“È stato un onore vivere con Tito”: l’utopia partigiana di Vinko Brešan

Marco Jakovljević

 

Abstract:

“It Was an Honour to Live with Tito”: Vinko Brešan’s Partisan Utopia

This paper aims to analyse Maršal (“Marshal Tito’s Spirit”, 1999), a Croatian movie by Vinko Brešan set in post-war Croatia, more precisely on a remote Dalmatian island where, during the funeral of a Yugoslav partisan, people claim to see the ghost of Marshal Josip Broz Tito. Policeman Stipan is tasked with investigating the case, while the locals, led by the capitalist mayor Luka, stay mostly silent about the event. With the arrival of many former partisans attracted by the news about Tito’s ghost, Luka seizes a business opportunity and begins organising communist-era events to attract tourism. The group of elderly partisans, led by the communist hardliner Marinko, decide to occupy the town and create their own (short-lived) socialist utopia. The paper’s analysis focuses on Brešan’s depiction of post-war Croatian society and the controversial relationship with the Yugoslav “good old times”.


In una non specificata isola dalmata, sul finire degli anni Novanta, un gruppo di anziani partigiani della Settima brigata dalmata dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, ovvero l’esercito dei partigiani di Tito, sta dando l’ultimo saluto ad un proprio compagno di lotta defunto. Non appena il prete del paese se ne va, gli anziani veterani tirano fuori bandiere e stelle rosse intonando l’Internazionale. In quell’esatto momento, qualcosa – o meglio, qualcuno – si avvicina al perimetro del cimitero, osservandoli. La canzone viene interrotta, i partigiani notano il misterioso osservatore. Increduli e, forse, spaventati, scappano, il becchino cade nella buca appena scavata per il feretro del vecchio partigiano, mentre l’identità della figura rimane un mistero.

Così inizia Maršal (“Il Maresciallo”), secondo film, datato 1999, del regista croato Vinko Brešan, già autore del più fortunato film croato della storia, la sua opera prima Kako je počeo rat na mom otoku (“Com’è iniziata la guerra sulla mia isola”, 1996). Come nell’opera appena citata, Brešan ambienta la vicenda su un’imprecisata isola del mare adriatico (al largo della Dalmazia, a giudicare dall’accento dei protagonisti, dove il regista è cresciuto), ma mentre Kako je počeo rat na mom otoku trattava degli eventi che precedettero l’inizio della guerra totale in Croazia nel 1991, Maršal è ambientato nella Croazia post-guerra. Una Croazia dall’aspetto malinconico, quasi sciatto, vuoto, abbandonato. Una Croazia illuminata da un sole stanco e battuta da venti che liberi si insinuano tra le strade ora vuote di paesini sul mare un tempo, forse, fiorenti. Una Croazia stremata e in crisi – economica e morale. Le musiche volutamente oscure e pesanti che accompagnano la narrazione, oltretutto, dànno l’idea di una tensione costante, di un disagio sempre più forte.

Sull’innominata isola adriatica dalla fine del socialismo a comandare è Luka (Ivo Gregurević), un nuovo ricco che, probabilmente in maniera illecita, ha fatto fortuna durante la transizione e la guerra. Luka è un fervente capitalista, comanda a bacchetta dal bancone del bar che gestisce gli anziani che abitano il paese principale dell’isola ed è responsabile della privatizzazione di praticamente tutta l’isola. Allo stesso tempo, in seguito alle voci sparsesi sull’apparizione di un “fantasma” al funerale dell’anziano partigiano, dalla terra ferma viene inviato Stipan (Dražen Kuhn), poliziotto originario dell’isola, che, ritornato a casa, scopre che la propria camera è stata affittata ad una maestra di scuola elementare, Slavica (Linda Begonja). Per questo motivo, è costretto a dormire nell’ormai malmesso museo della rivoluzione, sul letto su cui, a detta del sindaco Luka, ha dormito a suo tempo il maresciallo Tito. Le indagini di Stipan, che può contare soltanto sull’appoggio di due sgangherati poliziotti dalle dubbie capacità intellettive e dediti al consumo di sostanze stupefacenti, procedono a rilento e qui Brešan coglie l’occasione per creare un affresco della società croata post-guerra.

