Zabuti (The Forgotten) di Dar’ja Oniščenko

Anna Mangiullo

 

Regia: Darija Onyščenko

 

Sceneggiatura: Darija Onyščenko, Claudia Lehmann

Fotografia: James Codeglia

Montaggio: Simon Gutknecht

Produttori: Claudia Lehmann, Dmytro Kožema, Ihor Savyčenko

Produzione: Directory Films, Lehmann Sisters GmbH, Jovera Pictures

Distribuzione: Arthouse Traffic

Origine: Ucraina, Svizzera

Lingua: Ucraino, Russo

Durata: 105’

Genere: Drammatico

 

Link al Trailer: https://www.facebook.com/watch/?v=371280620754526

 

Darija Onyščenko (1989 -) è una regista ucraina. Si laurea presso l’Università statale di Kyїv Taras Ševčenko, lavorando contemporaneamente come giornalista e prendendo parte a spettacoli teatrali. Nel 2004 studia a Brema al teatro Shakespeare, e dal 2005 al 2011 studia cinema e televisione all’università di Monaco. Prima di “Zabuti”, ha girato “Psy Ukrainky” (Dogs of Ukrainka, 2010) ed “Eastalgia” (2012).

 

Trama: Nina è un’insegnante di lingua ucraina di Luhans’k. Dopo l’occupazione deve seguire un corso di riqualificazione per insegnare lingua russa. A causa del lavoro del marito non può lasciare la regione. Tutto cambierà quando il suo destino si incrocerà con quello di Andrij, diciassettenne orfano che, il primo giorno di scuola, appende sul tetto della scuola la bandiera ucraina. Nina lo salverà, ma le sue azioni non passeranno inosservate e avranno ripercussioni irreversibili sulla sua vita coniugale e su quella del giovane Andrij.

 

Interpreti:

Maryna Koškina – Nina

Danylo Kamens’kyj – Andrij

Vasyl’ Kuchars’kyj – Jurij

Marija Kulikovs’ka – Marija

 

 


Manichini femminili trafitti da colpi d’arma da fuoco, corpi come bersagli: Zabuti si apre con l’(anti)performance di Marija Kulikovs’ka, artista ucraina che nel 2014 aveva visto le sue sculture – ossia quegli stessi manichini presenti nel film – distrutte dai proiettili degli occupanti. Quest’artentato, come lo si potrebbe definire, è avvenuto al centro d’arte IZOLACIJA di Donec’k. Questo (art) attack voleva essere un monito a tutti coloro che non condividevano i loro valori e che apprezzavano un’artista “degenerata”.

In questo modo, la regista offre a Kulikovs’ka una rivincita simbolica e, allo stesso tempo, permette anche all’artista di farsi beffe di loro: nel film, infatti, Marija interpreterà il ruolo della giornalista-attrice della televisione di propaganda, che spesso vediamo impegnata a mettere in scena “notizie” dell’ultima ora, falsa a tal punto da risultare volgarmente ridicola.

Questo evento tratto dalla vita reale non è l’unico ad aver ispirato Darija Onyščenko. Anzi, il tema principale del film è proprio la realtà, con tutti i suoi molteplici volti. Subito dopo l’incipit, infatti, avviene il casus belli di tutta la trama: il ragazzino Andrij sale sul tetto della scuola per appendere l’oltraggioso bicolore giallo e azzurro. Nella realtà non si trattava propriamente di una scuola ma di un altro edificio di un paese di periferia – eventi del genere accadono di frequente ancora oggi –. È qui che il destino di Andrij si incrocerà con quello di Nina – altra figura ispirata al caso, realmente accaduto, di una insegnante in Crimea, come ha confessato la regista –, una figura troppo scomoda perché dalla coscienza troppo critica. Il suo carattere forte emerge fin da subito, soprattutto, attraverso la sua reazione ai cambiamenti della situazione di bilinguismo russo-ucraino seguiti all’occupazione, che inizia ad assumere, di fatto, i tratti di una diglossia: appena entra a scuola le viene consigliato di parlare solo in russo, diventato ora la lingua ufficiale delle istituzioni, mentre l’ucraino viene circoscritto all’ambiente privato, dai più ancora percepito come una lingua “inferiore” rispetto al russo, una “lingua da mucche”, come si sentirà affermare nel film.

