Nota editoriale

Andergraund rivista, fondata nel 2020 durante i tempi che oggi si ricordano come il “periodo del Covid”, giunge al suo nono numero. Durante questi anni ha sperimentato diverse configurazioni e riconfigurazioni, vedendo passare voci giovani e meno giovani che vi hanno pubblicato, contribuendo a creare una comunità fuori da spazi spesso restringenti nei confronti dell’espressione, come le aule e il contesto puramente accademico. Se all’inizio di questa avventura editoriale, la quale potrebbe definirsi un esperimento editoriale stricto sensu, le contributrici e i contributori della rivista erano primariamente spalmati sul suolo padovano, oggi la conformazione della rivista appare nettamente diversa e vede la partecipazione di persone che si trovano a vivere non solo in diverse parti d’Italia, ma in generale d’Europa. Questa nuova configurazione geografica della redazione è uno dei fattori che ha portato a una necessità di modificare la rivista stessa. Ciò non rappresenta un qualcosa di eccezionale, in quanto lo spazio e il suo continuo mutamento influenzano profondamente la configurazione estetica di un contesto culturale e ne definiscono le sue potenzialità. Di fatto, la cultura è determinata dalle forze della spazialità secondo forme di dominio le più varie che oscillano entro fenomeni quali l’annichilimento e la fioritura. Ci troviamo oggi in un periodo storico in cui lo spazio in cui una produzione culturale avviene determina la sua effettiva realizzazione. Come afferma un poeta ceco contemporaneo “per gente come noi / il tempo in Europa / non sembra dei migliori”. L’Europa centrale non è più lo spazio libero a cui gli occhi dei lettori si erano idillicamente abituati, incombe sempre più forte lo spettro di una nuova censura, di una nuova oppressione delle libertà di espressione e – di conseguenza – la necessità di coloro che producono la cultura a reinventarsi. Questo uno dei motivi che ha portato la redazione di Andergraund Rivista a interrogarsi su un tema così ampio come lo spazio dalla prospettiva di tutte le sue accezioni possibili, inteso come spazialità in divenire.

Il numero presenta una copertina realizzata dall’illustratore ceco Antonín Handl, il quale negli ultimi tempi ha fatto della rappresentazione dei paesaggi un suo marchio di fabbrica. Il paesaggio qui raffigurato trasmette un senso di cupezza che si intensifica a causa del filo spinato posto tra di esso e gli spettatori. Il contributo con cui si apre il numero è a cura di Matteo Colombi, boemista e comparatista che lavora all’università di Leipzig. Colombi affronta la questione dello spazio – nello specifico quello triestino – in una prospettiva marcatamente teorica, la quale viene smorzata dalla presenza di aneddoti e riflessioni che portano su di una dimensione di elaborazione più personale.

La sezione di boemistica si compone di un unico contributo, ovvero una traduzione di versi della poeta Zofia Bałdyga, selezionati da raccolte pubblicate in ceco e in tedesco da parte di Martina Mecco e Serena Buti. La sezione di balcanistica, composta da tre contributi, si apre con un’esplorazione del carattere liminale e paradossale della città di Pola nel romanzo di formazione La sinfonia del diavolo di Davor Mandić, a cura di Marco Jakovljević. Segue una traduzione, sempre a cura di Marco Jakovljević, del saggio Kvir di Pino Pograjc, in cui egli fornisce una panoramica sulla letteratura queer slovena dagli anni Ottanta fino ad oggi. La sezione di balcanistica si chiude con un’analisi, a cura di Laura Renesto, dei poemi Mi smarrisco nuovamente in qualcosa e Desiderio romantico di Ciril Bergles, i quali affrontano il rapporto tra lo spazio e l’interiorità del soggetto lirico. La sezione di magiaristica si apre col contributo di Jessica Alfieri, la quale analizza il romanzo Il signor A.G. nella città di X di Tibor Déry, mostrando come in tale opera la città si manifesti come forza attiva di controllo e alterazione della percezione dell’individuo. In seguito, Ester Dall’Olio propone un’analisi del ruolo dello spazio nel romanzo scema di Vera Hegedüs, con particolare attenzione alla rappresentazione dei confini, sia interni che esterni, nella narrazione. Chiude la sezione Viktor Tóth, con la sua analisi della raffigurazione dello spazio delle pianure ungheresi e ai ruoli che esso assume in Silenzio e grido di Miklós Jancsó. La sezione di russistica presenta una serie di articoli e due traduzioni. Chiara Casarini affronta la rappresentazione degli spazi nell’opera di M. Ghessen The Future Is History: How Totalitarianism Reclaimed Russia, prestando particolare attenzione alla dimensione civica delle proteste del 2011-2012. Marianna Di Labbio porta l’attenzione sulla figura di Josif Brodskij e, nello specifico, sul romanzo In a Room and a Half, redatto dall’autore durante il periodo dell’esilio. L’articolo analizza come la memoria venga plasmata in uno spazio di forte carica storico-simbolica come quello degli spazi abitativi di epoca sovietica, sino a conciliare presente e passato attraverso il gesto della scrittura. L’articolo di Olga Ferraro analizza il ruolo dello spazio ne Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov, mostrando come i luoghi della città di Mosca riflettano i rapporti di potere, il controllo ideologico, l’alienazione e la ricerca di una dimensione di pace e libertà spirituale. Il contributo di Lara Righi si focalizza sulle modalità secondo cui la casa e gli oggetti familiari in Memoria della memoria di Marija Stepanova trasmettano la memoria tra generazioni, evidenziando il ruolo delle donne, delle fotografie, dei diari e delle lettere nel ricostruire il passato e colmare i silenzi legati ai traumi dell’epoca sovietica. Guy Etienne Rivier si dedica alla rappresentazione dello spazio ne Lo sterro di Andrej Platonov, mostrando come il cantiere urbano e il cortile rurale riflettano il conflitto tra natura e ideologia comunista e il fallimento del progetto sovietico di costruire un futuro socialista. Infine, Francesca Zanotti concentra il suo articolo sulla rappresentazione dello spazio e del rapporto tra uomo e natura nei racconti di Vladimir Korolenko, mostrando come lo spazio fisico, psicologico e metafisico rifletta l’interiorità umana e favorisca una riflessione sul legame tra dimensione terrena e spirituale. Per quanto concerne le traduzioni, la prima è stata realizzata da Claudia Fiorito e riguarda un testo di Lev Trockij intitolato La vodka, la chiesa e il cinematografo uscito sulla Pravda nel luglio del 1923. Francesca Stefanelli ha invece curato la traduzione, realizzata insieme a Rita Di Girolamo, di un estratto del libro dell’autrice dolgana Kseniia Bolshakova dal titolo Un giorno toccherà al permafrost, ancora inedito in Italia. Infine, la sezione di russistica contiene anche un’intervista realizzata con Virginia Pili, la quale è in procinto di concludere la sua biografia di Lev Trockij, di prossima uscita per Carocci. L’intervista affronta aspetti meno conosciuti della vita del politico russo e pone l’accento sulle modalità di stesura di una biografia dedicata a una figura di tale portata storica. Chiude questo numero la sezione dedicata alla cultura e letteratura dei paesi di lingua tedesca: il primo contributo è firmato da Francesco Bressan e tratta del complesso spazio culturale della regione dell’Alto Adige, dove la protagonista de L’“italiana” vive la propria scoperta identitaria attraverso il superamento delle barriere culturali. Il secondo articolo, scritto da Silvia Girotto, affronta la condizione del protagonista de Il tamburo di latta, un individuo che vive nello spazio liminale tra ruoli, doveri e responsabilità e descritto da Günter Grass attraverso la lente del realismo magico. Rocco Guaragnone propone un’analisi del romanzo La memoria delle libellule di Marica Bodrožić, esplorando lo sradicamento e la ridefinizione dell’identità nello spazio migratorio, nonché la perdita dell’identità nel contesto post-jugoslavo. Conclude il numero Viviana Santovito con un’analisi dello spazio della città di Berlino attraverso l’opera Ricordi della Berlino letteraria di Stanisław Przybyszewski, esaminando il suo rapporto con la capitale prussiana a fine Ottocento.

