Te(cni)che di conservazione letteraria dei viventi: “La sicurezza della nazione ungherese” di László Krasznahorkai

Richárd Janczer

A un mese dall’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura 2025, secondo ungherese a riceverlo dopo Imre Kertész nel 2002, è uscito in Ungheria A magyar nemzet biztonsága (“La sicurezza della nazione ungherese”, novembre 2025) di László Krasznahorkai.

Ultimo libro dell’autore – forse in tutti i sensi – è stato tradotto da Dóra Várnai e edito a maggio 2026 dalla casa editrice Bompiani, come le principali opere di Krasznahorkai in Italia: Sátántangó (“Satantango”, 1985), Az ellenállás melankóliája (“Melancolia della resistenza”, 1989), Háború és háború (“Guerra e guerra”, 1999), Báró Wenckheim hazatér (“Il ritorno del barone Wenckheim”, 2016), Herscht 07769 (2021). Il penultimo romanzo, Zsömle odavan (“Panino non c’è più”, 2024), è di prossima pubblicazione anche in Italia.

Link al libro: https://www.bompiani.it/catalogo/la-sicurezza-della-nazione-ungherese-9788830154896


Con La sicurezza della nazione ungherese si è forse al cospetto dell’opera conclusiva di László Krasznahorkai, che sceglie di terminare il suo quarantennale percorso con un titolo pamphlettistico intenzionalmente provocatorio: l’esile romanzo non si focalizza sulle recenti questioni della società ungherese (tutt’altro che locali!) e i suoi temi s’intrecciano sotto l’egida di un titolo a loro estraneo. È infatti con sottile ironia che Krasznahorkai menziona di sfuggita e lascia sullo sfondo un evento apocalittico come l’invasione dell’Ucraina, meno prioritario per la “sicurezza nazionale” dell’inseguimento di immagini kitsch, artefici di tronfio orgoglio e illusorie identità:

“[N]oi siamo qui a lavorare indefessamente, con molti sacrifici, notte e giorno, per richiamare l’attenzione degli ungheresi grandi e piccini sul fatto che un’acacia ungherese con le api che le ronzano intorno, o una quercia o un faggio ungheresi con le loro farfalle, […] dimostrano come la nostra patria sia per noi, figli e figlie di questa gloriosa nazione, la più bella del mondo, ed è proprio questa cosa bellissima ciò che noi qui dobbiamo mettere in mostra [.]” (p.77)

In un clima socio-politico di retorica e censura, Krasznahorkai non districa dall’ambiguità le varie metamorfosi del titolo lasciando al lettore la responsabilità di sfidare l’apparente insignificanza di ogni digressione e domandarsi, armato di una nitida lente d’ingrandimento, cosa sia la sicurezza di una nazione. Così facendo, per esempio, al destino della femmina di Whittleia undulella, il cui solo scopo è quello di riprodursi e nutrire la prole col proprio cadavere (p. 122), fa eco la sorte di ogni essere umano. Una frase ambigua come “la città era diventata pericolosa” (p. 21), comodo pretesto per uscire prima dal lavoro e nefasto presagio, contrappone il presente a un passato recente in cui era ritenuta sicura. Emerge così il ritratto di un paese contradditorio in cui ex-professori mendicano e i nuovi edifici non hanno porte funzionanti, in cui burocrati insultano sottoposti attorniati da aureole di santità mentre la violenza più efferata, da cui non vi è riparo, non ha bisogno di nascondere il proprio volto.

È sullo sfondo opaco di questa misteriosa “sicurezza della nazione ungherese” che avviene l’incontro tra uno scrittore di nome “Krasznahorkai”, alle prese con la stesura del suo ultimo romanzo e con molte domande scientifico-filosofiche riguardo alla natura della vita, e il dottor András Papp (il protagonista), un entomologo impiegato al Museo Ungherese di Scienze Naturali e affetto dalla sindrome di Klippel-Feil. Quest’ultimo vive nella casa dei defunti nonni a Csepel, XXI distretto della capitale tra i più marginalizzati, un autentico “posto di merda” (p. 118) da cui scappare, ma un Paradiso ai suoi occhi (p. 17).

Non è un caso se András Papp fin dall’infanzia studia i lepidotteri, “insetti che non pizzicano, non pungono, non mordono” (p. 73). È un animo gentile che porge sempre l’altra guancia, un “idiota” del nostro tempo, come suggerisce l’esergo tratto dall’omonimo romanzo di Dostoevskij. Eppure, al Myškin di Krasznahorkai non è mai stata data alcuna possibilità. Nella vita del suo “idiota” non vi sono donne polarizzate dallo sguardo maschile, dal cielo ungherese non cade il miracolo improvviso di alcuna eredità milionaria ma solo il pesante mutuo di un misero appartamento all’estrema periferia, insieme museo del tempo sospeso e nido uterino dell’infanzia perduta. Egli è come un’eterna crisalide di Whittleia undulella che “avvolge se stessa dentro il proprio sacco, dopodiché trascorre il resto della sua vita quasi immobile dentro il sacco” (p. 121).


“[N]on aveva abbastanza soldi né per un portatile migliore né per nessun altro computer, il museo non forniva queste cose né gli dava soldi per spese extra, per cui viveva con pochissimo, il suo stipendio netto era di trecentoundicimila fiorini più qualcosina per l’invalidità, non riusciva a mettere da parte nulla, arrivava a malapena alla fine del mese, anzi: a dirla tutta verso la fine del mese, l’ultima settimana prima dello stipendio, i soldi a stento gli bastavano per mangiare” (p. 115)

Come in un romanzo realista, l’ambiente l’ha condannato fin dalla nascita, nessun “effetto farfalla” potrà risollevarne le sorti: “ciò che qui è importante è che non esiste una scelta riguardo alla vita, non esiste un processo, un progresso, perché non esiste un ‘avanti’” (p. 144). Seppure la pietas di una fetta di pizza possa illudere della bontà del mondo (p. 152), è “Krasznahorkai” stesso ad annichilire ogni possibilità: “io vendo speranza, e con la speranza vendo anche la perdita di tempo, mentre le opere che ho creato – speranza un corno!” (p. 67).

A differenza di Dostoevskij, infatti, il rapporto tra “autore” e personaggio è verticale: dalle condizioni finanziarie alle reciproche esperienze di globale e locale. Lo scrittore è un uomo di mondo che ha viaggiato dagli Stati Uniti a Kuala Lumpur e può permettersi lussi da esteta come bere whisky o Campari e fumare sigari nicaraguensi, discorrendone da vero intenditore. Al contrario, András Papp è imprigionato nel bozzolo di un contesto locale – in cui i dettagli quotidiani sono preponderanti (il bus Ikarus, la bibita Bambi, il giornale di cruciverba Füles, un barattolo di Erős Pista ecc.) –, il solo che conosce.

La loro disparità si sviluppa fin da subito attraverso un dialogismo asimmetrico. “Krasznahorkai” avvia un “discorso fluviale” (p. 58) divagante, labirintico, pieno di ripetizioni, che elude continuamente la domanda sul perché sia proprio Papp l’interlocutore prescelto o quale sia il tema, l’argomento che ha bisogno di sottoporgli così urgentemente. Il monologo di un “logorroico inarrestabile” (p. 90) che si rifiuta di accettare l’incomunicabilità assoluta di un’idea (esergo dostoevskijano) e finisce per “parlare senza più lasciargli la parola” (p. 80), dominando dunque verbalmente i loro incontri. Un’asimmetria dialogica che riverbera con quella visiva delle parole in grassetto che troncano le dodici frasi-capitolo o capitoli-frase, dalla lunghezza regolare, e rivela la propria natura solo al termine di dieci capitoli “Introduzione”. Varcata la soglia dei due “Quasifinito”, i capitoli conclusivi, la tensione comunicativa si scioglie: l’autore è pronto per il suo gran finale.

Parallelamente alla disparità verbale, sul piano affettivo lo “scrittore” sembra ridurre le distanze. Fraternizza, gli dà del tu, passa a un tono confidenziale chiamandolo “Bandi” (p. 135), stesso soprannome usato dal vicedirettore del Museo, non a caso parassitologo, e parla in maniera fin da subito informale, talvolta triviale. Un climax che culmina con il suggellarsi della loro amicizia mediante un brindisi, una fraternizzazione che tuttavia non ha nulla di carnevalesco. È un trattamento solo all’apparenza “da pari a pari” (p. 97) che illude Papp di aver finalmente trovato un amico in grado di vedere al di là del suo aspetto fisico. Una vicinanza volta a nascondere il loro essere “lontani come una farfalla… dalla sicurezza della nazione ungherese” (p. 171).

Gradualmente l’orrore squarcia la crisalide del loro rapporto e l’anziano scrittore dai discorsi confusi rivela una natura di satiro; infatti, al contrario di Papp, la personalità dello scrittore sembra coincidere al suo aspetto: ha i vestiti unti, le unghie sporche, i denti gialli, gli occhi cisposi, pochi capelli completamente bianchi lungo i lati della testa e la pancia alquanto pronunciata. Lo sguardo ingenuo del lettore o di Papp che invano rifugge la corrispondenza apparenza-essenza, non può più negarla alla visione dello sfacelo in cui vive “Krasznahorkai”, “la tana trascurata di un malato miserabile” (p. 163).

In un mondo “che va avanti senza che in esso compaia un Signore Iddio” (p. 135), a farne le veci è infatti uno scrittore sudicio che tiranneggia sul personaggio, un dio nichilista dalle polarità marcate e divergenti, tronfio della propria celebrità quanto preda della più infima vergogna: “sono diventato un parassita, un coglione ormai del tutto solo, un buono a nulla che se ne va in giro senza meta in compagnia di un entomologo troppo gentile” (p. 177).

“[L]ui era la vittima da offrire in pasto a Dio solo sa chi in un libro, da mettere in mostra, da far vedere ai lettori per quel poco che era: un povero bastardo, un miserabile mostro deforme che però si ostinava a rincorrere le farfalle, le creature ritenute più eteree e fiabesche che potessero esistere al mondo” (p. 141-142).

Il rapporto che si instaura tra Papp e “Krasznahorkai” è dunque un ambiguo oscillare tra l’illusione di un’amicizia compassionevole e la nuda dominazione di un dio annoiato sul suo trastullo. Uno specchio della violenza tra l’entomologo e le farfalle: le insegue, le osserva, le cattura, le disseziona e le conserva per esporle nelle teche del Museo. Ma la letteratura, al contrario dell’entomologia che è capace di conservare quasi solo le “imago” (p. 74), è assai più crudele perché capace di intrappolare la vita in tutti i suoi stadi e fissarla per l’eternità in un libro “che doveva concludersi con una farfalla che vola via alla fine, e nient’altro” (p. 60).

L’orrore crescente nel romanzo si nutre del paradosso kafkiano di un cacciatore di farfalle impossibilitato a diventare farfalla, “come un tempo Teseo, da un labirinto fin troppo elaborato e superfluo” (p. 94). Specularmente a una politica sempre più indifferente e insensibile, il lettore assiste impotente all’efferata visione di un entomologo – “idiota” per gli umani, dio senza scrupoli per i lepidotteri – sigillato per sempre nella teca testuale di uno scrittore che non ha più speranze da vendere. Papp, avvolto da una sempre più fragile sicurezza di amicizia, si dibatte invano, mentre “Krasznahorkai”, quello che considerava il suo unico amico, sta lì fermo a un’ironica distanza e lo osserva compiaciuto accendendosi un sigaro.

“[A]desso posso vivere in pace, senza domande e senza risposte, non scriverò più ‘di nulla’, non scriverò niente delle farfalle, non scriverò proprio più libri, nemmeno uno.” (p. 159)

 

Sitografia:

Sulla possibile conclusione della carriera letteraria di Krasznahorkai, index.hu: https://index.hu/kultur/2026/06/08/krasznahorkai-laszlo-marosvasarhely-szego-janos-magveto-kiado-szinpadi-beszelgetes-magyar-irodalom/

Andrea Giunti sul prossimo libro di Krasznahorkai edito in Italia: https://tg24.sky.it/mondo/2025/10/14/nobel-krasznahorkai-ultimo-libro

 

Apparato iconografico:

Immagine 2 e di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/L%C3%A1szl%C3%B3_Krasznahorkai