Da una parte ci sono i frequentatori del bar di Luka, un tempo membri del partito comunista, che orgogliosamente sfoggiano i loro esageratamente grossi crocifissi al collo. Emblematico il dialogo tra Stipan e un avventore del bar:

Com’è, Duje, che porti quel crocifisso?»

Io ho sempre portato la croce (al collo).»

Come facevi a portarla se eri nel partito!?»

La portavo, la portavo. Solo che era sotto la camicia!»”

Dall’altra parte ci sono i comunisti convinti, gli ex partigiani, capeggiati da Marinko, fervente titino deluso dalla Croazia attuale, che appena incontra Stipan non perde l’occasione per biasimarlo, per poi esprimere, non troppo implicitamente, il proprio rammarico per la considerazione di cui godono nella nuova Croazia i partigiani:

“«Marinko, non si ricorda di me?»

«Mi ricordo, mi ricordo, come potrei non ricordarmi? E (ricordo) anche quando eri nella milizia e portavi la stella sul berretto

(Ride imbarazzato) «E…mi dica, al funerale non si è fatto vedere nessuno?»

«E chi è che viene al funerale di un vecchio partigiano? Solo i suoi compagni di guerra.»”

Infine, ci sono gli abitanti dell’isola, ignavi e omertosi. Brešan li dipinge come delle persone inette, che ripetono frasi di disprezzo verso i partigiani e il vecchio sistema perché la nuova consuetudine glielo impone. Essi seguono ciò che gli ordina lo scaltro Luka e si rifiutano di collaborare con Stipan come se la possibilità della presenza di un fantasma fosse qualcosa da temere, un tabù. Sì, perché non si tratta di un fantasma qualsiasi: ad essersi mostrato al funerale partigiano è niente poco di meno che il maresciallo Tito.

Sebbene anche i partigiani di Marinko si rifiutino di parlare della faccenda, le voci si spargono e un gruppo di veterani della guerra partigiana si reca sull’isola. In quel momento, fiutando l’affare, Luka passa da un’aperta ostilità al comunismo, a Tito e alla Jugoslavia, all’appoggiare apertamente il vecchio sistema. Gli abitanti del paese vengono riuniti per assistere a lezioni atte a “rinfrescare” la loro memoria sulle usanze tipiche del periodo socialista, sugli slogan, su manifestazioni come la parata per il compleanno di Tito. Il contingente di partigiani viene accolto da una cena nella piazza principale del paese dove il poliziotto Toni, continuamente sotto l’effetto della marijuana, canta versioni punk e reggae della canzone popolare Druže Tito, mi ti se kunemo (“Compagno Tito, noi ti giuriamo”). Il museo della rivoluzione viene riassettato e aperto al pubblico, mentre giornalmente vengono organizzate parate e manifestazioni che ricordano quelle tipiche degli anni della Jugoslavia socialista. Il progetto di Luka è evidente da un dialogo con un perplesso Stipan:

“«Luka, finite immediatamente con questa roba!»

(Un paesano porta una bandiera Rossa)

«Ecco, quella va bene!»

«Luka, io devo svolgere delle indagini!»

«Tu fai il tuo lavoro e noi faremo il nostro. Qui da noi gli ospiti sono sacri. Se entro la fine dell’anno riusciamo a portare venti gruppi di quei vecchi comunistacci, diecimila kune per ogni gruppo, saranno duecentomila kune, non credo che, con le pensioni che hanno, si possa ricavare di più. Dunque, duecentomila kune, possiamo andare avanti. Ci organizzeremo per portare qui lo spirito di Honecker, e questo è il mercato tedesco, quelli hanno i soldi, poi può venire lo spirito di Stalin, poi quello di Mao Tse-Tung…centoventi milioni di Russi e un miliardo di Cinesi, ehi! Pensa localmente – agisci globalmente!»”

La deriva che sta prendendo la faccenda interessa anche i servizi segreti croati, che inviano due agenti sull’isola. Insieme ad essi, ai due poliziotti Toni e Miuko e a Slavica, Stipan si reca al manicomio locale. È lì che si trova il “maresciallo”, in realtà padre di Slavica, convinto di essere Tito – del quale imita anche la voce e che si esprime soltanto recitando frasi e discorsi del defunto Capo di Stato. Marinko, disgustato dallo sfruttamento capitalistico della memoria di Tito e della Jugoslavia socialista e fermamente convinto del fatto che Tito sia ancora vivo e che le autorità jugoslave a suo tempo abbiano mentito sulla sua reale età per spacciarlo per morto e spodestarlo, decide di armare i suoi, con fucili da caccia e con le armi rubate dal deposito della polizia, e di procedere ad occupare l’isola. La rivoluzione deve continuare, per Marinko, ed è ora che il socialismo torni, dopo l’evidente fallimento del capitalismo in Croazia.

A questo punto, è Marinko, assieme ai suoi, a organizzare comizi a cui la popolazione, sempre labile e inetta, è costretta a partecipare e a rivivere le atmosfere del secondo dopoguerra jugoslavo. Gli anziani partigiani nazionalizzano ogni attività dell’isola e, nella taverna di Luka, viene tenuto un processo contro lo stesso Luka, Stipan, i poliziotti e gli agenti dei servizi segreti per aver portato corruzione e decadenza in Croazia. Durante il grottesco processo, uno dei “giudici” muore e lì sul posto viene organizzata una processione funebre simile a quella avvenuta durante la morte di Tito, durante la quale viene intonata proprio una canzone, Fala (“Grazie”) di Dragutin Domjanić, che fu cantata a Zagabria in occasione dei funerali del maresciallo. Gli imputati vengono costretti ai lavori forzati, ma Stipan ha un’idea: ammettere le proprie colpe “di gioventù” (l’aver accettato il nuovo sistema), mettersi al servizio dei partigiani di Marinko e, con l’aiuto di Slavica, far uscire il finto Tito dal museo della rivoluzione, in cui è rinchiuso. Per far ciò, decide di organizzare una staffetta della gioventù come quella che si organizzava in occasione del compleanno del maresciallo, dove a quest’ultimo veniva consegnato un messaggio di auguri per il proprio compleanno. Insieme al messaggio di auguri, scritto da Slavica, ci sono delle indicazioni per il prigioniero su come scappare dalla prigione. Durante la lettura pubblica del messaggio, imposta da Marinko, proprio Slavica, probabilmente memore dei tempi passati e forse sincera credente negli ideali del socialismo autogestito jugoslavo, si commuove. Il maresciallo, ottenuta la staffetta, legge il messaggio e, durante un momento di distrazione dei già poco attenti partigiani, riesce a fuggire. Viene poi portato in riva al mare, dove una barca sta aspettando lui e Slavica, che lo accompagnerà al sicuro, sulla terraferma. Tuttavia, mentre Slavica e Stipan si scambiano un tenero bacio, la barca parte, trasportata dalle onde, col finto Tito sopra, che orgoglioso sulla prua si avvia verso l’orizzonte. I vecchi partigiani, accorsi, si arrendono e lasciano la scena. Marinko, l’unico ad aver tentato di entrare in acqua per recuperare Tito, rimane. Ormai disilluso, ma ancora fervente comunista, saluta col pugno chiuso il maresciallo, dicendo addio ad un sistema ormai da tempo scomparso. Toni e Miuko, osservando la scena, commentano:

“«È stato un onore vivere con Tito!»

«Tito è un grande!»”

Vinko Brešan è certamente un regista audace, se si guarda la sua produzione all’interno del contesto croato. Già in Kako je počeo rat na mom otoku, il regista aveva fatto ironia sul repentino voltafaccia di parte della società croata durante la transizione, prima della guerra. In una scena, uno dei protagonisti dice all’altro “Tu eri nel partito, dicci uno degli slogan che usavate”. Per tutta risposta, l’interpellato fa una smorfia scostante, come per evitare l’argomento. In Svjedoci (“I Testimoni”, 2003) per la prima volta dalla fine della guerra vengono mostrati dei crimini di guerra croati (il film si basa su un evento realmente accaduto a Zagabria nel dicembre 1991, quando una famiglia serba fu quasi completamente sterminata da un commando improvvisato croato), mentre in Svećenikova djeca (in Italia noto con il titolo “Padre vostro”, 2013) vengono criticate la Chiesa cattolica (particolarmente influente in Croazia) e la società croata contemporanea in generale. Queste tematiche non sono certamente facili da mostrare in un paese come la Croazia, ancora diviso per quanto riguarda il passato socialista, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra degli anni Novanta. Il fatto che il film sia stato girato pochi anni dopo la fine della guerra, durante l’anno della morte del primo presidente croato Franjo Tuđman, quando ancora i film partigiani, ex-jugoslavi e serbi non venivano trasmessi in televisione per motivi politici, lo rende ancor più significativo per il suo contesto di appartenenza.

