A processo da Kafka

Piergiuseppe Calcagni

Nella storia della critica letteraria rivolta all’opera kafkiana si sono formati tre tipi di interpretazioni: una esistenziale-filosofica, un’altra (ancora) di stampo psicanalitico e infine quella teologica legata alle origini ebraiche dello scrittore. Il pioniere di quest’ultimo approccio è proprio il suo amico Max Brod, che fu fra l’altro l’editore delle opere incompiute edite e pubblicate solo dopo la morte di Kafka. Le difficoltà di questo tipo di interpretazione derivano proprio dai rapporti complessi di Kafka con l’ebraismo e il movimento sionista praghese dell’inizio del XX secolo. I diari e le lettere forniscono un’importante testimonianza di tale problema. Si legge, ad esempio, nella lettera al padre:

 “Anche il giudaismo non mi giovò per salvarmi da te. […] Del resto anche nel tempio avevo tanta paura, non solo, com’è naturale, per la folla che c’era, ma anche perché Tu una volta accennasti negligentemente che anch’io potevo essere chiamato alla Torah. Quel pensiero mi fece tremare per anni.” (pp. 667-668)

Oppure nella lettera a Felice del 16 gennaio 1913:

Devi sapere che Buber tiene una conferenza sul mito ebraico; beh, Buber non basterebbe neanche lontanamente a farmi uscire dalla mia stanza, l’ho già sentito, mi annoia, qualche cosa manca a tutto ciò che dice. (p. 236)

In questa lettera, Kafka faceva riferimento a Martin Buber, una delle figure più importanti della cultura sionista degli ebrei occidentali di lingua tedesca. Si rese famoso per le sue idee esposte in quattro importanti discorsi tenuti fra il 1909 e il 1913 a Praga di fronte al Bar Kochba, un gruppo di studenti sionisti dell’università tedesca di Praga. Secondo Buber, il primo passo da compiere per liberare l’ebraismo dalla chiusura mentale del ghetto era un’educazione estetica volta a far riscoprire sia il carattere mistico della letteratura rabbinica sia la forza creatrice della comunità ebraica, contrariamente alla destra antisemita, che negava le capacità mitopoietiche della religione ebraica tradizionale. Nelle fasi successive del suo pensiero, Buber propose l’assimilazione dell’ebreo orientali alla cultura tedesca, così come era successo con gli ebrei occidentali di lingua tedesca. Citando Buber:

L’aspirazione all’unità è ciò che ha reso l’ebreo creatore.” (cfr. Baioni, 1984 p. 25)

L’obiettivo del filosofo viennese era dunque la simbiosi culturale, un’assimilazione che avrebbe potuto risolvere non solo il problema dell’identità ebraica, ma anche, più in generale, il dramma esistenziale dell’uomo moderno. Con questo idealismo, fortemente ispirato alla tradizione chassidica, Martin Buber si distaccò definitivamente dai dettami dell’Organizzazione sionista fondata da Theodor Herzl e Max Nordau. Fu proprio durante il quinto Congresso sionista di Basilea del 1901, che Buber espose per la prima volta le sue idee sull’arte ebraica e sulla sintesi organica dei popoli.

Ma se Kafka non si fece influenzare neanche da un personaggio importante come Buber, cosa lo spinse a inserire rimandi alla cultura ebraica nelle sue opere? La risposta si può trovare ancora una volta nei suoi diari. Infatti, nel 1911 Kafka conobbe Yitzchak Löwy, un attore polacco che in quel periodo si trovava a Praga. È proprio grazie a questa amicizia che Kafka iniziò a interessarsi alla letteratura ebraica, agli scritti sacri e al problema della letteratura nazionale. Non a caso nel 1915 scrisse Vor dem Gesetzt (“Davanti alla legge”), uno dei suoi racconti brevi più conosciuti. Fu pubblicato la prima volta singolarmente in “Selbstwehr” (Autodifesa), la rivista del movimento studentesco sionista praghese, prima che Kafka lo inserisse nel nono capitolo de Der Prozess (“Il processo”), sotto forma di aneddoto narrato dal prete del tribunale al protagonista Joseph K. Il testo parla di uomo di campagna intento a entrare in un portone per arrivare alla Legge. Davanti al portone c’è un custode che impedisce all’uomo di entrare, così questi aspetta per anni il permesso, tentando nel frattempo di convincere il guardiano a farlo passare. Poco prima di morire, l’uomo, ormai esausto, chiede al custode:

