Empatie della stanchezza. “L’amore tra alieni” di Terézia Mora

Richárd Janczer

Non voleva diventare responsabile della reception.
Quattro persone sotto di sé e trecentocinquanta euro in più. Carriera.
Già solo la parola.

Non so, disse per tastare il terreno. Non so se vale la pena tutto lo stress.
Lei tirò di nuovo in ballo il cosiddetto stress positivo. C’è anche uno stress positivo.

[…] Ma il tuo sogno qual è? Qual è la cosa che ti piacerebbe di più fare?

(Niente di niente. Guardare il sole che sorge e tramonta. Oltre quei pochi minuti al giorno non vorrei proprio vivere. Non dover mangiare, nulla. Dormire, come una creatura delle fiabe. Che dorme, si sveglia per guardare il sole che sorge e tramonta, e poi si riaddormenta. Sempre così, in eterno.)
(p. 118-119)

A un anno dall’uscita del romanzo-mondo Tutti i giorni (Alle Tage, 2004) di Terézia Mora per Keller editore, è uscita la raccolta di racconti L’amore tra alieni (Die Liebe unter Aliens, 2016), tradotta da Daria Biagi. Un’opera che si rivela non minore grazie al mantenimento di una politica autoriale coerente che emerge già dalle prime pagine.

Link al libro: https://www.kellereditore.it/prodotto/lamore-tra-alieni-terezia-mora/


Infatti, se a prima vista la raccolta può sembrare composta di elementi irrelati, l’intertestualità tra racconto e racconto, e con Tutti i giorni, mostra una gestione autoriale saldamente radicata. I richiami sono molteplici, basti pensare all’inseguimento spericolato nel racconto incipitario, “Il maratoneta”, che ricorda molto quello di Abel che tenta di recuperare il suo portatile, il “letto da bambini incassato in un armadio a muro” (p. 191), citato peraltro dall’ungherese Zsófia/Sophia o la scrittura senile del professore in pensione Masahiko (“Il dono ovvero la dea della misericordia cambia casa”) che rievoca Tibor, il professore che accoglie sotto la sua ala Abel e che dedica i suoi ultimi anni alla scrittura. Rispetto al romanzo, si è quasi integralmente eclissato l’elemento ungherese che, salvo rari accenni, si concentra principalmente in “À la recherche”, racconto così tanto denso di richiami da celare tra le righe un richiamo criptato alla poesia “Üllői-úti fák” (“Gli alberi di via Üllői”) di Dezső Kosztolányi, celeberrima solo per i lettori ungheresi.

Se l’architettura di Tutti i giorni si delinea come rotazione dialogica attorno a un buco nero di silenzio, l’enigma silente Abel Nema attrae misteriosamente nella sua orbita un folto corteo di personaggi, ricorrenti o episodici, altrettanto bizzarri, marginali e incompatibili con il mondo globalizzato post-1989, la domanda che L’amore tra alieni sembra porre è la seguente: e se questo centro gravitazionale venisse ulteriormente oscurato, eclissato o persino rimosso? Il carnevale umano sarebbe finalmente libero di svilupparsi senza doversi riferire sempre ad altro?

La narrazione, che così si configura, ricorda la prospettiva di chi, camminando per un corridoio, getta uno sguardo dentro le stanze che intravede a lato, sbircia ma non si sofferma e prosegue oltre lasciando dell’immagine precedente solo un’impressione e non uno sviluppo completo. Gli embrioni di storie sono finalmente liberi di crescere, le appendici alla storia altrui diventano nuclei autonomi eppure le storie non arrivano mai a una conclusione. Mora osserva, ritrae con rispetto ed empatia mentre relega le aspettative erotico-narrative del lettore borghese a mero sfondo da disattendere continuamente con sagace ironia. Ricostruendo però l’archeologia di queste storie orfane, i personaggi mostrano i segni di una chiara genealogia abeliana, è sufficiente prendere ad esempio lo stato allucinatorio e il continuo svenimento dantesco, caratteristici del poliglotta muto. Ella Lamb è vittima di un perenne sonnambulismo, Mario il perdigiorno è immerso nelle sue fantasticherie, Felka (“Autoritratto con strofinaccio”) delira per la febbre o Erasmus Haas (“La questione del ghepardo”) è preda di una terribile allucinazione etilica. Senza un catalizzatore marcato, l’intertestualità tra i racconti si manifesta a livello lessicale, tematico e oggettuale. La ripetizione-variazione può interessare coppie minime di elementi minuscoli ma non insignificanti (il tango ne “La pensione portoghese” e quello ballato da Masahiko e Vera o l’odore di muffa nel racconto eponimo e in “Ella Lamb a Mullingar”) o costanti quasi universali che svolgono la funzione più di sfondo che di simbolo come le biciclette e il quark. Ogni racconto, poi, è a sua volta contrassegnato dall’insistente ripetizione di una o più parole chiave. Un tema come quello della genitorialità, invece, può al contempo mantenere unità nell’opera ed evidenziarne la ricchezza di differenze: si pensi al genitore “adottivo” Ewa rispetto ai genitori biologici di Sandy ne “L’amore tra alieni”, alle conseguenze che un divorzio può avere su di essa (Perpetuum mobile) o a quella capitata per caso e innocente nella sua contraddittorietà di Ella Lamb. Paralleli e richiami tanto molteplici che a volte sorge persino il dubbio che i personaggi di un racconto compaiano sullo sfondo in un altro.

