Fantasmi del presente, ricordi del futuro. “Lingua Madre” di Arsenij Žilaev a Milano

Francesco Damiano Desantis

 

Mi dispiace non poter essere presente oggi. Inizia così il video intervento di Arsenij Žilaev, quando qualche giorno fa C+N Gallery CANEPANERI ha presentato il catalogo per la sua bellissima personale Lingua Madre, aperta al pubblico dal 5 marzo fino al 16 aprile scorso. Žilaev ha un’espressione seria e contrita, spiega di non essere potuto partire per Milano a causa di motivi personali e ringrazia lo staff della galleria, nonché tutti coloro che hanno reso possibile questa mostra, ribadendo di aver voluto comunque registrare un messaggio per l’occasione. Quando entra nel merito delle opere esposte e dell’idea alla base del progetto, il tono è ancora più severo – tanto più che Lingua Madre prende le mosse dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, il paese dove quest’artista è nato e cresciuto.

Arsenij Žilaev, Dietro la nebbia di guerra c’è sempre dolore, riviste e giornali trovati, acrilico, dimensioni variabili, 2022-2024. Courtesy l’artista e C+N Gallery CANEPANERI, Milano. Photo Credit: Mattia Mognetti.

Le parole di Arsenij riflettono la condizione di un intellettuale in esilio, arrivato in Europa ben prima del 24 febbraio 2022. Nato nel 1984 a Voronež e formatosi tra Mosca e Gothenburg, è uno dei nomi di spicco della sua generazione per l’arte contemporanea; entra a far parte degli ambienti della controcultura moscovita tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila e, praticamente da sempre, combina la sua ricerca artistica con l’attivismo e la partecipazione alla vita politica e sociale russa. Dal 2014 Žilaev vive a Venezia, dove indaga le potenzialità del museo come mezzo espressivo e spazio di relazione, decostruzione del presente e progettazione di un futuro possibile: in questo senso non può non essere influenzato dal cosmismo e dalla tensione di questa corrente verso il futuribile, così come dalle avanguardie russe degli ultimi cinquant’anni. 

Le istituzioni museali create da Žilaev sono spesso immaginarie: il museo diventa lo spazio educativo a metà tra visibile e invisibile, tra inesistente ed esistente attraverso cui unire l’arte al corso della Storia. The Museum of Proletarian Culture, The Museum of Museums o The Archive of the Future Museum of History sono solo alcuni dei progetti che Arseny ha portato avanti, lui che ha fatto in tempo a nascere nel decennio della perestrojka e che fa parte di quella generazione che ha visto Gorbačëv lasciare il Cremlino il 25 dicembre 1991. Sempre negli anni Ottanta, la Russia avrebbe visto un esodo di parecchi tra artiste, artisti e intellettuali alla volta delle nazioni del Blocco occidentale, anche se in patria la scena underground e delle neoavanguardie era molto vitale; Arsenij Žilaev cresce con i piedi ben piantati in un’epoca complessa, senza mezze misure.

Arsenij Žilaev, Nei giorni di guerra, installazione interattiva, tele, ricamo a macchina, acrilico, sedie, vinile, dimensioni variabili, 2022-2024. Courtesy l’artista e C+N Gallery CANEPANERI, Milano. Photo Credit: Mattia Mognetti.

Qualche settimana fa, chi scrive ha visitato Lingua Madre a scatola chiusa, senza sapere un granché sul conto dell’artista e attratto da un titolo semplice, che però aveva il sapore della complessità; come del resto noterà Marco Scotini, tra i critici in Italia che più si sono occupati degli artisti cosiddetti post-sovietici, “lingua materna” e “madrelingua” sono due termini vicini per significato ma, allo stesso tempo, molto diversi. Se da una parte, infatti, con la prima parola s’intende una dimensione intima e profonda, che va oltre la sfera politica ed entra all’interno di quella emozionale, “madrelingua” si ricollega invece a un’appartenenza, che sia statale o anche solo etnica. Mai come nel caso dell’ex-Unione Sovietica e delle repubbliche oggi indipendenti, così come dei territori che fanno ancora parte della Federazione Russa, si tratta di un aspetto significativo.