 «Poiché tutti aspirano alla legge», dice l’uomo, «da che dipende che in tutti questi anni nessuno all’infuori di me ha chiesto di entrare?»” (p. 285)

E il custode risponde:

Qui nessuno poteva ottenere di entrare perché quest’ingresso era destinato solo a te. Adesso vado e lo chiudo.” (p. 285)

La trama è estremamente vicina a quella di uno dei Pesikta Rabbati (l’espressione deriva dall’ebraico pasak, “dividere” e rabbati, “i più grandi” per distinguerli dai Pesikta de Rab Kahana perché sono più brevi e anche più antichi), ossia una raccolta di midrashim haggadici. Midrash è il termine con il quale si indica l’insieme delle interpretazioni e dei commenti al testo biblico, mentre l’Haggadah è la parte narrativa del Talmud dove vi sono aneddoti di carattere filosofico o morale. Nella narrazione da cui Kafka si lasciò ispirare il protagonista è Mosè. In viaggio verso il Sinai, egli deve raggiungere Dio per prendere la Torah (termine che non indica solo il Pentateuco, ma anche la Legge e la dottrina ebraica). Durante il tragitto è costretto ad affrontare quattro angeli-custodi (Camuele, Hadarniel, Sandalfon e Reziel) prima di arrivare a Dio. Mosè alla fine riesce nel suo intento e consegna la Legge al suo popolo.

Prima di parlare del senso della versione di Kafka, mettendola a confronto con l’originale della tradizione ebraica, è necessario far notare le differenze tra il racconto pubblicato singolarmente e quello inserito nel romanzo. All’interno de Il processo l’aneddoto viene narrato, possiede quindi il tratto dell’oralità, aspetto molto importante nel giudaismo. L’insegnamento orale (quindi la lettura pubblica) rappresenta infatti l’unica autentica trasmissione del sapere. Come scrive David Banon in La lettura infinita (2009):

La lettura non è dunque semplice ripetizione, ma è indissolubilmente legata alla comprensione, all’esplicitazione e alla trasmissione.” (p. 41)

Infatti, una volta che il prete ha finito di raccontare, Joseph K. si fa aiutare nell’interpretazione del testo. Ha così inizio un dialogo, fra il protagonista e il narratore dell’aneddoto, che si potrebbe definire un vero e proprio moto ermeneutico con lo scopo di scoprire il senso profondo della narrazione. Sebbene Joseph sia convinto del fatto che l’uomo sia stato ingannato dal custode, il prete cerca di metterlo in guardia da conclusioni troppo affrettate e la sua interpretazione difende l’atteggiamento del custode, che, in quanto uomo della Legge, sfugge ad ogni tipo di giudizio morale. Joseph K. con testardaggine e forse, conoscendo la trama del romanzo, anche a causa di un sentimento di empatia, continua a difendere l’uomo.

“«No» – disse il pastore– «non si deve prendere tutto per vero, lo si deve ritenere solo necessario.» «Opinione triste», disse K. «La menzogna elevata a regola universale.»” (p. 288)   

Kafka con questo scambio di opinioni rispetta uno dei temi più importanti del giudaismo, l’interpretazione del testo biblico, da esercitare tutte quelle volte che vi è differenza fra peshat (senso letterale che tutti riescono a vedere) e darash (il significato non manifesto che va dunque ricercato). D’altronde, come afferma George Steiner nel saggio La nostra terra, il testo (2020):

Che la natura “testuale” e le pratiche interpretative del giudaismo siano giudicate positive o negative, esse si trovano tuttavia ontologicamente e storicamente al cuore dell’identità giudaica.” (p. 225)


Il critico francese, e forse anche Kafka, aveva visto nella lettura esegetica del testo il carattere fondamentale dell’identità ebraica. Steiner fra l’altro cita proprio lo scrittore praghese per meglio definire cosa rappresenti il testo, o il libro per un ebreo:

Se il libro che leggiamo non ci risveglia, quasi con un pugno che martella il nostro cranio, perché mai lo leggiamo? Perché ci renda felici? Dio buono, saremmo felici anche se non avessimo libri, e i libri tali da renderci felici potremmo, se necessario, scriverli noi stessi. Ma abbiamo bisogno di quei libri che ci cadono addosso come la cattiva sorte e ci sconvolgono profondamente, come la morte di chi amiamo più di noi stessi, come il suicidio.” (p. 233)