 

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Secondo una modalità un po’ anomala rispetto a quanto è in uso per questa rivista vorrei prendere parola e scrivere in prima persona un pensiero che in qualche modo vuole avviare verso un punto di clôture, di conclusione. Ho fondato questa rivista nel 2020 con Sara Deon, al nostro appello a contribuire hanno risposto persone ai cui tempi eravamo legate nell’ambiente universitario patavino, con cui condividevamo spesso un caffè o una sigaretta. Nel corso degli anni intorno alla rivista si è creata una comunità di persone che ho avuto il piacere di conoscere, con le quali ho avuto il piacere di conversare, talvolta scontrarmici fino a litigare, e che mi hanno insegnato talmente tante cose che sarebbe una perdita di tempo cercare di abbozzare qui una sintesi. Sin dalla sua fondazione, ho sempre concepito Andergraund Rivista come un’isola di libertà del pensiero critico e una possibilità data a chi sente il bisogno di dire qualcosa senza che debba ritrovarsi in luoghi troppo stretti per il pensiero. Per questo motivo – risponderò ora a una domanda che mi è stata posta più volte – ho sempre scelto, in quanto prima co-direttrice e in seguito direttrice, di non registrare Andergraund come rivista ufficiale, di non farla diventare “scientifica”. In altre parole, di non farla riconoscere in modo ufficiale. La rivista ha saputo trovare il suo riconoscimento da sola e l’ha trovato nel modo più genuino possibile, diventando un canale di comunicazione e interazione che ha permesso dialoghi (forse) altromodo impossibili. La mia esperienza in Andergraund mi ha insegnato che è possibile essere alternativi senza che l’alternatività diventi kitsch, che l’uso del termine “alternativo” in toni provocatori e decostruttivi non è altro che un gesto retorico vuoto. La lista di persone che vorrei ringraziare nel concludere questo mio breve paragrafo sarebbe lunghissima, mi limito qui a citare Silvia Girotto e Marco Jakovljević, a cui devo molto come direttrice della rivista ma soprattutto come individuo. Vorrei ringraziare la LibrOsteria per essere stata il nostro spazio e una delle mie case. Essere direttrice di Andergraund è stata una delle esperienze più belle della mia vita, un modo per restare ancorata alla lingua in cui è pubblicata, che ad oggi sento sempre meno mia, e per cercare di ricucire un legame con il paese in cui viene pubblicata, a cui ad oggi non sento più di appartenere. Parrebbe che Roman Jakobson, ormai strutturalista navigato, un giorno abbia parlato del formalismo come di un vestito divenuto troppo piccolo. Rimanendo su una metafora vestiaria, un mio caro in sua poesia scrive che “le parole sono abiti di seconda mano che non calzano”. Mi sento di essere rappresentata un po’ da entrambe le due immagini metaforiche – sono diventata quel vestito troppo stretto e le parole non calzano molto bene – nel momento in cui annuncio di lasciare la direzione della rivista, ma lo faccio lasciandola in buone mani.

Praga, 13/10/2026

Martina