Su traduzione e Russia contemporanea con Sampizdat: fare editoria indipendente in Francia

A cura di Martina Mecco e Francesca Stefanelli

 

Sampizdat è una casa editrice francese indipendente fondata nel 2022 da Sylvia Chassaing e Antoine Nicolle, specializzata nella pubblicazione di opere russofone provenienti dallo spazio sovietico e da quello postsovietico. Pubblica anche opere in francese legate a queste aree culturali e linguistiche. Esordendo con Egor Letov, la casa editrice ha intrapreso un percorso editoriale che, passando per Aleksandr Brener, è giunto a Darija Serenko. La loro ultima pubblicazione è legata al fenomeno del teatro russofono contro la guerra, Lioubimovka 2022 : l’écho de l’écho. théâtre russophone en temps de guerre. Noi di Andergraund Rivista abbiamo scambiato due parole con uno dei fondatori, Antoine Nicolle, su questioni editoriali, traduttologiche e di come esse facciano i conti con dimensione del contemporaneo.

https://www.sampizdat.org/

Sampizdat Éditions logo


 

AR: Ciao e grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande. Per iniziare vorrei domandarti di spiegare il vostro progetto. Da dove nasce l’idea?

AN: Tra il 2019 e il 2020 io e Sylvia Chassaing eravamo a Mosca e organizzavamo dei seminari di traduzione al Centro di studi franco-russo, “alla Inostranka”. Avevamo proposto un argomento un po’ atipico, le poesie di Egor Letov, la star dell’era sovietica e di quella post-sovietica. Ci siamo ritrovati con una raccolta tradotta che a noi piaceva molto, ma non sapevamo a che casa editrice proporla. In Francia ci sono case editrici specializzate in letteratura russa, ma non le trovavamo adatte né in termini di stile né per i loro ideali (una delle case editrici in questione pubblica Prilepin e Sadulaev, per fare due esempi). Inoltre, desideravamo che la raccolta potesse apparire in una forma libera, simile a quella del samizdat che aveva in origine: un testo isolato al centro di ogni pagina stampato su carta di qualità… Non era proprio nello spirito di Letov. Abbiamo creato la casa editrice in piena prima ondata covid, a Mosca, apposta per lui. Anche il nome della casa editrice è un omaggio allo stile “punk” di questa piccola raccolta. E ben presto abbiamo avuto la conferma che si adattava bene anche ad altre opere pubblicate inseguito: Aleksandr Brener, virtuoso del mat e delle edizioni alternative, e Daria Serekeno, a sua volta una fan di Letov e a cui il nome ha fatto molto ridere… In sostanza è stato un progetto di circostanza come molti di questo tipo: se vogliamo pubblicare opere che rischiano di inserirsi in modo inadeguato nel campo editoriale esistente occorre fabbricare un luogo nuovo, che risponda ai nostri bisogni.

La copertina di Egor Letov, “RU !!!” (2021)

 

Un esempio della grafica di “RU !!!” (p. 15)

AR: Come si gestisce un progetto di traduzione indipendente? E qual è la reazione del pubblico francese?

AN: Ci siamo scontrati con due problemi principali, quelli che deve affrontare ogni piccola casa editrice indipendente: servono dei soldi e bisogna farsi conoscere. I soldi ce li mettiamo noi, per stampare un centinaio di copie servono tra i 2000 e i 3000 euro. Poi, se tutto va bene, si può utilizzare il ricavato delle vendite per far girare il meccanismo in autonomia. Farsi conoscere vuol dire inserirsi nel mercato editoriale, e non è per niente facile. Nel concreto significa andare a parlare nelle librerie, organizzare eventi, letture. Non è semplice.