Ovviamente, in questo, la storia di Nina rispecchia quella di tante altre persone, non solo nelle regioni di Luhans’k ma anche nel resto dell’Ucraina, che hanno fatto della lingua uno strumento politico, soprattutto dopo il 24 febbraio 2022: da quel momento gli ultimi dati dimostrano che la percentuale dei parlanti ucraino è passata in solo sei mesi dal 54% al 64%.

Oltre a questo, la situazione in cui si trova Nina è anche quella di chi in quelle zone non ha scelto di vivere, ma ci si è trovato, e per chi quella regione, prima ancora di essere un terreno di guerra, è un terreno fertile di ricordi. Onyščenko vuole rappresentare un sentimento comune e ormai interiorizzato da parte soprattutto “di chi per diversi motivi non può andare via. C’è chi ha dei parenti malati. Ma ci sono anche coloro che sono andati via ma non sono riusciti a integrarsi nella nuova Ucraina. Il titolo del film è arrivato dopo aver parlato con alcuni sfollati dal Donbas. Questa parola, dimenticati, risuonava spesso sulle loro labbra”.

C’è anche chi non può andare via perché non ha nessun altro posto in cui rifugiarsi, come nel caso di Andrij, che dirà chiaramente “ho solo questa città. Sei anni fa apparteneva a me, ora solo i militari hanno il comando” Andrij, anche in virtù della sua giovane età, “è un idealista, appoggia i partigiani”, come lo descrive la stessa regista, crede nella rivoluzione e nello scontro, ma è ancora impacciato e non sa fare bene le cose, agisce troppo d’istinto –  anche nel suo rapporto con Nina –.

Al polo opposto si colloca Jurij, il marito di Nina, rappresentate invece di quella categoria di persone che si adatta a qualsiasi condizione, chiude gli occhi e fa finta di non vedere i problemi: per esempio, quelli all’interno della sua relazione, la rabbia e l’insoddisfazione di Nina che la portano a sviluppare un cinismo difensivo e un bisogno incontrollato di andare via, sforzo che a Jurij costerebbe la perdita delle sue attività di contrabbando.

L’atteggiamento di Jurij, in realtà, rappresenta un caso sociale – problematico – relativo non solo al Donbas, ma all’Ucraina più in generale.

Nel film c’è una scena ricorrente: volti ricoperti da una busta di plastica che si nascondono dalla realtà, si rifiutano di confrontarsi con essa, ma anche di notare le reciproche mancanze. Questa immagine volutamente magrittiana, in un contesto simile, trasforma la cecità in rifiuto, nella scelta di soccombere a una passività da zombie, nel silenzio e nell’obbedienza alla propaganda.

Una propaganda di cui, si badi bene, non sono da accusare solo i russi, ma anche potenzialmente l’occidente. Sibilline a questo proposito le parole di Nina, quando, ormai esausta, dirà in una conversazione con il marito “ci manipolano da una parte e dall’altra!”.

Non sembra infatti rassicurante nemmeno la situazione mostrata a Kyїv, in cui una targa segnata “Luhans’k” è in automatico discriminata, al pari di chi viene “dal Donbas”, eletto a capro espiatorio quotidiano.

La sensazione di essere manipolati combacia perfettamente con quella di essere dimenticati: dimenticati da una parte e dall’altra, vivendo in una specie di limbo geopolitico.

Alla fine del film non può che ritornare alla mente la frase che, all’interno di questo scenario, risuona quasi come una preghiera disperata, “kogda vsё eto zakončitsja?” (“quando finirà tutto questo?”).

La narrazione lineare e dal tocco realistico permette facilmente allo spettatore di sentirsi vicino alle vicende narrate. Questo effetto viene amplificato dal largo utilizzo della camera a mano. Tra i vari film dedicati al Donbas, quello di Onyščenko è sicuramente il più umano: la guerra non è rappresentata con il pathos che contraddistingue il cinema di propaganda, bensì con una pietas, dettata dalla volontà di metterne in risalto il suo impatto sulla quotidianità contro il quale gli uomini, come manichini inermi, non hanno alcun potere.

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