni scanzonati che inevitabilmente si legano alla leggerezza dell’argomento trattato per scivolare, senza risultare mai pesante, nelle profondità del misterioso animo russo. Nel racconto ci viene spiegato il modo in cui la vodka va bevuta, da quali cibi va accompagnata, in quali bicchieri va versata e da quali parole va introdotta, per non cadere in una squallida bevuta di cattivo gusto e per sfruttare appieno le potenzialità di questa bevanda mistica, “non un mero alcolico, ma un fenomeno della vita”.

E allora, se volete conoscere i segreti dell’animo russo o anche solo farvi un bel brindisi come si deve, vi consigliamo di dare un’occhiata a questo geniale racconto inedito!

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https://e-grishkovets.kroogi.com/ru/download/2966493-Esse.html

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Traduzione_Grishkovec_Sulla vodka


Sulla vodka

Ricordo che una volta un corso provò a insegnarmi come si beve il pastis. Io rifiutavo, dicevo che non sopportavo l’anice.  Lui mi assicurava che semplicemente non ero in grado di berlo, perché non l’avevo mai bevuto come fanno in Corsica. A me anche solo l’odore di questa famosa bevanda faceva venire la pelle d’oca. Ma lui insisteva. Accettai di provare. Si rallegrò e trascinò sul tavolo una bottiglia di pastis, i bicchieri necessari, l’acqua e il ghiaccio. Come di rito, mescolò tutto e aggiunse il ghiaccio. L’unione con questi due ingredienti sbiadì immediatamente il pastis. Il corso fece tintinnare a lungo i pezzetti di ghiaccio, agitando il pastis diluito con l’acqua. Poi lo provò, assentì con soddisfazione e si leccò le labbra. Bevemmo assieme. Va da se che mi venne la pelle d’oca. Anzi, non mi venne la pelle d’oca, mi si drizzarono proprio i capelli. Con difficoltà e raccogliendo tutte le mie forze, bevvi fino all’ultimo goccio ciò che mi era stato offerto, ma non riuscii a nascondere una smorfia. Lui rimase deluso e disse: «La vodka te la bevi senza contorcerti, ed è di gran lunga più disgustosa». A questo punto cominciai a seccarmi. Gli chiesi come beveva la vodka. Rispose che cercava sempre di evitare di berla, ma se lo faceva, provava a ingoiarla più velocemente possibile, dato che aveva un sapore davvero ripugnante. Anche se il ghiaccio che nuotava nel bicchiere ostacolava la bevuta rapida.

Allora capii che la vodka è una bevanda esclusivamente nostra, anzi specificherei addirittura PERSONALMENTE nostra.

Molte volte abbiamo visto al cinema come i protagonisti dei film americani prendono una bottiglia di vodka, tra l’altro non dal frigorifero, ma semplicemente dal tavolo o dal minibar, la prendono e la bevono, tenera, calda, tenendola dal collo, a piccoli sorsi. A me queste scene fanno venire la nausea.

Io mi sono spesso scontrato col fatto che europei e americani pensano che la vodka sia una bevanda fortissima, pesante e quasi impossibile da ingerire, che abbia una potenza omicida, e che sia incomprensibile come tutto ciò che riguarda la Russia.

Una volta, mentre provavo con un intero gruppo di attori provenienti dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Francia, e da altri Paesi europei, li persuasi del fatto che non dovrebbero recitare pièce russe, ad esempio pièce russe sui russi. Cioè, non dovrebbero proprio tentare di rappresentarci. Ne risulta una cretinata. Basta che un francese indossi il colbacco ed ecco che già viene fuori una brutta caricatura. Loro non capivano. Allora chiesi se sapessero come i russi bevono la vodka. Dissero in coro che lo sapevano benissimo. Io li invitai a mostrarmi le loro conoscenze anche solo usando dell’acqua. Fu molto divertente. A quel punto promisi che glielo avrei insegnato, ma sul serio. Per questo organizzai una piccola festicciola.

