“Febbre da fieno” di Stanisław Lem, ovvero come le leggi atomiche rivoluzionano il concetto di destino

Eleonora Smania

Pubblicato nel 1976 in Polonia e nel 2020 con la traduzione italiana di Lorenzo Pompeo dalla casa editrice Voland, Febbre da fieno (“Katar”) è uno tra i romanzi più riusciti di Stanisław Lem (1921-2006), uno dei maggiori autori polacchi contemporanei e tradotto in 47 lingue, nonché il più importante scrittore non angloamericano di fantascienza. Nel 1961 ottenne un grande successo con la pubblicazione di Solaris, romanzo che ispirò Andrej Tarkovskij per la realizzazione dell’omonimo film. 

Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862433778


È difficile classificare Febbre da fieno servendosi delle tipiche etichette con le quali si è familiari in ambito letterario; è un romanzo che si colloca tra il genere poliziesco e quello fantascientifico e presenta una struttura apparentemente semplice, ma in realtà complessa e ben congegnata.

La trama è la seguente: il protagonista, costretto da un difetto fisico a ritirarsi dalla carriera di astronauta della NASA, decide di dedicare anima e corpo alla risoluzione di un caso talmente bizzarro da attirare l’attenzione dei servizi segreti internazionali. A Napoli, all’hotel Savoy, è avvenuta una serie di morti inspiegabili, che coinvolgono clienti di sesso maschile di mezza età affetti da reumatismi e allergie o problemi respiratori. Molte sono le somiglianze riscontrate tra le vittime, in particolare l’avvenimento costante di episodi di allucinazioni e improvvisi istinti suicidi registrati prima del decesso dei malcapitati villeggianti. La follia suicida che ha spinto gli sfortunati clienti dell’hotel a compiere gesti estremi si sviluppa attraverso quattro fasi precise, come nota attentamente il protagonista.

I cicli erano abbastanza tipici: la fase dell’eccitazione e dell’aggressività, la fase delle manie, il più delle volte di persecuzione, la fase di crollo: come fuga da Napoli oppure dalla vita. Fuggivano come potevano: in macchina, in aereo, persino a piedi, oppure era il vetro, il rasoio, la corda, uno sparo in bocca, la tintura di iodio…” (p. 96)

Le fasi della follia descritte somigliano molto agli effetti dati da un consumo graduale di sostanze psicotrope o di veleni. Più le indagini proseguono, più il mistero s’infittisce. La presenza di molti aspetti in comune tra le vittime suggerisce l’attuazione di un piano omicida ben architettato. Tuttavia, i dati raccolti appaiono sempre insufficienti o incerti.

– Lei vuole dire che, accettando l’ipotesi di una serie casuale di avvelenamenti, quanto più le ricerche entrano nel dettaglio, tanto più l’ipotesi risulta debole?

 –   Esatto.

–  E quando si passa all’ipotesi di un colpevole è la stessa cosa, giusto?   

– Proprio così. I risultati più o meno sono questi: nessuno ha avvelenato nessuno e nessuno aveva l’intenzione di avvelenare. Tuttavia…

Feci spallucce.

–  E allora perché vi siete fissati con questa alternativa: delitto o coincidenza?

 –  Cos’altro rimane?” (p. 95)

È una semplice sequenza di sfortunati incidenti, oppure esiste un assassino nascosto all’ombra del Vesuvio? A chi interessa scatenare questa serie di morti? E se una forza soprannaturale fosse responsabile di questi eventi? Queste sono le domande che i lettori e le lettrici si pongono assieme al protagonista, quesiti che troveranno una soluzione inaspettata; tuttavia, al termine del romanzo apparirà spontaneo al pubblico porsi ulteriori domande, alle quali sarà ben più difficile dare risposta. 

Il romanzo è caratterizzato da una struttura tripartita della narrazione, condotta in prima persona dall’astronauta in pensione americano affetto da febbre di fieno, personaggio atipico per un classico giallo.  Questa scelta, apparentemente bizzarra, acquista un senso e una logica precisi all’interno della narrazione. Oltre all’evidente capovolgimento della figura archetipica del detective, la presenza dell’ex astronauta John rappresenta un elemento centrale per la comprensione del romanzo. Il protagonista, incuriosito dalla natura enigmatica del caso, si offre volontario per indagare da parte della NASA sulla misteriosa serie di morti, viaggiando da Napoli fino a Roma e terminando il suo viaggio a Parigi. Eppure non è solo per pura curiosità che il protagonista accetta di buon grado l’incarico, esiste un motivo ben più preciso e profondo.

