La città senza ebrei. Un romanzo di dopodomani: una distopia diventata realtà

Alice Bettin

Vienna, 1922: Hugo Bettauer (1872-1925) pubblica un romanzo che riscuoterà un successo strepitoso anche a livello internazionale e venderà, nel giro di un paio d’anni, oltre 250 000 copie solo in Austria. Die Stadt ohne Juden. Ein Roman von übermorgen (“La città senza ebrei. Un romanzo di dopodomani”, 1922) è stato tradotto in diverse lingue, pubblicato in Italia solo nel 2000. Lo stesso Bettauer sottotitolò il libro “Romanzo di dopodomani”, quasi si trattasse di una profezia sulla sorte della popolazione ebraica in Europa, che due decenni dopo, sarà duramente colpita dallo sterminio avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nel clima culturale della Vienna dei primi anni Venti si fece spazio un talentuoso pubblicista e scrittore di origine israelitica, nato a Baden presso Vienna. Tanto avvincente quanto scomodo giornalista, Bettauer tenta la sua fortuna prima negli Stati Uniti e poi nella Germania guglielmina. Diventa il principale corrispondente di periodici americani, prima ad Amburgo e poi a Berlino, raggiungendo l’apice del successo con la pubblicazione della sua rivista “Er und Sie. Wochenschrift für Lebenskultur und Erotik” (Lui e Lei. Settimanale di cultura di vita e di erotismo). Uno degli scopi del suo giornalismo era agire nel campo dell’educazione sessuale, cosa che portò la sua figura ad essere al centro di inchieste spregiudicate e provocatorie contro il perbenismo filogiudaico. La sua rivista ebbe un enorme successo, se si pensa che soltanto il primo numero constava di dodici pagine e, di questo, ne venne fatta una tiratura di ventimila copie.  La rivista, dotata di una al tempo eclatante impostazione moderna, dovette passare ben presto le maglie della censura. Si temeva che minasse la buona condotta della sana gioventù germanica, con introduzione di temi come l’emancipazione della donna, i rapporti omosessuali tra adulti, la liberalizzazione della pornografia e l’interruzione della gravidanza. Il secondo tentativo di pubblicazione di una rivista divulgativa di ambito sessuale riscontrò nuovamente un enorme successo, ma rese Bettauer il principale bersaglio della politica reazionaria antisemita e nazista del tempo. Nel 1920 le diffamazioni contro di lui lo accusavano di “esercizio illecito della professione”. I suoi scritti, considerati “pornografici”, lo iscrissero nelle liste nere della pubblicistica nazista e conservatrice.

 Il suo romanzo che ebbe più successo, La città senza ebrei, venne usato come pretesto per iniziare una campagna di denigrazione nei suoi confronti a causa delle sue origini. L’ideologo del partito nazista Alfred Rosenberg definì il romanzo come “un’intenzionale propaganda filogiudaica” e il fatto che gli ebrei alla fine del romanzo venissero pregati di ritornare a Vienna venne da lui considerato come un oltraggio. Scrittore demonizzato dalla propaganda, circolavano a Vienna fogli reazionari che incitavano persino all’aggressione fisica nei suoi confronti senza motivi giustificati, ma dipingendo la sua immagine in maniera caricaturale, standardizzando la fisionomia fisica dell’ebreo alla sua figura. L’enorme successo dei suoi romanzi e delle sue riviste fu il pretesto per aizzare l’odio antisemita tra la popolazione austriaca.

Il romanzo ha una trama semplice e lineare: un Cancelliere cristiano sociale promulga une vera e propria legge di bando degli ebrei dall’Austria, una specie di epurazione dagli giudei, considerati influenti nell’opinione pubblica, nella stampa e anche in campo economico e sociale. Si innesta nella società una sorta di invidia sociale, alimentata dalla diffusione di immagini che presentano il giudeo come un “porco”, come un’anima licenziosa e irrispettosa delle fanciulle ariane, la cui virtù poteva essere compromessa e infangata dalla presenza insolente dei giudei in città, che si apprestavano a fare la corte alle belle e bionde fanciulle ariane. Le voci si diffondono in lungo e in largo per le vie di Vienna: tutti votano al grido “Fuori gli ebrei!” e definiscono il fatto come un evento storico, che andrà ad apportare cambiamenti alla costituzione.

L’Austria deve liberarsi della popolazione non ariana, per rifiorire nell’economia e per alimentare questo spietato e fanatico odio per gli ebrei e per l’ebraismo. Le parole del Cancelliere parlano chiaro:

Ciononostante, anzi proprio per questo, nel corso degli anni in me è cresciuta sempre più forte la convinzione che noi non ebrei non potevamo vivere oltre vicino e tra gli ebrei, che – o la va o la spacca -, o noi rinunciamo al nostro modo di essere e alla nostra natura cristiana o gli ebrei alla loro. Nobile assemblea! La cosa è semplice: noi ariani austriaci non siamo all’altezza degli ebrei, siamo dominati, oppressi, violentati da una piccola minoranza, proprio perché questa minoranza possiede delle qualità che ci mancano. I romani, gli anglosassoni, gli yankee perfino il tedesco del nord o lo svevo, tutti possono sopportare l’ebreo, perché sono pari a lui in agilità, tenacia, senso degli affari ed energia, anzi spesso li superano. Noi invece non li possiamo assimilare, per noi rimangono corpi estranei, che invadono il nostro corpo e ci schiavizzano. Il nostro popolo, in maggioranza, viene dai monti, è un popolo ingenuo, candido, trasognato, svagato, legato a ideali improduttivi, dedito alla natura, devoto e probo, buono e sensato! Queste sono qualità belle e meravigliose da cui può sgorgare una splendida cultura, una meravigliosa forma di vita, se la si tutela e la si lascia sviluppare. Ma gli ebrei tra noi non sopportano questo silenzioso sviluppo. Con la loro enorme capacità intellettiva, con il loro cosmopolitismo libero da tradizioni, con la loro duttilità felina, il loro intuito fulmineo, con le loro capacità affinate da un’oppressione millenaria, ci hanno sopraffatto, sono diventati nostri padroni, hanno posto sotto il loro potere tutta la vita economica, spirituale e culturale! (p.20)

La loro presenza è vista come un’invasione nella loro cultura, che non riuscirà mai ad integrarsi con la cristianità.

La legge non accetta alcune eccezioni: per liberare l’Austria dalla sopraffazione degli ebrei, devono lasciare il Paese tutti coloro che hanno qualsiasi tipo di discendenza ebrea, quindi anche ebrei non battezzati. Di conseguenza, si dividono numerose famiglie, che dubitano delle loro provenienze e scoprono, pur in alcuni casi appoggiando a pieno titolo la legge di bando, la presenza del ceppo ebraico nella genealogia della propria famiglia. Anche i migliori cittadini viennesi creduti finora cristiani sono “inzuppati” di ebraismo. La fabula ha il sapore di una tagliente satira ebraica: una legge finanziaria stabilisce che esista un tetto massimo di denaro e di averi che gli ebrei possono portare con sé in un paese straniero, strategia studiata per rinvigorire le casse dello stato, ma che effettivamente non ha il risultato sperato a causa del parassitismo di molti cristiani viennesi, che si appropriano degli averi sottratti alle tasse dei giudei e danno a loro in cambio indennizzi  in denaro sotto forma di accrediti presso banche straniere.

Rimbombano le sirene all’una del pomeriggio: mandano il segnale che anche l’ultimo treno è partito e le chiese suonano a festa per celebrare una nuova e libera Austria. Un nuovo risanamento delle condizioni economiche e sociali, una più equilibrata distribuzione del benessere sono gli obiettivi ambiti dal governo austriaco, che mette in campo dei veri e propri agenti in incognito per raccogliere osservazioni sulla faccenda tra gli abitanti. L’opera grandiosa è stata completata, la casa degli austriaci “è stata ripulita”, ogni elemento estraneo che può contaminare il loro sangue è stato cacciato e non è più motivo di minaccia. Un momento di benessere comune che dura solo qualche mese: i viennesi si rendono conto di come la loro economia in così poco tempo, sia già al collasso, la disoccupazione si diffonda in larga manica e i generi alimentari raggiungano prezzi spaventosi.  Non è solo l’economia che ne trae svantaggio, ma anche il teatro e l’arte, poiché non si mettono più in scena israeliti e i classici sono oramai decaduti. I negozi sono vuoti, molti falliscono, ritorna la moda del loden, del fustagno e della flanella, sfiorando così la qualità di un paese montanaro. I cafè chiudono, crolla completamente il sistema bancario e Vienna diventa patria di squallore e provincialismo. La popolazione diviene furiosa: chiassose manifestazioni prolificano per le vie della città, si inneggia al ritorno degli ebrei, quasi malinconicamente, per uscire dalla situazione di paralisi e di scontento.