Ovviamente nella città di Saint-Étienne non riuscii a trovare i vari tipi di stuzzichini adatti. Non trovai né il lardo di maiale, né il buon cavoletto fermentato, né i giusti cetrioli sotto sale (non marinati). Per non parlare dei lattari bianchi, dei funghi chiodini o rositi. Ma comprai del fantastico pane nero, trovai qualcosa di simile agli spratti sott’olio, scovai al supermercato una perfetta aringa norvegese, presi della cipolla… Comprare la vodka fu la parte più facile.

Insomma, feci dei piccoli panini: un tozzo di pane nero, un po’ di burro, l’aringa, sopra la cipolla a rondelle e dell’uovo sodo tagliato a pezzetti tondi. Comprai anche i cicchetti[1] adatti. Misi la vodka in congelatore. Ce n’era abbastanza, e anche di stuzzichini ne avevo preparati parecchi.

All’inizio bevvero con timore, specialmente le fanciulle. Dovetti addirittura rimproverarli. Molti appoggiavano appena le labbra sui cicchetti, come chi ha paura di scottarsi. Ma io insistevo affinché bevessero tutto d’un fiato e mangiassero velocemente gli stuzzichini. E finalmente lo fecero.

Aveste visto le loro facce! La cosa principale che emerse inizialmente dai loro visi fu lo stupore! Stupore perché l’avevano fatto e non erano morti né era capitato loro nulla di grave. La successiva espressione del volto voleva dire: Oh, mon Dieu! Ma è veramente buono!

Continuarono a bere ancora e ancora… poi si precipitarono a chiamare amici, amiche, conoscenti, e a voce alta, senza prendere fiato e con gioia, li avvertirono del fatto che avevano appena bevuto della vodka… tutta d’un colpo… tre volte… ed era TRÉSBON! Si sentivano chiaramente orgogliosi. Ancora! Vodka, e tutta d’un colpo! Come i russi! Come al cinema!

E in generale, in tutte quelle culture bere vodka d’un fiato è segno, se non di coraggio, perlomeno di forza.

Io ho conosciuto e apprezzato la vodka abbastanza tardi. La prima volta che ho bevuto sul serio della vodka è stato dopo i trent’anni. Fino a quel momento la bevevo, ma facevo difficoltà a inghiottire e non la consideravo esattamente buona. Mi interessava solo il risultato. E in questo caso il risultato era sempre penoso.

Ero sicuro che per entrare in confidenza con la vodka fosse necessaria una guida, un maestro, un vecchio compagno, se volete. Serviva un rituale, direi addirittura una cerimonia. Da questo dipenderanno di molto i successivi rapporti reciproci con questo complicato (molto più che un mero alcolico) fenomeno della vita.

Ha sortito effetto! Il primo vero cicchetto di vodka mi fu servito dal grande attore russo Michail Andreevič Gluzskij. Lo versò, disse le parole di rito, bevve con me e mangiò gli stuzzichini. Lui, si può dire, mi insegnò a muovere i primi passi. Mi trasmise e addirittura mi consegnò un’intera scienza. Io la memorizzai e provai ad essere un buon discepolo.

Per quanto mi riguarda, questa scienza me la ricordo così… Nonostante non se ne sia mai parlato. Mi è risultato chiaro con gli anni e durante il processo.

La vodka non si può consumare in solitudine e in silenzio. In caso contrario è semplicemente alcolismo, e nient’altro. Un cognac lo si può bere anche in solitaria, sedendosi la sera accanto al fuoco, sorseggiarlo leggiucchiando qualcosa.  E di whisky te ne puoi versare un ditino, buttarci del ghiaccio e imbambolarti davanti al televisore. La birra puoi berla da solo, guardando il football dallo schermo. Ma la vodka non ammette niente di tutto ciò.

Anche se capitano diverse situazioni in cui possiamo permetterci di fatto un altro terzo bicchierino in solitudine. Ma pur essendo soli alzeremo il cicchetto, faremo una pausa, poi ancora pronunceremo il brindisi a mente e infine faremo cin-cin con qualcosa. Ed ecco che non siamo più soli, ecco che stiamo già chiacchierando, che sia con un amico immaginario o anche con noi stessi, stiamo dialogando.

