“Colei che resta”: la vita di una “ostajinica” del romanzo d’esordio di René Karabash

Federica Florio

 

Non è un mito, né una favola. È la storia dell’umanità.” (p.11)

È questa una delle ultime frasi che si trovano nella nota di introduzione che René Karabash (Irena Ivanova all’anagrafe) utilizza per spiegare la parola che dà titolo al suo romanzo d’esordio: Ostajinica, letteralmente ‘colei che resta’. Un termine antico, un appellativo dedicato a quelle donne che, secondo il Kanun – un insieme di arcaiche norme tramandate oralmente in Albania che costituiscono un vero e proprio codice di diritto consuetudinario – fanno giuramento di verginità, iniziano a condurre una vita da uomo e assumono il ruolo di capofamiglia nelle società patriarcali presenti in alcune zone dei Balcani. Si tratta di un cambio di sesso costituzionalmente accettato, prestando un giuramento a seguito del quale la donna acquisisce i diritti maschili, di cui le donne lì sono private” (p. 11) sottolinea Karabash, specificando la natura di questa sorta di celibato femminile. In altre parole, il termine ostajinica indica una femmina nubile che supplisce alla mancanza di un erede maschio nella casa paterna.

Proprio su questo fenomeno delle ‘vergini giurate’ si concentra Colei che resta (“Ostajinica”, 2018), romanzo con cui l’autrice, già nota per il suo ruolo da protagonista nel film Godless, si è aggiudicata il prestigioso premio letterario Elias Canetti nel 2019. Dal 12 febbraio 2025 è possibile trovare l’opera nelle librerie italiane grazie a Bottega Errante Edizioni, con la traduzione dal bulgaro di Giorgia Spadoni e la prefazione a cura di Elvira Mujčić.

Link al libro: https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/colei-che-resta/


Nonostante il testo originale sia in lingua bulgara, il romanzo è quasi interamente ambientato in Albania, in una piccola comunità che va spopolandosi sempre più. Nei villaggi rurali del nord del Paese, il Kanun regola tutt’ora gli aspetti della vita sociale, quali onore, ospitalità, vendetta e proprietà. Non mancano le dispute di sangue per difendere l’onore della propria famiglia e per regolare i conti. Ed è proprio dalla ‘tassa di sangue’ versata per risolvere un torto subito che inizia il romanzo.

La storia, raccontata prevalentemente in prima persona, è quella di Bekià, una giovane che decide di salvarsi da un matrimonio combinato facendo voto di castità diventando così una vergine giurata. Decide dunque di prendere il nome di Matja e di ricreare la propria identità, ottenendo il diritto di agire come un uomo, modificando la propria postura e il modo di camminare, parlare e vestirsi: “[…] entra un delicato uomo con i capelli pettinati all’indietro dai lati, entra nella giostra della porta,indossa un abito antiquato, le sue scarpe sono bianche, di vernice e col tacco, è maldestro […] il giovane è una donna, anche se somiglia a un ragazzo, i delicati tratti sul suo volto la tradiscono […]” (pp. 113-114).

Il prezzo di questa metamorfosi, spesso interpretata come vera rinascita, presenta tuttavia un conto molto salato da pagare: la distruzione della propria famiglia.

La narrazione non è lineare. Al contrario, il flusso di coscienza e la moltitudine di immagini che sfilano l’una dopo l’altra ad alta velocità guidano il lettore in un groviglio di flashback e dialoghi frammentati. Matja racconta la sua vita a una giornalista da poco giunta nel suo villaggio per intervistarla come ultima ostajinica. Nel narrare la propria storia, spesso aggiungendo riflessioni personali più o meno lunghe, la protagonista fa emergere da un cassetto vecchie lettere – scritte dal fratello Sali e rimaste ignorate per anni – che interrompono più volte il filone principale. L’autrice fa emergere così un secondo punto di vista, donando al lettore pezzi aggiuntivi per completare il puzzle. L’assenza della punteggiatura rende tutto ancora più sfuocato, dando erroneamente l’impressione di trovarsi in un racconto a tratti fiabesco e lasciando a chi legge l’impresa di dover ricostruire non solo ciò che ha portato Bekià a prendere il nome di Matja, ma anche il carattere dei personaggi e i rapporti che li legano e li vincolano. Questa struttura frammentaria e poetica permette al lettore di assistere a qualcosa di tragico e liberatorio al tempo stesso, un’esperienza totalizzante che è probabilmente frutto della maturità artistica di René Karabash.