Non è un caso, allora, che la mostra a CANEPANERI s’intitoli Lingua Madre: Žilaev si è accorto che nelle intercettazioni di conversazioni telefoniche tra i soldati russi e le loro famiglie, l’affermazione “anche loro sono persone, parlano russo” ricorreva spesso. Se a una prima lettura la frase può sembrare ingenua, quasi innocente, nei fatti porta alla luce un razzismo strisciante che nella Russia contemporanea è profondo e radicato – tutti i non russi, o ancora meglio chiunque non parli la lingua russa, è altro da sé e meno civilizzato.L’URSS era un impero e la Russia rimane tale, ripete Žilaev in dialogo con Scotini; tornano in mente gli slogan razzisti che andavano forte nel 2008, durante l’aggressione russa in Georgia, gli omicidi di lavoratori armeni un paio d’anni prima al grido “Gloria alla Russia” e, più di tutto, la guerra in Ucraina.

Arsenij Žilaev, Senza titolo o Libido muro, dimensioni variabili, 2024. Courtesy l’artista e C+N Gallery CANEPANERI, Milano. Photo Credit: Mattia Mognetti.

Guerra che è viva e presente attorno a noi, guerra che è toccata con mano dai profughi e dai soldati al fronte, guerra che è distorta da un conflitto altrettanto subdolo a livello mediatico e d’opinione pubblica. Dal 2022 all’inizio del 2024, Arsenij Žilaev ha lavorato incessantemente insieme alla curatrice Alessandra Franetovich, per capire come comunicare al meglio nel dispositivo mostra ciò che gli stava più a cuore: la denuncia degli orrori e della violenza portati avanti dalla lotta armata, la presenza del germe del colonialismo e di forme di governo in odore di totalitarismi, in Russia soprattutto ma anche nel resto del mondo. La galleria accoglie i visitatori con l’installazione, vien da sé, Lingua Madre; sette bandiere di tela sono state tinte di bianco e riprendono anche loro sono persone, ormai un adagio sui social media e nel web, tra detto e non detto.

Si è soliti associare la bandiera bianca a un simbolo di resa sul campo di battaglia: qui però c’è uno scarto di significato, visto che praticamente tutte le bandiere sono accartocciate o arrotolate, a mezz’asta o ad altezze diverse. Il messaggio, sembra intendere Žilaev, non arriva al destinatario in maniera completa – tutto è frammentario, interrotto, incompleto. Anche la scritta a matita sul muro testimonia il senso di frammentarietà avvertito dall’artista, un ibrido che unisce Bandiera bianca di Franco Battiato a frammenti generati con l’AI, e a pensieri personali dell’artista. Žilaev si rifà al pensiero di Adorno e lo cita esplicitamente, attraverso la scritta al neon Wiedermal als Tragödie (“Un’altra volta come tragedia”): Una volta come tragedia, un’altra volta come tragedia e un’altra volta come tragedia non ha bisogno di spiegazioni, l’eterno ritorno è quello del male e la tragedia è qui ed ora.Nebbia di guerra: espressione che sta a significare l’impossibilità di acquisire notizie sulle prossime intenzioni del nemico, al 2024 anche a livello d’informazione e mass media. L’artista lavora su questo concetto e, negli ultimi due anni, raccoglie copertine e prime pagine di riviste e quotidiani, che ricopre con strati di pittura bianca in modo tale da lasciarne una visione parziale e compromessa, specchio delle fake news sempre più diffuse e prese per buone anche dalle maggiori testate internazionali; Dietro la nebbia di guerra c’è sempre il dolore occupa il corridoio di CANEPANERI, che ci porta poi all’ultima stanza.  A proposito del colore bianco, Žilaev riprende il monocromo di Malevič, che gli dà la possibilità di interagire con lo spazio come fosse un’unità vuota, ma che comunica anche l’impossibilità d’espressione in questo momento. 

Arsenij Žilaev, Senza titolo o Widermal als Tragödie, neon, diametro 180 cm, 2024. Courtesy l’artista e C+N Gallery CANEPANERI, Milano. Photo Credit: Mattia Mognetti.