Forse in queste righe è possibile leggere il motivo per cui le opere di Kafka appaiono ancora oggi enigmatiche e di difficile comprensione. Se il suo scopo, anche in Davanti alla legge, era quello di martellare il cranio del lettore, ci è riuscito senz’altro. Eppure, mettendo a confronto la narrazione originale con quella di Kafka il senso assume una certa chiarezza. Se nel primo caso, Mosè riesce ad arrivare alla Legge e donarla al suo popolo, l’uomo di Kafka muore invece nell’attesa di poter addirittura oltrepassare il primo custode. Questo perché l’uomo moderno non arriverà mai a conoscere non la Legge, bensì la Verità, una verità universale che in una sorta di futuro messianico porti la pace agli esseri umani e trovi loro un motivo per cui vivere. L’impossibilità di conoscere e quella di giungere a una piena coscienza dell’esistenza sono, secondo Kafka, i tratti essenziali dell’uomo del suo tempo. Non si deve dimenticare che il secolo in cui uscirono le opere di Kafka si aprì, quasi simbolicamente, con la morte di Nietzsche, il filosofo tedesco che fece crollare qualsiasi tipo di dogma, permettendo l’invasione del nichilismo. Il protagonista dell’aneddoto di Kafka è sì volenteroso di conoscere la Legge, ma la differenza fra lui e Mosè risiede proprio nello scopo: l’intenzione del personaggio biblico è quella di donare al suo popolo, tramite la Torah, la speranza di un futuro in cui regni la salvezza. L’obiettivo dell’uomo kafkiano rimane oscuro ed è lecito pensare che, se non è riuscito ad arrivare alla Legge, il suo proposito non fosse così nobile come quello di Mosè. Quando egli realizza che anche altri potrebbero fare la sua stessa cosa, il custode, o per punire l’egoismo che aveva caratterizzato l’uomo per tutti quegli anni o per prendersi gioco di lui, chiude la via verso la Verità. Mosè si sacrifica per la sua gente, l’uomo di campagna deve solo soddisfare un suo bisogno personale e senza permettere a nessun altro di godere del dono della Verità. Kafka, con questo aneddoto porta gli esseri umani a processo, condannando tutti o a causa del loro egoismo o a causa della loro pigrizia intellettuale. Sono colpevoli di aver smesso di cercare, di trovare un nesso, un filo che sia in grado di collegare tutte le risposte ai misteri dell’esistenza sulla Terra e quando lo fanno non lo fanno per la giusta causa.

Fra l’altro, è interessante notare che l’ebraismo gioca un ruolo anche in altri scritti di Kafka, ne Das Schloss (“Il castello”, 1926) o in Josefine die Sängerin (“Josefine la cantante”, 1920), ad esempio. Come se non bastasse, secondo una testimonianza di Dora Diamant, l’ultima compagna dello scrittore, fra le carte che lo scrittore bruciò prima di morire c’era una bozza di un racconto che parlava del processo a Mendel Beiliss, calzolaio ucraino ebreo accusato ingiustamente di omicidio rituale, il cui processo ebbe luogo nel 1913. Purtroppo, non si salvò niente di quelle carte, ma ci sono altre opere a che testimoniano l’interesse di Kafka nei confronti del problema dell’identità ebraica e di come egli si sia servito dello stile della parabola haggadica per descrivere il dramma dell’uomo moderno. Possono altresì consolare le parole di Steiner:

Le parole non possono essere frantumate dall’artiglieria e il pensiero non può vivere nei rifugi anti-aerei. […] Ma quando il testo è la patria, anche quando è radicato soltanto nella memoria e nelle ricerche precise di un pugno di vagabondi, di nomadi della parola, esso non può morire. Il tempo è il passaporto della verità e la sua terra natia. Quale migliore alloggio per l’ebreo?” (p. 245)

 

Bibliografia:

David Banon, La lettura infinita, il midrash e le vie dell’interpretazione nella tradizione rabbinica, Milano, Jaca Book, 2009.
Franz Kafka, Diari e confessioni, Milano, Mondadori, 1972.
Franz Kafka, Lettere a Felice, Milano, Mondadori, 1972.
Franz Kafka, Tutti i romanzi, i racconti, pensieri e aforismi, Roma, Newton Compton, 2016.
Steiner George, Nessuna passione spenta, Milano, Garzanti, 2020.
Ulf Abraham, Mose “Vor dem Gesetz” Eine unbekannte Vorlage zu Kafkas “Türhüterlegende“, in: “Deutsche Vierteljahrsschrift für Literaturwissenschaft und Geistesgeschichte”, N. 57, 1983, pp. 636-650.

 

Apparato iconografico:
Immagine 1:
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