– Di solito le mie ambizioni consistevano in ciò che non potevo fare. Esistono innumerevoli sfaccettature del pericolo, ma non mi attira il rischio banale, come quello, diciamo, della roulette russa. Sarebbe una paura sterile… Invece ciò che non è possibile definire, prevedere, delimitare, ecco, quello mi ha sempre attirato.   

– Per questo aveva deciso di diventare astronauta?   

–  Non so. Forse.” (p. 99)

L’attrazione verso l’ignoto è l’evento motore che spinge l’astronauta a indagare sul caso di Napoli, rischiando persino la vita. L’adrenalina data dalla sensazione di pericolo, l’attrazione verso ciò che appare ignoto e incomprensibile non sono altro che indici di un meccanismo di compensazione attuato dal protagonista per sopperire al vuoto che prova dentro, causato dall’impossibilità di tornare nello spazio a causa della sua malattia. Per un uomo che ha avuto la possibilità di ammirare la vastità dell’universo anche per sole poche ore, passare il resto della sua vita senza poter rivivere quelle sensazioni di stupore e impotenza diventa un fardello doloroso da sopportare.

Un lavoro terribile, che attira con la promessa del “grande passo per l’umanità” che, come disse Armstrong, è “un piccolo passo per l’uomo” ma in realtà è il punto culminante, l’apogeo non solo dell’orbita, il luogo nel quale perdere tutto, l’immagine simbolica della vita umana e del suo incessante mirare con tutte le forze e le speranze all’irraggiungibile. Solo che quelli che per gli altri sono gli anni migliori, lì corrispondono a ore[…]. Sapere di essersi lasciato tutto dietro, rendersene conto in modo così chiaro, così irrevocabile, è più di una sconfitta, è una beffa a quel punto culminante che avevamo appena raggiunto.” (p. 99)

Per risolvere il mistero della serie di avvelenamenti accaduti a Napoli non basta il fine acume e l’inevitabile attrazione verso l’ignoto che caratterizzano il protagonista, ma anche un metodo totalmente diverso da applicare durante l’indagine. Il bizzarro esperto di statistica francese Saussure offre delle prospettive che l’ex astronauta non ha preso in considerazione.

– Non esiste alcun evento misterioso. Ciò che è probabile è determinato da dall’ampiezza dell’insieme degli eventi. Tanto più grande è l’insieme, maggiore è la possibilità di avvenimenti improbabili.   

–  Quindi non esisterebbe nemmeno una serie di vittime…?

–  Le vittime ci sono. Ma sono il risultato di un meccanismo casuale. Dall’abisso dell’incalcolabile, di cui le parlavo raccontando l’aneddoto, lei ha selezionato una determinata frazione nella quale molti fattori si somigliano. Se la prende per una serie completa, chiaro che diventa enigmatica.” (p. 129)

Per comprendere quindi una serie di morti così oscure, è necessario abbandonare la tendenza umana volta al desiderio di semplificazione della realtà, che ha portato gli uomini a creare schemi fissi e regolari per rapportarsi al reale. Per conoscere il vero funzionamento della realtà, la conoscenza umana deve progredire, rinunciando “alla semplicità del mondo” (p. 130). 

L’umanità si è talmente moltiplicata e addensata, che comincia ad essere sottoposta alle leggi atomiche. Ogni atomo di gas si muove in modo caotico, ma proprio questo caos genera l’ordine sotto forma di stabilità della pressione, della temperatura, del peso specifico e così via. […] Viviamo in un mondo di addensamenti casuali, in un gas molecolare umano, caotico, nel quale gli eventi inverosimili sbalordiscono solo i singoli atomi, le individualità.” (p. 185)

Le leggi atomiche sono i principi sui quali la realtà si costruisce, l’atomo rappresenta l’elemento generatore e fautore del destino. Sarà dopo aver compreso che gli uomini non sono altro che particelle infinitesimali presenti nell’immenso addensamento casuale che costituisce l’universo che il protagonista giungerà a una risposta in un mondo in cui “l’eccezione di ieri diventa la banalità di oggi e l’estremo di oggi la norma di domani” (p. 187).

Febbre da fieno è il risultato di un gioco di prestigio ben riuscito, dove la tipica narrazione del romanzo poliziesco viene magistralmente capovolta. I lettori e le lettrici seguono con sguardo attento sia i momenti di lucida riflessione e autoanalisi del protagonista, sia il suo febbricitante flusso di coscienza che sgorga incontrollato dai primi capitoli, attendendo il momento in cui i punti dispersi si ricongiungono per formare il disegno finale.

Apparato iconografico:

Immagine 1: https://images.app.goo.gl/B3MKqDhHcKSPQhzL6

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