“Emicrania” di Tamás Gyurkovics. Scintille dolorose di un impossibile silenzio

Bianca Dal Bo

 

“Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
    «Wstaw»;
E si spezzava in petto il cuore.”
 (La tregua, Primo Levi)

 

È come se il tessuto a strisce messo a fuoco nella copertina dell’edizione italiana di Emicrania. Storia di un senso di colpa (in ungherese Migrén. Egy büntudat törénete), si fosse infilato come un vecchio fazzoletto nelle tasche del cappotto di Zvi Spielmann, il protagonista del libro. È come se la vita glielo avesse cucito al cappotto quel consistente brandello di stoffa intriso di esperienza e ogni volta che il signor Spielmann mette le mani in tasca, involontariamente, tocca con mano quella sua storia in carne viva.

Il romanzo, opera dello scrittore Tamás Gyurkovics (1974), pubblicato in Ungheria nel 2019, entra a far parte della collezione RADAR della casa editrice Bottega Errante Edizioni dall’aprile del 2022. L’accurata traduzione in italiano è eseguita dalla scrittrice, traduttrice e interprete Andrea Rény (1952), concreto e vivo ponte tra le due culture: cresce a Budapest e si trasferisce nel 1973 a Roma per continuare nella capitale italiana i suoi studi linguistici e letterari.

Link al libro Emicrania – Bottega Errante Edizioni

Zvi Spielmann vive a Tel Aviv in via Bizaron, lavora come contabile al Teatro Cameri, nutre dei buonissimi rapporti con i vicini di casa e ha una moglie, Nitza Spielmann, una figlia, Judit, e un figlio, Israel. Ma questo non è del tutto vero: Zvi non è il suo vero nome. In realtà, il protagonista della storia si chiama Ernȍ ed è ungherese e, come i suoi vicini e la moglie, è ebreo ed è un superstite dei campi di concentramento. Seguendo quella pratica comune a molti profughi di guerre e deportazioni di cambiare nome una volta arrivati in Israele, decide di cambiare identità in ricerca di un dignitoso e umano riinizio: Zvi. Quando, dunque, si presenta a uno sconosciuto, l’interlocutore non può dedurre attraverso il nome la storia passata di Zvi, lo si può infatti scambiare per un sabra, ossia gli israeliani nati in Israele che considerano i sopravvissuti, chi si è fatto deportare senza aver lottato, portatori di vergogna. La storia di Zvi, o Ernȍ, o qualsiasi altro nome gli si voglia dare, racconta la ricerca dei sopravvissuti di una tregua a seguito della fine delle deportazioni e la diversa accoglienza da parte degli stati (Israele, Stati Uniti, Ungheria…) in cui si trovano a ricominciare la vita. La storia di Zvi, o Ernȍ, o qualsiasi altro nome gli si voglia dare, racconta anche di un vissuto da nascondere ma cucito al proprio corpo come un foglietto ben schiacciato nella tasca di cui non ci si può sbarazzare facilmente, nemmeno cambiando identità. La sua è, come accennato dal sottotitolo del libro, la storia di un essere umano che tenta di lottare e convivere con una colpa tanto pesante che risulta impossibile da dire, ma anche impossibile da tacere.

“«Silenzio, basta con Auschwitz». Nitza Spielmann scaccia i figli. «Sono le cinque meno un quarto» aggiunge «vostro padre potrebbe arrivare da un momento all’altro»”. (p. 9)