Per quanto riguarda la reazione del pubblico, è parecchio positiva, ma siamo lontani dall’avere un “grande” pubblico. Ci occupiamo di una piccola nicchia editoriale: la letteratura russofona dissidente contemporanea. La letteratura straniera corrisponde a una minima parte del mercato, circa il 10%, e più è specializzata più interessa gli specialisti. La sfida è convincere il grande pubblico. Piano piano ce la si fa, ma occorre naturalmente del tempo.

AR: Consultando il vostro catalogo si osserva immediatamente la scelta di concentrarvi su autrici e autori underground e contemporanei. Si tratta di un punto chiave della vostra linea editoriale?

AN: Sì, l’idea è più o meno questa, ma la linea editoriale emerge solo dopo, osservando a posteriori cosa ci interessa nel concreto e cosa abbiamo realizzato. C’è stato Letov, Brener, poi Serenko: ciò che li accomuna è il fatto di non essere solo degli scrittori. Letov ha esordito come cantante, Brener come artista e Serenko come attivista. Mi sembra che anche questa sia un’idea interessante: i loro testi integrano un’altra attività preesistente.

Inseguito all’invasione su larga scala dell’Ucraina ci siamo orientati verso contemporaneo, chiaramente. Da una parte, perché ci è sembrato che l’underground tardo-sovietico e post-sovietico apparisse all’improvviso relegato nel passato. Anche altri hanno constatalo la stessa cosa, penso a Evgenija Vejlian, che ne ha parlato su Facebook. D’altra parte, perché questa situazione esige la necessità di donare un supporto diretto a coloro che riflettono sul presente. La letteratura russa sta chiaramente entrando in una nuova era, ed ecco che ci sembra importante seguire questo fenomeno nel suo dispiegarsi.

 

AR: Le vostre prime traduzioni sono due raccolte di Egor Letov, poeta e fondatore del gruppo punk Graždanskaja Oborona. Nel Sibpank, in Letov come in Janka, i testi non appartengono alla mera sféra musicale, ma sono il risultato di un sicretismo con altri generi. Come è avvenuta la traduzione?

AN: In questo caso, Letov fa una distinzione abbastanza netta tra i testi che considera poesie atte a essere “lette in silenzio” e quelle che sono testi di canzoni. Anche solo dal punto di vista stilistico, questi testi sono chiaramente diversi. La raccolta che è stata tradotta contiene quasi esclusivamente poesie, testi scritti da lui durante l’internamento in un ospedale psichiatrico nel bel mezzo della campagna anti-rock del KGB, in un momento in cui le sue prospettive musicali erano praticamente azzerate, circa due anni prima che GrOb diventasse famoso in tutta la Russia. Per questo motivo abbiamo potuto trattare i testi come poesie e tradurli come faremmo con qualsiasi altro testo poetico moderno o contemporaneo.

Nel concreto, all’inizio si è trattato di un processo di traduzione collaborativa: durante i workshop proponevamo due o tre poesie, lasciavamo che le persone ci lavorassero per mezz’ora in piccoli gruppi, possibilmente in una coppia franco-russa, e poi ognuno presentava le proprie idee, i problemi riscontrati e così via. L’aiuto di coloro che avevano una conoscenza personale della Siberia degli anni Ottanta è stato essenziale. Ovviamente tutto ciò è estremamente stimolante, ma non permette di produrre una raccolta omogenea in francese. Ciascuno vorrebbe enfatizzare uno o l’altro aspetto, dare la priorità al significato o al ritmo, sacrificare la rima o l’aspetto visivo… Ma per pubblicare, è necessaria una coerenza interna tra i testi. Così, alla fine, mi ci sono messo io stesso.

 

AR: La questione del Sibpank si lega al concetto di relokacija: Darija Serenko da Tbilisi, Alla Gutnikova da Berlino, altre voci informali dalle più diverse declinazioni di esilio hanno, ciascuno a modo proprio, rilevato la difficoltà di mantenere il contatto con “chi è rimasto” o di gestire le neanche troppo velate critiche che le vedrebbero come soggetti privilegiati in quanto, appunto, fuori dalla Russia. D’altro canto, l’emigrazione raccoltasi a Berlino non è quella di Tbilisi, di Erevan o di Belgrado, città dalle coordinate economiche, sociali e antropologiche tutte diverse: quanto credete che questo processo di ricostituzione di baluardi di società civile russa all’estero si innesti su, o sia compenetrato da, sentimenti di straniamento e di distanza precedenti al 24 febbraio? Quanto le dinamiche centro/periferia, “siberie” della Russia e grandi capitali, possono riproporsi in questa nuova granularità della resistenza?

AN: Penso sia una questione molto interessante e importante, ma che meriterebbe una ricerca approfondita e non lasciare che siano dei rappresentanti marginali a parlarne, non voglio parlare al posto di qualcun altro, potrei rischiare di dire stupidaggini.

Ma vorrei soffermarmi su una questione importante: tutto dipende da cosa intendiamo con “Siberia”. Nel caso di Letov si tratta di una Siberia molto particolare, si tratta più di un prodotto dell’impero russo e del mondo sovietico che uno spazio culturale degli Urali. Corrisponde a una Russia che si rivendica come tale e che apparentemente fugge dalle capitali, preferendo la sua foresta e la sua mistica ortodossa quasi-pellegrina al pop commerciale di Mosca-Piter, ma che ha poco a che fare con le culture storiche siberiane. Per questo motivo che Letov, come Janka, è stato “adottato” dall’underground moscovita e pietroburghese.

D’altra parte, mi sembra che il decolonialismo stia conscendo una grande impennata nell’emigrazione contemporanea: molti giovani émigrés che appartengono a delle minoranze nazionali della Federazione Russa stanno recuperando ciò che esisteva nelle loro terre d’origine, prima che avvenisse una “russificazione” di quei territori. È un fenomeno importante, che ci piacerebbe riuscire sostenere in un modo o nell’altro con Sampizdat.

La mia impressione oggi è che l’emigrazione rafforzi quelle divisioni sociali già presenti in Russia. Gli émigrés che incontriamo sono per lo più giovani provenienti dalle grandi città. Darija Serenko vive a Tbilisi, Galina Rymbu a L’viv, mentre Evgenija Nekrasova, per esempio, che apprezzo molto, è rimasta in Russia. Ascoltando i loro discorsi dopo il 24 febbraio 2022 è chiaro che le loro rispettive sedi giochino un ruolo enorme nella percezione della situazione, del loro ruolo e della “loro” cerchia. La prima è spesso criticata per le sue azioni coordinate da un luogo sicuro; la seconda ha ampiamente rotto con suoi piccoli toussovki letterari russi che le appartenevano; la terza non gode di un accesso così privilegiato alle traduzioni all’estero, men che meno di una totale libertà di espressione.

Da Daria Serenko, “Les filles et les institutions” (2023)

AR: Come vedi il ruolo della traduzione nel mondo contemporaneo? Penso alla traduzione della rivista online ROAR di Linor Goralik (un progetto che ha avuto anche una parentesi in Italia) o a quella di Darija Serenko, che si inserisce nel più ampio fenomeno della poesia russa trans-femminista, ancora poco accolta in Europa occidentale nonostante l’edizione in lingua inglese di F-Pis’mo abbia fornito una sorta di apertura nei confronti del fenomeno.

AN: Per gli autori emigrati come Darija Serenko, la traduzione è essenziale se vogliono banalmente avere una presenza letteraria nel Paese (o nei Paesi) ospitante (i). L’epoca un po’ romantica della “vera Russia” conservata in esilio è chiaramente fuorimoda, semplicemente perché l’identificarsi con uno Stato o una nazione ha perso di significato per molti. Non è più l’epoca di Cvetaeva, né di Dovlatov. Non è il caso di Akunin, per esempio, o di Bykov, o di quei poeti nati negli anni Sessanta come Vera Pavlova, che rivendicano un’eredità molto più chiara nei confronti delle ondate dell’emigrazione precedenti.

Anche per la società francese ritengo che sia essenziale tradurre opere contemporanee: ci permette di mettere in discussione l’immagine comune che abbiamo della Russia e del “popolo russo”. Io stesso sono conscio del fatto che la mia percezione di società a me estranee e di cui non parlo la lingua dipende enormemente dalle traduzioni di testi letterari provenienti da quei Paesi. Ad esempio, la Cina o l’Ucraina – l’elenco sarebbe ovviamente lungo. E i classici non sono abbastanza. Non si può conoscere la Russia di oggi attraverso Dostoevskij, così come non si può conoscere la Francia con Molière o l’Italia con Petrarca. Nemmeno le notizie sui conflitti, trattate e selezionate sono sufficienti; non danno una visione approfondita di ciò che la gente dice, pensa, spera e crede. Spero che i testi che pubblichiamo permettano a qualcuno di farsi un’idea della società civile russa contemporanea. Di capire che è diversa da come la immaginano, e al tempo stesso più vicina di quanto si creda.

 

AR: Sarebbe anche interessante chiedersi quanto movimenti come la poesia transfemminista russa, che Rymbu in apertura del volume F-Pis’mo identifica come intrinsecamente militante e agganciata alla macrostoria che la vede protagonista, siano recepiti esclusivamente come specificamente russi e non come branche alleate nelle pratiche di transfemminismo intersezionale e resistenza civile nei luoghi di arrivo. Può la traduzione aiutare questo processo di identificazione di una similarità di lotte? Esistono esempi in cui questo merging di forze attive è stato già implementato, artisticamente e politicamente, con risultati fruttuosi?

Bisognerebbe chiederlo a Daria Serenko o a Galina Rymbu 🙂 So che Daria è molto interessata al dialogo con gli attivisti di altri paesi, ma, di nuovo, non vorrei parlare per lei. In ogni caso, sì, la traduzione va chiaramente nella direzione di incoraggiare la convergenza delle lotte, per le ragioni che ho menzionato nella risposta precedente. I testi che scegliamo di tradurre mostrano sia quanto “làggiù” diverga da “qui”, e al tempo stesso quanto coloro che vivono “laggiù” siano vicini a noi. Per quanto ne so, i riferimenti usati dalle scrittrici femministe russe contemporanee sono in linea di massima gli stessi usati dalle scrittrici occidentali. Quindi esiste un dialogo c’è, sono solo il contesto e il linguaggio a variare.

 

AR: Avete appena pubblicato la vostra ultima traduzione, Lioubimovka 2022 : l’écho de l’écho, théâtre russophone en temps de guerre. Puoi dirci qualcosa di più a riguardo?

AN: Anche stavolta si è trattato di un caso di circostanze. Nell’estate del 2022 ero a una manifestazione a Parigi e ho incontrato per caso qualcuno che lavorava per il festival Lioubimovka, che si sarebbe dovuto tenere a Parigi qualche settimana dopo. L’equipe cercava disperatamente qualcuno per tradurre qualche pièce, naturalmente senza compenso essendo un progetto benevolo. Mi sono proposto e ho tradotto una pièce, poi un’altra… E le cose si sono evolute in modo naturale: eccoci con una raccolta di pièce contemporanee formidabili contro la guerra che sarebbero adatte per Sampizdat, ed ecco che è successo. Ho iniziato a lavorare con Elena Gordienko, ricercatrice emigrata specializzata in studi teatrali e coordinatrice del festival parigino. Abbiamo lavorato con lei all’edizione per più di un anno, il ritardo nella pubblicazione è dovuto al fatto che si è trattato di un lavoro di ricerca enorme. Ma siamo orgogliosi del risultato.

Lioubimovka 2022 : l’écho de l’écho, théâtre russophone en temps de guerre (2024)