Altrettanto potente e significativo è il lavoro a conclusione della mostra. Nei giorni della guerra è il riallestimento di un’installazione interattiva, che già nel 2023 l’artista aveva presentato al Museo d’arte contemporanea di Zagabria: ne scopro di più grazie al catalogo, non un semplice accompagnamento a Lingua Madre ma uno strumento prezioso per cogliere l’essenza dell’arte di Arsenij, il suo spirito critico ed emotivo e il suo modo di guardare la realtà. Nella conversazione con Scotini, che peraltro è recuperabile online sul sito della galleria insieme a quella a cura di Franetovich, Žilaev spiega che Nei giorni di guerra è basata su un’opera omonima di un artista ufficiale del realismo socialista targato URSS: Gelij Koržev ha dipinto un soldato dell’Armata Rossa mentre osserva una tela vuota, su cui in origine avrebbe dovuto inserire Iosif Stalin. Žilaev, insomma, ne rimane molto colpito e dispone per la propria opera due tele bianche con un’immagine ricamata dell’uomo d’acciaio; d’altronde, afferma, Stalin rimane inscritto nel tessuto della tela, così come è inscritto nel tessuto del contesto russo. Anche se ricoperto di un colore monocromo, di moda negli anni Cinquanta, o in certi progetti contemporanei Stalin rimane come un fantasma, costantemente sfollato ma pronto a ritornare continuamente al suo posto. Il pubblico della mostra è stato libero di entrare nell’opera e scrivere, cancellare e disegnare le tele di Nei giorni di guerra, così come la storia dell’Unione Sovietica e della Russia più recente è stata sottoposta a continue riscritture, distorsioni, sovrapposizioni ideologiche da parte della sua leadership. Le guerre e i cambiamenti non sono mai neutrali: prendere posizione è urgente.

Ci può essere, però, un margine di miglioramento per il domani? Alle considerazioni di Franetovich, che si chiede quale sia il valore di fare arte e storia dell’arte in un’epoca martoriata dalla guerra, dall’incertezza sociale e dal cambiamento climatico, Žilaev ribatte che per lui l’unica risposta concreta è rinunciare: una rinuncia dell’individualismo per, con l’artecome spazio di rinuncia di se stessi in favore della polifonia, di raccoglimento e di ricerca, sia pure in senso speculativo, di una via d’uscita dalle griglie in cui ci troviamo sempre. È questa la vera lezione del cosmismo secondo Žilaev, che a un futuro distopico deve preferire sempre l’utopia, di quelle però vere e pragmatiche, democratiche e politiche nel senso più puro del termine; un insieme di valori e ideali, un approccio al fare arte che, forse, “lascia spazio anche alla speranza”. 

 


Arsenij Žilaev

Lingua Madre

Mostra personale curata da Alessandra Franetovich

5 marzo – 15 aprile 2024

C+N Gallery CANEPANERI

Milano


 

Il testo critico di Alessandra Franetovich, curatrice della mostra, e la conversazione di Arsenij Žilaev con Marco Scotini sono disponibili al link: https://www.canepaneri.com/it/exhibitions-299/arseny-zhilyaev-lingua-madre-solo-show?pid=4

 

Apparato iconografico:

Si ringrazia C+N Gallery CANEPANERI, e in particolare Tatiana Martyanova, per aver condiviso le immagini presenti nell’articolo e concesso il loro utilizzo.

 


Francesco Damiano Desantis (Como, 1996) è un ricercatore e divulgatore indipendente. Si occupa di culture visuali nel Nuovo Est, in particolare eurasiatico, con un approccio decolonizzante alla nozione di Oriente plasmata dal western gaze. Scrive d’arte contemporanea e identity politics per Antinomie. Rivista di scritture e immagini, Est/ranei. Letterature, cinema e culture dell’Est Europa, Meridiano 13 e ha collaborato con il collettivo Altremuse; pubblica anche sull’edizione digitale di Harper’s Bazaar Italia. Da aprile 2024, fa parte dello staff di Lossi 36. Stories from Bishkek to Berlin. Oltre a tenere seminari e insegnare nelle scuole superiori, è stato consulente alla ricerca e alla catalogazione per l’Archivio Ico Parisi, l’Archivio Mario Radice e l’Archivio Heidi Bedenknecht-De Felice.