Il racconto della storia di una colpa s’apre in medias res con una richiesta di silenzio. Un accenno che, a primo impatto, si legge di sfuggita, ma da cui comincia quell’insediarsi travolgente di una vita passata, di quella parte sempre più pulsante della memoria di Spielmann come un verme che sbuca dalla terra, come una macchia d’olio versata in acqua calda che si tagliuzza in migliaia di bollicine per poi sciogliersi senza cancellarsi. Ogni volta che con i vicini si parla dei campi di sterminio o della brihah (l’ostacolata emigrazione degli ebrei in Palestina dopo il 1945) ognuno reagisce a modo suo. Spielmann, per esempio, uomo dalla generale compostezza, tace. La sua risposta, o la sua richiesta, è un silenzio che si propaga rumoroso, un vuoto che stride e risuona più assordante di qualsiasi parola. E, difatti, fuggirvi è impossibile per due motivi: per prima cosa, in qualche strano modo, connessioni con il passato sbucano da ogni dove, in secondo luogo, quando queste connessioni si accendono, la colpa che Spielmann sente, visibile e invisibile allo stesso tempo nel suo scomodo silenzio, ruggisce sotto forma di una dolorosa emicrania, il risvolto fisico di un sentimento costante di vergogna.

Il romanzo su Ernȍ Spielmann, in realtà, non è pura finzione: affonda le sue radici nella vita di Ernȍ Spiegel, storia in cui lo scrittore Tamàs Gyurkovics si imbatte innumerevoli volte nel bel mezzo della scrittura di un altro libro: La valigia di Mengele (in ungherese Mengele bőröndje). Gyurkovics decide di dar voce e forma alle parole non dette del testimone. Il grande segreto è, dunque, che nel campo di concentramento Auschwitz-Birkenau a Ernȍ Spiegel viene assegnato il compito di Zwillingsvater, deve badare a tutti i gemelli in modo che nulla gli accada. I gemelli sono oggetto, infatti, sebbene apparentemente privilegiati, salvati per il momento dalla morte, degli esperimenti scientifici del Dottor Mengele. Ernȍ silenzia con ostinazione la sua storia, ma nel romanzo, questo buio silenzioso tanto martella il bianco della carta quasi fosse nascosto sotto il ghiaccio, che Ernȍ, occupando l’intero secondo capitolo del libro, si trova costretto a rivelare a Nitza il peso insopportabile della responsabilità assegnatagli a Birkenau. Una responsabilità presa sul serio e con umanità, tanto da intraprendere nel 1945 assieme ai gemelli il freddo e bianco viaggio di ritorno per riportarli tutti a casa:

“L’inverno sui monti Tatra è mortalmente bello. Quel bianco infinito, quel silenzio denso sono ipnotici, non ti accorgi di nulla e perdi la strada. Ti inoltri barcollando in un folto bosco e smarrisci pure le ultime tracce che avvertivano del sentiero, ormai coperto. Poi si alza il vento. Spazza la neve come fosse polvere. Ti sbatte schegge di vetro sbriciolate sulla faccia e sul collo, non riesci a tenere gli occhi aperti, ma anche se li tenessi aperti non vedresti altro che un vortice fra il blu e il grigio. Non prosegui più una meta ma cerchi solo di fuggire, indietreggi per evitare le spinte più forti e ti sposti verso quelle più deboli.” (p. 121)

Lo speranzoso e incerto fuggire di zio Spielmann, intriso di coraggio, si traduce, raccontato a Nitza, in parole sospirate e dolorose. L’uomo narra di aver riaccompagnato quasi tutti a casa e, negli anni a venire, di aver ricevuto ininterrottamente dai gemelli ormai cresciuti delle lettere di ringraziamento, dei caldi foglietti di carta che conserva costantemente nella tasca del cappotto o in un cassetto, quelle parole che gli accendono in petto un ricordo ogni volta che si ficca le mani in tasca. Nonostante questo, Spielmann si sente onestamente cattivo, colpevole di una colpa assoluta che gli assopisce il cervello:

«Il risultato non dipende dalle circostanze. Le colpe non derivano dal nulla, diventa colpa perché sai che lo è. Tira le tende, angelo mio. La luce mi uccide»”. (p. 124)