Oggi si vede chiaramente che non possiamo fare a ameno degli ebrei…” (p.89)

Regnano la mortificazione e l’avvilimento, in un momento di confusione generale viene sciolta l’assemblea, il Cancelliere presenta le sue dimissioni e cade il governo. Si rimpiange il lusso e la bella vita di Vienna prima della promulgazione della legge antisemita e la popolazione chiede nuove elezioni. Alla fine del romanzo, il neoeletto Presidente inquadra la legge antisemita come “un duro colpo contro i diritti dell’uomo e un ritorno al più cupo medioevo” (p.122). Così, gli ebrei possono circolare nuovamente in tutta l’Austria, i cittadini viennesi richiamano gli ebrei all’unanimità, reduci di un fervido rimpianto dovuto al loro esodo.

Il quadro finale della novella riprende una cornice di armoniosa tolleranza sociale e di festeggiamenti per questo ritorno, si sa, però, che la storia di Bettauer non si realizzerà, almeno per la sua seconda parte.

L’agghiacciante distopia di Bettauer troverà la sua cruenta realizzazione circa due decenni dopo: dei circa duecentomila ebrei presenti a Vienna negli anni Trenta, molti riusciranno fortunatamente a fuggire, ma di coloro che rimasero, una cifra irrisoria sopravviverà allo sterminio, circa duemila. Vienna sarà una capitale in macerie, l’intellighenzia ebraica della città quasi completamente sterminata o approdata in terre straniere in esilio.

Il successivo reinserimento degli ebrei in una città come Vienna, inaridita nella sua fertilità culturale tipica della Mitteleuropa, fu molto combattuto. Così scrive Luigi Reitani:

“Il danno inflitto in tal modo al tessuto sociale e culturale cittadino è stato di proporzioni devastanti. In tutti i settori della vita civile l’elemento ebraico costituiva un lievito nazionale. Da questo autentico salasso di energie nei vari campi della medicina, della letteratura, delle arti figurative, della musica, dell’economia, del diritto, Vienna non si è ancora ripresa.”

La propaganda antisemita e isterica nei confronti di Bettauer raggiunse, successivamente, il suo scioglimento. Un odontotecnico disoccupato, Otto Rothstock, il 10 marzo del 1925 sparò nella sua redazione allo scrittore. Il giovane nazista rimase impunito, a causa della strumentalizzazione del processo avvenuta dall’avvocato nazista Walter Riehl, che lo istruì abilmente nel suo discorso di autodifesa:

Signori della Corte, duemila anni orsono alcuni attimi di tempo divino, il Figlio del Signore venne in questo mondo per condurre la battaglia contro i savi e gli scribi giudei, poiché costoro sono la prole della menzogna e di Satana. Io venni al mondo per continuare la battaglia. Quel che ho fatto non è un assassinio proditorio. E’ un segnale d’ allarme per destare tutti i popoli, e anzitutto la nazione tedesca, affinché continui la lotta in modo brutale e si difenda senza nessun riguardo prima che sia troppo tardi. Hugo Bettauer dileggiava tutto ciò che è tedesco. Io non ho colpa alcuna.

Bettauer è stato a lungo messo da parte, quasi dimenticato dalla coscienza austriaca. Gli ultimi anni hanno riportato a galla questo romanzo, concepito come una commedia e una satira intrisa di umorismo ebraico dallo scrittore, ma effettivamente un’utopia negativa, un dettaglio inedito e poco conosciuto, che assume un valore documentaristico dello spettro della Shoah.

Nell’elogio funebre Robert Musil disse di lui:

Un’epoca che non presta ascolto alla parola dello scrittore, bensì alla parola d’ ordine, lo spinse al centro di uno scontro di cui fu la vittima è […]. Ed egli cadde per il più nobile fra i doveri della sua professione: dire ciò che si ritiene giusto!  Hugo Bettauer aveva il dono di scrivere ciò che sentivano in molti. È caduto per il più sublime compito della sua professione: dire ciò che si considera giusto.

 

Bibliografia:

Antonio Vitolo, Un esilio impossibile. Neumann tra Freud e Jung, Roma, Borla, 1990.

Hugo Bettauer, La città senza ebrei. Un romanzo di dopodomani, Roma, Donzelli Editore, 2000.

Luigi Reitani, Le storie strappate, in “Il Piccolo”, 25 aprile 1993.

Murray G. Hall, Der Fall Bettauer, Wien, Löcker, 1978.

Murray G. Hall, Nachwort zu Hugo Bettauer, Die Stadt ohne Juden. Ein Roman von übermorgen, Frankfurt am Main-Berlin, Ullstein, 1988.

Roberto Cazzola, Sparate al pornografo, in “La Repubblica”, 10 marzo 1994.

 

Apparato iconografico:

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Immagine 3:

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