La Germania di Mora si presenta come polo d’attrazione di innumerevoli varietà, una nazione multietnica i cui rifugiati e immigrati (“esiliati” lo considererebbe troppo letterario) rispetto a Tutti i giorni si sono integrati o sono stati sostituiti da turisti. Tuttavia, a risultare problematico non è il carattere babelico della nazione melting pot quanto il carattere di megalopoli, la voracità tardo-capitalistica che fa smarrire l’orientamento e che si declina in una sconfinata scelta di prodotti o servizi disponibili, accentuata dall’autrice attraverso l’uso dell’elencazione. Mora non fornisce bussole né cartine, tenta una de-gentrificazione dello spirito, compone una raffigurazione alternativa delle vite al margine senza la strada battuta dell’eroicizzazione, una convenzione incompatibile con la sua poetica. Nella sua prosa, dunque, l’epica classica non trova terreno, quella che elabora è forse definibile come anti-epica, dato il raffinato gioco di controcanti volti a decolonizzare la letteratura proprio da modelli autoritari e padronali nei confronti della materia, o una nuova epica degli ultimi, aliena a ogni pietismo borghese, a ogni gentrificazione dello spirito, volta a restituire dignità umana proprio a coloro che ne sono stati spogliati.

Non sto scherzando, Ella, dice il capo. Un giorno sì e uno no sei talmente stanca o chissà che diavolo hai che non so proprio cosa farmene di te. Bisogna ripeterti ogni cosa tre volte. Se devo sempre dire le cose tre volte e ricontrollare tutto perché forse eri distratta, per me non sei un aiuto, mi richiedi ulteriore lavoro. Non posso permettermelo. Lo capisci? (p. 99)

Il maggior nesso tematico però, quello che unisce tutti i racconti, è la stanchezza. Che Ella Lamb, ragazza-madre, ragazza e madre e apprendista, sia sfinita non è casuale o segno di debole costituzione: è il controcanto di una “aggressività latente”, come quella del padre divorziato Tom (Perpetuum mobile). Aggressività agonistica in perenne movimento, incapace di fermarsi come il maratoneta e che rivela il vero leitmotiv della raccolta: la stanchezza.  Altri dieci giorni, ovvero notti, e poi di nuovo un fine settimana con il ragazzo. Se solo riesco ad arrivarci.” (p. 80)

Che Mora sia allergica alle pratiche della società del consumo era chiaro già dalla scelta dei personaggi, generalmente sulla soglia della povertà. Non è raro, infatti, che ne L’amore tra alieni i protagonisti abbiano in casa avanzi di feste altrui, oggetti di seconda mano o raccolti dalla strada, acquisizioni dunque che non implicano scambio di denaro e, per dirla in maniera neoliberista, non aiutano l’economia. Non è un caso che Tim e Sandy, la giovane coppia protagonista del racconto eponimo, ricordino il Bartleby melvilliano, così bastian contrari, così improduttivi da risultare irritanti. Sarà l’aiutante fiabesca Ewa che, decostruendo continuamente un’assodata valutazione in termini di produttività dell’essere umano, rinuncia persino al “buon senso” imprenditoriale e sceglie di agire con cieca, genitoriale solidarietà.