Così si chiude il secondo dei sei capitoli che si susseguono nel libro. Questi ultimi, pur cambiando ogni volta di tempo, luoghi o personaggi, si vedono attraversati dal ticchettio di alcune connessioni. Se il secondo capitolo termina con delle tende tirate, il terzo capitolo, ambientato in Ungheria e avente come protagonisti i nuovi personaggi Piroska e Joska, riparte da una stessa atmosfera: “Piroska spegne la luce, predilige il buio. È seduta sulla sedia a dondolo e ascolta la radio”. (p. 127) I ponti che connettono l’intera trama non si trovano solo a livello micro, come nell’accurata congiunzione appena citata di scene buie a inizio e fine di due capitoli vicini, ma si espandono in varie misure nei capitoli successivi: Joska emigrerà in Israele e incontrerà Spielmann, in quanto parente di Sara Moskovitz, una delle vicine di casa di via Bizaron; la radio, ascoltata da Piroska, è l’anticipazione di un elemento centrale nei capitoli successivi sul Processo ad Adolf Eichmann; la continua lotta psicologica di Spielmann alle prese con l’eticità delle sue azioni; la presenza affettuosa della famiglia, dell’amore e dell’amicizia; il costante intrecciarsi della trama con la Storia… Nel quarto capitolo, per esempio, si riprende il filo della vicenda della famiglia Spielmann con il loro trasloco:

“Lo progettavano da anni e con aperta sincerità, perché desideravano una casa più grande forse in un quartiere nuovo, dove la vita è una diversa composizione dei colori del passato, del presente e del futuro rispetto a lì, dove invece si cerca di mescolare invano le sfumature della palette, perché il risultato finale è sempre la preponderanza del colore del passato, che è il grigio del lager.” (p. 179)

Il colore costituisce un altro di quei ponti che accompagnano la trama del libro: il grigio del lager, il freddo bianco della neve del ritorno dai campi, il bianco assopito e silenzioso delle emicranie di Spielmann, la necessità di cambiare luogo per riempirsi l’animo di colori altri e nuovi, una strategia, quella dello spostamento, accolta con entusiasmo dagli amici della coppia: anche i Fischel, i Gottlieb, i Tauss, i Moskovitz… alla fine se ne vanno tutti da via Bizaron. Ma nascondere le lettere dei gemelli in tasca, tacere una intensa sofferenza, cambiare vita e casa, ogni tentativo di fuggita è, come già accennato, inutile: si ripresenta di continuo una situazione, uno spazio libero inaspettato che il passato invade come un’onda. Nella seconda parte del libro, questo spazio di ripresa e di ritorno, fonte di emicrania, è il Processo di Eichmann ed Ernȍ Spielmann non riesce, pur lottando contro se stesso, a non rimanerne ossessionato, tanto da entrare nell’aula del processo come vivo testimone (e non come colpevole) di quei famosi esperimenti sui gemelli, ritrovandosi coinvolto, infine, in un racconto infinito della sua esperienza, un freddo sottoporsi alla straziante e, se portata allo stremo, degradante richiesta di testimonianza dai giornali e dalla TV.

In La tregua di Primo Levi l’ultimo capitolo racconta delle ultime tappe dell’esodo di ritorno, quel viaggio lunghissimo da Monaco a Torino. Giunto nella sua precedente casa, pare che le necessità di Levi vengano soddisfatte, ma rimbomba come un dolore nel cranio quel rumore che ad Auschwitz, ogni mattina li svegliava: l’angosciante ripresentarsi del torbidume del Lager, mai andatosene davvero, e la conseguente attesa inappagata di una tregua richiamano lo stesso silenzio lacerante di Emicrania. Dalle ultime parole di La tregua

“E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l’angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota: una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, «Wstawać».” (p. 200)

In ripresa dell’iniziale avvertimento della moglie ai propri figli – Silenzio, basta con Auschwitz, quando gli si presenta l’ingombrante “dovere” di diventare parte integrante e viva di un museo a lui dedicato in America, Spielmann, per evitare ancora una volta il rumore, chiude il suo racconto con un umano e taciuto gesto di silenzio.

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: Emicrania – Bottega Errante Edizioni

Immagine 2: R.371382c5e059c4445ee790482032051d (615×960) (bing.com)