In Maršal, conscio anche di quanto appena detto, Brešan compara spesso, in maniera tagliente, il passato socialista e la realtà post-guerra. Sebbene i partigiani di Marinko siano gli antagonisti principali della pellicola, caratterizzati da testardaggine e fanatismo, è anche vero che essi sono, pur con metodi assolutamente sbagliati, portatori di un sistema che, per lo meno nella teoria, ha come obbiettivo l’eliminazione delle differenze tra classi, la giustizia e la riscossa dei lavoratori in un mondo che, tra sfruttamenti e privatizzazioni, sembra aver perso un’anima, concentrato nella continua ricerca del guadagno. Gli esponenti del nuovo sistema, simboleggiati da Luka, sono avidi, viscidi, senza ideali veri e propri. Pur essendo stati, un tempo, parte della macchina che muoveva il socialismo, adesso lo criticano e lo rifiutano, negando ogni legame con esso. Queste idee sono continuamente proposte all’interno del film, sia con le domande piene di confusione e perplessità di Stipan agli abitanti o con i comizi carichi di una militare durezza di Marinko. Una visione positiva degli ideali di quest’ultimo e dei suoi (i quali, forse, a differenza del loro capo, agiscono più per la nostalgia dell’entusiasmo rivoluzionario che per un vero desiderio di riformare il vecchio sistema) viene mostrata anche dalla citata scena in cui Slavica si emoziona sentendo le parole di speranza verso il futuro radioso che il socialismo voleva offrire incluse nella lettera per il finto Tito.

Le lacrime di Slavica sembrano giustificate nella Croazia mostrata nel film di Brešan. Una Croazia provinciale stanca nell’animo, desolata  e in cerca di una vera direzione, dove tanta è la disillusione di alcuni verso la democrazia e il capitalismo, che si arriva a cercare di ricreare un contesto passato che, per lo meno, pur essendo a sua volta lontano dall’essere ideale, forniva una direzione, un obbiettivo. Marinko prende in mano le armi nel nome di un socialismo e di una corsa al comunismo lasciati incompiuti, di un’utopia che, in quell’isola dalmata senza nome, somiglia più ad una grottesca e improvvisata recita di un gruppo di anziani che, come i bambini jugoslavi fino agli anni Ottanta, giocano a fare i partigiani contro i fascisti. I partigiani di Brešan sono una parodia dei partigiani che, in epoca jugoslava, venivano elogiati nei film a tema bellico. Per questo Marinko e i suoi arrivano quasi a fare compassione. Un gruppo di veterani un tempo celebrati da un paese che non esiste più, dimenticati e allontanati da tutti, desiderosi di rivendicare il loro posto del mondo, di onorare i propri compagni caduti al loro fianco, terrorizzati dall’idea di accettare la vera fine di un mondo ideale di cui loro erano stati i fondatori. Per questo Marinko, antagonista principale indiscusso durante tutto il film, arriva a far tenerezza quando, resosi conto dell’effettiva fine della sua personale rivoluzione, depone l’arma che ha al collo e saluta il fantasma del maresciallo Tito – che a questo punto simboleggia più un’illusione, piuttosto che un vero e proprio spirito -, facendo forse pace col fatto che “è stato un onore vivere con Tito” e che ora, mentre il sole cala sull’Adriatico, è tutto finito per sempre.

 

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: https://www.imdb.com/title/tt0227034/mediaviewer/rm2876416/?ref_=tt_ov_i

Immagine 2: Istantanea del film Maršal ad opera dello scrivente M.J.

Immagine 3: Istantanea del film Maršal ad opera dello scrivente M.J.