Sarebbe forse un errore però ridurre solo a ragioni socio-economiche l’insorgere di questa stanchezza, che è da intendersi in maniera più profonda. Nonostante la stanchezza salariale, è appunto la solitudine a logorare Felka, intrappolata in una relazione che gravita attorno al narcisismo di Felix. La stanchezza che logora Zsófia/Sophia, imprenditrice di se stessa in una catene di progetti di ricerca senza meta, tanto vaghi da non riuscire nemmeno a essere definiti in un campo preciso, è causata anche dall’essere stata rigettata dal suo compagno e dagli amici. La sua interminabile flânerie nella natura diventa emblema della crisi, la depressione esacerba la procrastinazione e la parentesi esistenziale della fuga all’estero diventa stallo e voragine. Il maratoneta, protagonista del primo racconto, non riesce a fermarsi e ripete a se stesso una frase motivazionale che considera l’uomo solo nella sua prestazione: “uccello vola, pesce nuota, uomo corre”. Non sono forse un’incarnazione perfetta del soggetto di prestazione imprenditore di se stesso, come lo definisce Byung-Chul Han (Müdigkeitsgesellschaft, 2010)?

“La società della prestazione è una società dell’autosfruttamento. Il soggetto di prestazione sfrutta se stesso fino alla consunzione (burnout). […] Il progetto si rivela un proiettile, che il soggetto di prestazione punta contro se stesso.” (La società della stanchezza, Nottetempo, Milano, 2020, p. 96)

Da questa stanchezza performativa non sono però esenti nemmeno i protagonisti degli ultimi due racconti: “La questione del ghepardo” verte sulla riemersione della bestialità umana nel momento di distensione intra-lavorativa mentre quello conclusivo illustra con toni più austeri e poetici proprio la ricerca della propria identità, la riscoperta della propria umanità una volta che la funzione lavorativa cessa. Nell’ultimo racconto Mora adotta toni più leggeri, con un’empatia forse ancora più gospodinoviana rispetto ai precedenti, sembra quasi consolare Masahiko che, intento nella sua flânerie, s’interroga sul valore della sua vita svuotata di performatività: “[…] che senso hanno queste passeggiate? Perché un uomo dovrebbe starsene in mezzo a una strada se non per andare da un concreto punto A a un concreto punto B?” (p. 233)

All’interno di città labirintiche e sconfinate, dunque, l’occhio ramingo della regia narrativa di Mora si sofferma spesso sugli angoli di verde, un albero, un prato, un giardino, spazi non antropizzati che permettono all’essere umano che li contempla di sfuggire alla dimensione antropica della stanchezza. È emblematico che Peter, il protagonista in burnout di “Hänsel e Gretel si perdono nel bosco” che ha sviluppato un istinto lavorativo più forte dell’istinto di sopravvivenza – dopo un incidente stradale è più preoccupato per la distruzione del mezzo di trasporto per andare al lavoro che per la propria incolumità – (p.123), trovi appagamento nella visione del sole e del canneto in riva al lago, elementi naturali che delimitano spazialmente e temporalmente l’arco lavorativo delle sue giornate.

Terézia Mora, dotata di una straordinaria coerenza tra contenuto e forma, non conclude le vicende, le apre al possibile, non sviluppa linearità ma coltiva bivi, al soddisfacimento della bulimia narrativa preferisce il rispetto della sospensione, il ricordo che riaffiora senza funzione, senza un fine: non performa. Il lettore consumens che aspetta il compimento di percorsi formativi dei propri eroi rimarrà dunque deluso. Di fronte a una globalità fagocitante e una stanchezza che non concede tregua, Mora raccoglie dieci storie di quotidiana fragilità, istantanee di pause dalla performatività che rivelano momenti di autentica umanità. Grazie a una pietas autentica che arriva a trasformarsi in empatia, all’atteso incontro con gli alieni si sono presentati solo esseri umani.

Apparato iconografico:

Immagine in evidenza:

https://www.buchreport.de/wp-content/uploads/2016/12/Mora_Terazia_-cMikeMinehan-1.jpg (fotografia di Mike Minehan)

Immagine 1: https://www.kellereditore.it/wp-content/uploads/2021/09/1000-alieni-cover-fronte.jpg

N.B. Per un’introduzione a Terézia Mora e al suo capolavoro Tutti i giorni su Andergraund Rivista:  https://www.andergraundrivista.com/2021/08/31/2224/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *