“Il destino che mi portò a Trieste”: viaggiando con Radoslav Petković

Marco Jakovljević

 

Già vincitore del prestigioso premio letterario serbo NIN, il romanzo Sudbina i komentari (1993) di Radoslav Petković è finalmente approdato, tradotto da Rosalba Molesi per Bottega Errante nel 2023, anche in Italia con il titolo Il destino che mi portò a Trieste.

Link al libro: https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/il-destino-che-mi-porto-a-trieste/


Petković guida chi legge in un viaggio attraverso l’Europa delle guerre napoleoniche e dei risvegli nazionali, passando attraverso il Baltico e il Mediterraneo, per narrare le vicende di Pavel Volkov, ufficiale della marina imperiale russa di origini serbe, che, all’epoca dei giochi politici tra i grandi imperi europei, viene spedito a Trieste per indagare sull’espansione nei Balcani e nell’Adriatico da parte delle altre potenze.

Nella Trieste di inizio Ottocento, fiorente e multiculturale emporio ai margini della Cisleitania assediato dalle truppe napoleoniche, Volkov entra a stretto contatto con la locale comunità serba e con i suoi esponenti più illustri. Abituato agli ambienti pietroburghesi e alle dinamiche dell’alta società, Volkov non ha difficoltà nemmeno nel mischiarsi con la nobiltà locale. Non a caso, centrale è proprio la sua frequentazione romantica con l’ungherese Caterina, moglie di un commerciante serbo, che rappresenterà non solo una grande delusione amorosa, ma anche la ragione dietro il declino di Volkov e il fallimento della sua missione a Trieste.

Da Trieste, poi, si passa alla Budapest del 1956, dove l’accademico jugoslavo Pavle Vuković assiste in prima persona alla rivolta ungherese, in cui si è ritrovato per caso, durante una visita all’ungherese Márta, di cui si era invaghito e presumibilmente innamorato anni prima, durante un convegno a Dubrovnik. A Budapest, Vuković conosce un decaduto nobile di origine serba, che sarà la sua unica, vera compagnia in quei burrascosi giorni di rivolta e di violenza.


Soprattutto per quanto riguarda il primo dei tre libri che compongono il romanzo, ovvero quello ambientato a Trieste, Petković è incredibilmente abile nel descrivere una città, un’atmosfera e un’epoca. Di Trieste vengono mostrate tutte le qualità che la rendono tutt’ora un luogo affascinante e quasi sospeso nello spazio e nel tempo. La Trieste di Volkov è una piccola Vienna sul mare che con compostezza resiste all’assedio napoleonico (che spesso appare lontano, quando non assente), un calderone di etnie e religioni che, con un equilibrio peculiare, tutto loro, convivono e si mescolano, rendendo la città vivace e, relativamente all’epoca, globale. Trieste è la città nelle cui stamperie si trovano i primi volumi di storia dei popoli slavi meridionali, mercanti provenienti dai fiordi montenegrini e dalla Pannonia, dove viaggiatori, spie e avventurieri si incontrano, dando alla narrazione un carattere dinamico, vivo, mai banale.

Volkov incontra personalità come lo scrittore serbo Dositej Obradović o il suo allievo Vićentije Rakić, come anche un ufficiale maltese chiamato Corto. Questi sono solo alcuni esempi dell’ampia intertestualità della narrazione di Petković, che non solo inserisce e dà voce a personaggi realmente esistiti e dall’indubbia importanza per la letteratura e la storia serba (Obradović e Rakić), ma cita anche opere come Corto Maltese, a sua volta incentrata sulle avventure di un marinaio. Oltre a quanto appena detto, molti capitoli vengono aperti da citazioni di vari autori della letteratura mondiale, quali Borges, Shakespeare o Tommaso d’Aquino. Vanno ricordati anche i numerosi excursus sulla storia serba, che da chi legge potrebbero esser facilmente scambiati per veri e propri estratti da un libro di storia.


Questo approccio al testo dell’autore ricorda molto la narrazione del suo contemporaneo Milorad Pavić con il suo Dizionario dei Chazari, che, pur essendo un testo dalla struttura diversa e sicuramente meno tradizionale, contiene a sua volta molti tratti in comune con la storia di Volkov. Laddove Pavić cita il Corano all’inizio dei propri capitoli, Petković cita Eliot; entrambi si distinguono, inoltre, per la complessità dell’intreccio, per l’attenzione alla storia serba e per un approccio postmoderno alla narrazione.

Interessante è, infatti, come l’autore de Il destino, oltre a rivolgersi spesso e volentieri direttamente a chi legge e a fare una palese autoironia nelle introduzioni ai capitoli (alludendo, per esempio, al fatto di non aver narrato, nel capitolo precedente, le vicende che si era ripromesso di narrare), inserisce anche elementi senz’altro atipici. Il capitolo primo del secondo libro, ad esempio, è composto unicamente da un pentagramma con delle note rappresentante un’aria che, come successivamente spiegato dall’autore, il protagonista fischietta durante una conversazione.

È una narrazione peculiare, quella di Petković, che sicuramente trasporta ed incuriosisce. Non è semplice definirla con precisione, perché comprende generi vari e distanti tra loro. Se si dovesse pensare allo scopo della presenza di Volkov a Trieste, si penserebbe ad una spy story; quando si leggono le pagine sull’amore tra Volkov e Caterina si potrebbe pensare ad un dramma sentimentale. Le avventure marittime del primo libro del romanzo rientrano facilmente nella letteratura di viaggio. I dialoghi tra Volkov e Obradović e tra Vuković, Márta e il nobile serbo-ungherese ci trasportano, invece, nella critica letteraria o nell’indagine filosofica sul destino e sulla forza dell’essere umano. La complessità (o completezza) dell’opera di Petković è pari alla complessità delle genti di cui si narrano le gesta o dei luoghi dei quali si racconta la storia, ma per chi legge non deve essere un deterrente, bensì un incentivo all’affrontare questo malinconico, dolce-amaro e affascinante viaggio.

 

Apparato iconografico:

Immagine di copertina: https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/il-destino-che-mi-porto-a-trieste/

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