Nella sinossi si evince subito che il motivo per cui Bekià ha deciso di sottrarsi al matrimonio sia legato all’amore segreto per una ragazza bulgara – dettaglio che in realtà viene rivelato solo successivamente. Sebbene questo amore segreto sia indubbiamente la causa scatenante del cambiamento affrontato dalla protagonista, in realtà al centro del romanzo vi è un grande dramma familiare, che inizia ben prima della metamorfosi di Bekià e della conseguente disputa di sangue.

L’opera inizia con una poesia di trentasei versi che comincia così: già nel ventre di mia madre / sentivo diverse cose / come mio padre che diceva / iskam sin, voglio un figlio” (p. 13). La prima parte del romanzo, infatti, si concentra a lungo sull’infanzia di Bekià e, in particolare, sul rapporto travagliato con il padre Murrash, che da sempre desiderava un figlio maschio e che, incapace di accettare la realtà, l’ha sempre chiamata ‘ometto di papà’ dandole fin da subito un’educazione maschile, forse nel tentativo di far tacere la vergogna che prova: tutto il paese lo sa / Murrash voleva un figlio, ma gli è nata una figlia” (p. 24). Bekià cresce sana e forte, mostrando caparbietà nel soddisfare le aspettative del padre e un innato coraggio nell’affrontare le situazioni più delicate. Poco dopo arriva suo fratello Sali, rachitico fin dalla nascita, docile di carattere, amante della lettura e con una sensibilità considerata di troppo per un maschio. Il padre gli affibbia un soprannome ben diverso da quello usato per la sorella: lo chiama gevšek, smidollato, e ne critica il temperamento e gli interessi. Nonostante i caratteri così diversi e i commenti spesso indelicati del genitore, tra i due si instaura un legame fraterno che va ben oltre le aspettative.

Tuttavia, dopo il rifiuto di sposarsi, il Kanun obbliga Bekià a una scelta difficile: decidere chi tra suo padre Murrash e suo fratello Sali dovrà essere ucciso dal promesso sposo per pagare la tassa di sangue. La scelta della ragazza ricade su Sali, che però riesce a prevedere la decisione della sorella e decide di scappare, costringendo il padre a rinnegarlo e a subire la legge dei propri antenati. Murrash, ad ogni modo, affronta il proprio destino con orgoglio, quasi onorato che sia stato dato a lui il compito di adempiere alle regole del Kanun: mio padre respira pesantemente, il Kanun alla fine l’ha raggiunto, gli gonfia il petto con la sua legge suprema, la legge dell’onore, papà solleva il braccio sinistro, mia madre piange, guardo il braccio di mio padre, se avesse potuto sollevare il suo intero corpo per quell’onore, se potesse morire di una qualche malattia o nel proprio sonno, se potesse morire con due dita d’onore sulla propria fronte”(p. 63).

Se il cuore dell’opera di Karabash è la trasformazione di Bekià/Matja e il suo nuovo ruolo sociale come ostajinica, lo scheletro vero e proprio del romanzo è la tragedia familiare. Colei che resta è la storia travagliata di una famiglia che rimane incastrata, volente o meno, nella tela intessuta dal Kanun. È il racconto del rapporto apparentemente insanabile tra due fratelli, stroncato fin da subito dalle aspettative della società e da un’educazione retrograda e ipocrita. Bekià e Sali vestono così, seppur in modi diversi, i panni dei superstiti – il nome stesso di Bekià è carico di valore semantico, in quanto vuol dire proprio ‘sopravvissuta, colei che si è salvata’. La dicotomia e la complementarietà dei due sarà punto focale dell’intera narrazione, e accompagneranno il lettore con la capacità di sorprendere ed emozionare fino alla fine.

 

 

Apparato iconografico:

Immagine 2: https://gulfcoastmag.org/assets/Rene2.JPG