Le reti del linguaggio nel futuro post-tecnologico. “A/metà” di Jasmin B. Frelih

Paolo Ciocci

Na/pol è l’opera con cui lo scrittore sloveno Jasmin B. Frelih ha esordito nel 2013, da poco tradotta in italiano da Michele Obit per Safarà Editore col titolo di A/metà. L’esordio di Frelih era stato tra i romanzi insigniti dell’European Union Prize for Literature nel 2016.

Link al libro: https://www.safaraeditore.com/catalogo/sample-product/a-meta-jasmin-b-frelih/


L’opera intreccia tre diversi fili narrativi incentrati attorno alle vicende di un ex ministro sloveno della guerra, di un regista teatrale a Tokyo e di una poetessa anarchica affermatasi a New York, in un futuro prossimo e poco posteriore alla fine della cosiddetta Grande Cacofonia, ossia della sovrabbondanza pervasiva di interconnesioni e di scambi d’informazione esplosa con la nascita del World Wide Web e dell’internet di massa.

Il romanzo di Frelih si discosta tanto dalle narrazioni tipiche delle distopie di controllo, quanto da quelle presenti regressioni post apocalittiche, specialmente per quanto riguarda il discorso tecnologico e la sua interazione con la storia dell’umanità. Nel futuro di A/metà non si assiste ad un vero azzeramento della storia tecnologica, ma ad un collasso del suo passato e del suo futuro in un tempo trasversale e statico a quello della storia dell’umanità. Pur attingendo marginalmente alle estetiche di autori come Philip K. Dick e romanzi quali Cronache del dopobomba, la narrazione di Frelih non indugia in descrizioni particolareggiate di dispositivi tecnologici, del loro funzionamento e utilizzo o del loro effetto sull’ambiente circostante, rifiutando di sviluppare qualsiasi indagine sulle implicazioni morali relative alla bontà o meno del progresso tecnologico e alle sue conseguenze sul piano politico, sociale ed ecologico del mondo.

La visione del futuro prossimo di Frelih riflette un meccanismo lento e privo di qualsiasi istanza previsionale del cambiamento su questi piani, senza subordinare strettamente il mondo intero all’umanità. Anche per questo motivo, le ambientazioni risultano essere sfocate e poco dettagliate, ma funzionali all’enfatizzazione dei diversi linguaggi con cui ogni personaggio si muove. 

Sai, figlio, era il tempo in cui la gente parlava di continuo, si parlavano a vicenda gli uni con gli altri urlandosi contro sempre più forte, tanto che alla fine non fu più chiaro non solo a chi parlassero e cosa dicessero, ma nemmeno chi fosse buono e chi cattivo, e così i soldati non sapevano più chi fosse nostro compatriota e chi no, e nessuno sapeva più chi ascoltare né cosa fare, ed era tutto completamente confuso. (p.101)

Tema centrale nell’opera di Frelih è proprio il cambiamento a breve termine del linguaggio e delle sue forme di espressione a seguito della sparizione di internet e delle altre infrastrutture digitali che ne hanno fortemente condizionato i cambiamenti in termini di velocità di comunicazione, di meccanismi di fruizione, di narrazione dell’informazione e di percezione del sé e dell’altro. Cosa accade ad un linguaggio e a forme di comunicazione nate da un’interconnessione totale e pressoché istantanea se l’interconnessione stessa viene a mancare? E come cambiano i rapporti tra i singoli esseri umani e la loro narrazione dopo la sparizione di un mezzo divenuto così fondamentale? Frelih cerca di rispondere a questi interrogativi facendo scontrare i personaggi con la loro propria descrizione del mondo circostante e di loro stessi, sfruttando periodi frammentati e immagini fortemente soggettive e scomposte, in una maniera simile a quanto fatto da David Markson ne L’amante di Wittgenstein. Contrariamente alla protagonista del romanzo di Markson, in A/metà la frammentazione soggettiva non può essere assoluta, in quanto non riguarda una singola persona ma l’intera società umana che non è collassata assieme alle infrastrutture digitali. Il tutto si traduce in uno scontro continuo tra solipsismi potenziali dagli esiti grotteschi e dai contorni cinici, in quanto ognuno resta come prigioniero di un’inerzia comunicativa rumorosa ma inefficace nel ricreare le dinamiche, la coesione e le spinte di una comunità.

Ci hanno convinti che il mondo sia formato da masse di persone sulle quali non abbiamo alcun influsso. Solo quando ti guardi un po’ attorno vedi che queste masse in realtà non ci sono. Che siamo solo tu e io, e tu, e tu, e tu… Che quella massa, che continuiamo a guardare quando cerchiamo di spiegarci il mondo, non esiste. Che tra i baratri creati tra di noi non ci sono migliaia di voci soffocate che cercano di mettere in pratica i propri desideri, ma solo una buca aperta. (p.96)

Anche la misura del tempo inteso come dimensione collettiva di un movimento storico di strutture umane e non, di conseguenza, perde di significato a fronte di conflittualità e istanze a breve termine date dall’assenza di una comune recezione delle immagini e delle parole altrui. Questo è evidente specialmente nel filone narrativo incentrato sulla poetessa Zoja e sulle persone in attesa della sua performance, ma anche nella parte relativa all’ex ministro della guerra Kras e ai conflitti nella sua famiglia. La sua poesia e il conflitto vengono infatti percepiti come le ultime forme di comunicazione presente capaci di portare un senso minimo di collettività e interconnessione. Tuttavia, tanto i conflitti tra i membri della famiglia Kras, quanto la non localizzata guerra all’esterno della Slovenia non portano a nessuna sintesi risolutiva in termini di formazione di nuovi legami comunicativi. Tutto questo è ancora più esasperato nella serie di dialoghi e monologhi tra i personaggi che gravitano attorno a Zoja e che attendono la sua esibizione, in quanto si assiste ad una sovrapposizione di immagini, credenze, ossessioni e percezioni che non trovano nessun assemblamento in una dinamica di significato collettiva.

Una funzione simile è svolta dalla tecnologia presente nel romanzo, che non è subordinata ad alcun tentativo di creazione di vecchie o nuove forme di comunicazione, né di amplificazione di una qualsiasi spinta verso un’idea di progresso o di totale annientamento, ma solamente a limitare lo scontro tra diverse percezioni soggettive incapaci di sintetizzare nuove reti di linguaggio. Frelih mostra la permanenza di questa impossibilità nel riunire i frammenti della comunicazione nel filone narrativo relativo al regista Evan, in una Tokyo tratteggiata con l’estetica tipica delle metropoli di tecnologicamente avanzate, ma in cui il rapporto uomo-macchina non assume nessuna centralità, ma anzi diventa qualcosa di incidentale e poco influente nel punto di vista di Evan e degli altri personaggi. 

A/metà di Jasmin B. Frelih è un romanzo che esplora l’assenza di reti comunicative e di sintesi di un linguaggio comune in un futuro post-tecnologico e privo di internet e di tutte le infrastrutture digitali che si sono imposte, dall’inizio degli anni ’90 ad oggi, come il principale motore di cambiamento di gran parte delle dinamiche politiche e comunicative a diversi livelli di sovrastrutture sociali, e di come i singoli individui si rifugino in una soggettività rumorosa e statica a livello di collettività, senza spinte né propulsive, né distruttive.

 

Apparato iconografico:

Immagine di copertina: https://www.euprizeliterature.eu/sites/default/files/SI-Jasmin-B-Frelih-%28c%29.jpg

Immagine 1: Copertina del romanzo

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