Il sapore stesso della vodka lo esige. E il suo gusto è tale per cui non la si può sorseggiare come il whisky o il rum. La vodka richiede porzioni da uno o due sorsi. E proprio questo gusto ha plasmato la stoviglia ideale per la vodka: il cicchetto! E poi di conseguenza ha plasmato anche il modo in cui questa si beve.

La vodka non la si può sorseggiare in compagnia. Bisogna berla, per così dire, di getto. E dunque tutta la compagnia contemporaneamente. Versi-bevi. Ma questa bevuta va proclamata, bisogna dare il via in fin dei conti, anche se al tavolo ci sono due-tre persone.

Penso che proprio questa necessità abbia creato l’esigenza del brindisi. E adesso noi non riusciamo neanche a immaginare una bevuta di vodka senza brindisi, senza qualche parola essenziale, senza un vettore di significato che accompagni ogni cicchetto. Ed è meglio se ogni brindisi sia diverso dall’altro, così come lo è ogni cicchetto. Altrimenti tutto si trasforma in una rudimentale sbronza di cattivo gusto.

Quando gli stranieri mi chiedono: Senti, i francesi dicono “santé”, i tedeschi “prosit” o “zum wohl”, e i russi come dicono? Prima rispondevo “na zdorov’e”, loro si divertivano e provavano a memorizzarlo.

Ma adesso dico: “Noi non abbiamo una parola o una frase standard. Ogni volta diciamo qualcosa di nuovo, o proviamo a dirlo. E se non abbiamo niente di nuovo da dire, allora brindiamo alla salute e ci separiamo.”

Ma è la verità! Chi e quando in un gruppo di amici ha mai detto “na zdorov’e!” Ebbene, nessuno mai! La vodka esige un approccio creativo. E proprio questo distingue l’arte dalla non arte di bere: la creatività!

Tutti noi abbiamo degli amici o dei conoscenti con cui bere un bicchierino in allegria e con i quali per fare questo non c’è bisogno che si verifichino particolari circostanze. Quella persona che porta con sé al tavolo la gioia dell’incontro, l’arte di fare un brindisi, una precisa comprensione della situazione e della compagnia, non si ripete, beve con sentimento, con criterio, facendo delle pause, grugnisce con appetito dopo aver vuotato il cicchetto, mangia con gusto gli stuzzichini: questa persona è l’ospite desiderato in ogni casa e in ogni compagnia.

Uno così può bere tanto, raccontare una caterva di barzellette, fare complimenti a tutte le fanciulle, ballare, cantare, e persino accompagnare a casa quello che sta male, oppure prendersi cura dei compagni che hanno bevuto un bicchierino di troppo.

Chi beve in silenzio, velocemente e con la chiara intenzione di ubriacarsi più in fretta possibile, cosa che prende il nome di “abbuffarsi”, diventa d’intralcio alla compagnia. Questi vanno evitati. Con loro bisogna cercare di non bere vodka. Perché “abbuffarsi” di vodka è imbarazzante e spiacevole. La vodka non va “divorata”, la vodka va “mangiata”. Non a caso suona così appetitosa la vecchia frase “assaggiare della vodka”.

Letteralmente “assaggiare”. Nessun’altra bevanda forte al mondo, a parte la vodka, scatena il desiderio di grugnire con appetito e con gusto e di smorzare velocemente la bevuta con del cibo.

La vodka è l’unica bevanda forte che si beve durante il pasto, che necessita di cibo.

L’uomo russo mentre mangia può bere sia whisky, sia rum, addirittura Calvados. Ma solo quando non c’è la vodka o quando vuole gettare fumo negli occhi. Ma allora cosa dire, se il nostro uomo persino la pasta la accompagna col pane!

Non appena il mondo intero si è aperto a noi, non appena siamo stati in grado di spostarci all’interno di questo mondo, su di noi si è scagliata una massa di informazioni alcoliche diverse. Ma, grazie alla profonda comprensione del fatto che la semplice sbornia è disgrazia e sconsideratezza e che ogni bevanda richiede l’osservanza di regole specifiche e addirittura rituali per il suo utilizzo, ci siamo raccapezzati molto velocemente.  A questo ci aveva preparato di molto il rapporto serio e talora ossequioso con la nostra bevanda profondamente nazionale, la vodka (qui io parlo di chi sa bere e non di coloro che rientrano nella penosa statistica del consumo di alcolici nella nostra Grande Potenza martoriata).

Dunque ecco, noi eravamo pronti ad assimilare tutte le bevande del mondo. Risultammo incredibilmente addestrati. E così tanti di noi molto velocemente diventarono meglio dei francesi nel districarsi fra i loro vini e i vari tipi di cognac, per non parlare poi dello champagne. Conosciamo meglio degli scozzesi i loro più validi produttori di whisky. Abbiamo le più preziose varietà di grappa italiana, che molti italiani non hanno mai nemmeno sentito nominare. Capiamo e sappiamo come, in quali circostanze e con cosa bisogna consumare tutte queste bevande.

Tuttavia, la vodka, e, cosa più importante, i modi in cui va assunta, resteranno, come prima, un nostro patrimonio nazionale e parte dell’incomprensibile anima russa.

No! Gli europei e gli americani ovviamente bevono la vodka. Ma come? La bevono con i succhi, la mischiano ad altre bevande diverse, possono, come al cinema, sorseggiarla, tenera e calda, tenendo la bottiglia per il collo…

Hanno anche inventato dei cocktail con la vodka. Lo stesso Agente 007 ha fatto la sua parte in questo. Guardando tutti questi infiniti tentativi, molti dei quali appaiono eleganti e seducenti… Guardando tutti questi “white” e “black russian”, l’uomo russo sospirerà e poi dirà (e se non lo dirà, lo penserà): “Ah, l’hanno rovinata con tanta maestria… Come l’hanno seviziata, tesoro. Si può trattarla così? Si può?”

Mai e poi mai, il belga che fa fermentare la birra migliore del mondo, o il francese-vendemmiatore di Bordeaux, con grandi mani nere per il lavoro, o il piccolo messicano sudato, che estrae dal cactus la tequila dorata e aromatica, o il magro, pallido scozzese, forte come un’asse di quercia, e impregnato di whisky come una botte di quercia, conosceranno il geniale, incredibilmente forte e perciò complesso gusto di un sorso di vodka fredda da un vecchio bicchiere sfaccettato, che apparteneva già al nonno… Del cicchetto bevuto il sabato dopo la banja… Dopo che alcuni amici  uomini… Quando il nonno, il babbo e un paio di figli dopo la falciatura… o quando due fratelli dopo una lunga separazione si rincontrano, riscaldano la cara banja, stanno a lungo sotto il vapore, escono a fumare o a buttarsi sulla neve… E poi di nuovo sotto il vapore… Mentre a casa le donne preparano la tavola, svolgono le faccende… ed ecco che gli uomini solo in biancheria intima, con i capelli arruffati, respirando affannosamente e parlando a voce alta fanno irruzione in casa… i visi sono paonazzi, rasati, la luce della lampadina si riflette sulle punte scintillanti dei nasi… Si siedono dietro al tavolo, riempiono velocemente il cicchetto e al motto “beh… dacci Signore!…” bevono con gusto, grugniscono e, dopo aver scovato nel fondo del piatto una morbida patata lessa, la divorano con avidità… Chi, a parte noi, può capire di cosa sto parlando…

E com’è il gusto della vodka che bevi con la carne fresca, dopo che hanno scannato il primo maialetto autunnale? O con i primi funghetti sotto sale in questa stagione… E con i funghi rositi? E poi, se il cicchetto è già pieno, il fungo già infilzato nella forchettina e improvvisamente ti accorgi che sul tavolo non c’è la panna acida. La padrona di casa corre a prenderla, la vodka si scalda, hai l’acquolina in bocca… Ma senza panna acida non si può. Ma ecco la panna acida, ecco il cicchetto bevuto, ecco il fungo generosamente bagnato nella panna, fredda, ancora un po’ dura da frigo ma buona, lo scricchiolio in bocca… Chi al mondo capisce una cosa del genere?

E quale bevanda si può bere con la zuppa riscaldata del giorno prima? Torni il giovedì stanco da lavoro, dietro la finestra marzo è iniziato. La stanchezza, la sensazione di un raffreddore imminente, a lavoro è tutto un problema continuo, che passa da una cosa all’altra…  Ma nel frigorifero c’è la pentolina piena della minestra di pollo del giorno prima, con gli gnocchi… No, meglio, piena di boršč[2]… No, il boršč o la solyanka[3] sono troppo prevedibili e scontati. Ecco! Un bel rassol’nik[4] con l’orzetto perlato nel fondo della pentola. E allora la zuppa si riscalda, prendi la bottiglia già aperta dal frigorifero, il cicchettino dallo scaffale… Spezzi un tozzo di pane nero…Di giorno non sei riuscito a pranzare come si deve… E poi bevi quasi di fila due cicchetti, un po’ di zuppa… Passano 5-7 minuti e percepisci come nella testa stanca e appesantita si fa strada una pallottola calda! Entra lentamente provenendo da qualche parte di fianco alla tempia…  La pesantezza e l’irritazione spariscono, coperti da un’ondata di tenerezza nei confronti dei familiari, se questi ci sono, e se non ci sono, nei confronti di tutto il resto dell’umanità.  Come spiegarlo a un norvegese o a un portoghese? E la vodka durante un picnic di settembre, nel bicchiere di plastica, con gli spratti sott’olio presi dal barattolo con due dita? E la vodka “di penitenza” per essere arrivato in ritardo al tavolo, con un cetriolo salato un po’ ad occhio? E la vodka nel bicchierino da campeggio metallico e dal sapore amaro, bevuta vicino al fiume, di notte, con la zuppa di pesce… È forse poco?

Ecco questi sono gli ingredienti principali di un cocktail infinito. Un cocktail fatto dei nostri, soltanto nostri, modi di vivere, abitudini, rituali, città, paesi, fiumi, laghi, feste, matrimoni, funerali, compleanni e battesimi, dolori e gioie, incontri, scontri, solitudine, amicizia… e vodka. Il nostro infinito long drink.

Tramite il legame della vodka con la nostra vita si spiega perché questa non venga lasciata nelle botti per molti anni, non venga conservata in bottiglie polverose nello scantinato affinché diventi più saporita. Non è possibile immaginare una vodka prodotta nel 1965, 1976, 1983, o anche solo due anni fa. È assurdo anche solo pensare che qualcuno possa chiedere al sommelier: «La vostra vodka quanto è invecchiata? Di che anno è, diciamo, la vodka che avete?». Tutto il resto si può conservare per decenni: il cognac, il Calvados, il whisky, il rum… Ma la vodka come si può conservare? Per una vodka che vada conservata così a lungo serve qualcuno che abbia abbastanza forza di volontà e carattere. Sarebbe una vodka sospetta… Se un russo scopre che una qualche bottiglia di vodka non è stata bevuta per degli anni pensa subito che è vodka cattiva! No! Non è necessario, è inutile, è vietato, conservare la vodka a lungo. Chi conserva a lungo la vodka sarà senz’altro una persona avida e noiosa, senza amici. È una vergogna conservare la vodka! Bisogna raffreddarla!

Solo la bottiglia di vodka è opportuna sul tavolo. Le altre bevande forti a tavola non si bevono… Si bevono al bar, davanti al camino, sul divano, passeggiando per i parchi… il whisky, il cognac e gli altri, si bevono versandone un po’ e senza guardare la bottiglia. Inoltre, le bottiglie delle altre bevande spesso hanno i vetri scuri. Si apre il cognac, se ne versa un po’ e lo si rimette via per la prossima volta.

La bottiglia di vodka, dopo essere stata aperta, raramente non viene bevuta tutta… La si toglie dal tavolo solo quando è vuota.

Perché la bottiglia di vodka deve stare sul tavolo? Ma perché quando si beve vodka la bottiglia è l’unico orologio attendibile. L’orologio comune, che segna il tempo reale, durante un banchetto con la vodka è un oggetto abbastanza inutile. Il tempo reale in quel momento svanisce. La vodka cambia lo scorrere del tempo, e la bottiglia diventa l’unico cronografo. Forse per questo la tipica bottiglia di vodka è bianca e trasparente. È necessario vedere con chiarezza il contenuto della bottiglia. Quanto è stato bevuto e quanto ne rimane: proprio in questo consiste il tempo del banchetto. Ma appena la bottiglia finisce, la si toglie dal tavolo e ne compare una nuova. E il conto del tempo ricomincia da capo. Si crea l’impressionante sensazione di un tempo infinito, di una vita infinita, di un istante felice che si è bloccato.

E la bottiglia vuota immancabilmente andrà nascosta lontano dagli occhi. Durante il soggiorno felice e luminoso nell’infinito attimo della vita, il passato non conta, si deve fare in modo che non lo si avverta. E il futuro? È noto… Noto nella forma dell’immancabile ritorno a casa, del brontolio della moglie, della pesantezza al mattino, del lungo e insopportabile giorno dopo… Ma in quel momento in cui sul tavolo si poggia la nuova bottiglia di vodka questo futuro improvvisamente appare lontanissimo e per nulla spaventoso.

La vodka può incredibilmente allungare il tempo e trovarlo laddove sembrava che non ci fosse. Due persone si incontrano per discutere di questioni complesse e ingarbugliate. L’incontro deve durare poco: non c’è tempo. Inaspettatamente bevono un cicchetto… E quando è quasi mattina, non solo hanno parlato, ma hanno risolto tutte le questioni.

Uno corre a fare un salto, letteralmente 15 minuti, a casa dell’amico per fargli gli auguri di compleanno. Solo 15 minuti perché ha un sacco di problemi terribili. Si sveglia di sabato pomeriggio e i problemi se ne sono andati da soli. Non si può dire che siano stati risolti! Semplicemente se ne sono andati…

Solo con la vodka e solo da noi possono originarsi tradizioni come quelle dell’ultimo bicchiere, del bicchiere della staffa e del bicchiere della penitenza… tutto questo è legato al tempo. Il bicchiere di penitenza serve per fare abituare con gusto il ritardatario al fuso orario in cui si trovano quelli che sono arrivati puntuali. Mentre il bicchiere della staffa è l’ultimo tentativo di trattenere, di prolungare il tempo felice. E magari di fermarlo ancora per un periodo…

La vodka è un fenomeno profondamente nazionale! Giudicate da voi. Se bevi all’inizio della birra, poi del vino, poi del whisky eccetera eccetera e poi prendi un bicchierino di vodka ghiacciata…. Questo cicchetto ti farà riprendere e ti darà una sensazione molto più forte del caffè o del succo di limone. Questo cicchetto rischiara la coscienza, ti fa tornare la vista nitida, ti dà un giudizio veritiero della situazione…

In questo momento bisognerebbe fermarsi!
Ma nessuno si ferma!


[1] La rjumka, qui tradotto come “cicchetto” è un tipo di bicchiere utilizzato in Russia specificamente per bere la vodka.

[2] Il boršč è una minestra a base di barbabietola, originaria del territorio oggi appartenente perlopiù all’Ucraina, molto diffusa nei paesi slavi.

[3] La solyanka è una densa, piccante e aspra zuppa comune in Russia, Ucraina e altri stati dell’ex Unione Sovietica.

[4] Il rassol’nik è una pietanza russa che consiste in una zuppa, principalmente a base di cetrioli salati, a cui può essere aggiunta anche della salamoia di cetrioli.


Apparato iconografico:

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One Reply to ““Sulla vodka”: un racconto di Evgenij Valer’evič Griškovec”

  1. Una lettura, spedita, semplice ed efficace. Un racconto che, insegnando, svela un luogo della coscienza russa, nascosta nelle pieghe del tempo.
    Brava, Martina.

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