Francesco Bressan
Abstract:
Die Walsche: Suspended between Two Worlds, Abnormality Becomes Revolution and Discovery
The theme of alienation is the central core of Joseph Zoderer’s novel Die Walsche (“The Italian”, 1982), a key work of South Tyrolean literature that explores the complex question of identity in a region historically caught between two different cultures. Olga, a German-speaking girl protagonist experiences a double alienation throughout the story: rejected by her German-speaking community of origin for her interest towards the Italian language, culture and people — she is nonetheless unable to fully integrate into the Italian-speaking community of Bolzano, where she lives with her Italian-speaking partner Silvano. Olga’s sense of loss and non-belonging reflects a widespread condition in South Tyrol, a region marked by decades of linguistic and cultural tensions. Zoderer transforms alienation into a revolutionary force: being seen as “abnormal” by the German-speaking community allows Olga to deconstruct deep-rooted stereotypes and prejudices, freeing herself from the discriminatory mindset of her home village. Her search for and discovery of a personal identity, beyond the patterns imposed by her community and beyond, becomes a metaphor for a possible overcoming of cultural barriers.
Il contesto storico: il Sudtirolo tra annessione, fascismo e autonomia
Per comprendere pienamente la complessità tematica di Die Walsche (“L’italiana”, 1982), è necessario inquadrare il romanzo nel suo contesto storico. Il Sudtirolo, territorio di lingua prevalentemente tedesca situato a sud del Brennero, fu annesso all’Italia nel 1919 alla fine della Prima guerra mondiale a seguito della firma del Trattato di Saint-Germain-en-Laye. Prima di tale annessione, la regione faceva parte dell’Impero austro-ungarico. L’arrivo al potere del fascismo nel 1922 e le successive politiche di italianizzazione di Mussolini segnarono profondamente le popolazioni di lingua tedesca: fu vietato l’insegnamento del tedesco nelle scuole, i toponimi furono italianizzati e ogni forma di espressione culturale in lingua tedesca venne soppressa (Costazza 2009). Questa violenta repressione linguistica e culturale generò un diffuso senso di paura e di identità minacciata tra i sudtirolesi germanofoni.
Nel 1939, l’accordo Hitler-Mussolini impose ai sudtirolesi la cosiddetta “Opzione”: scegliere tra emigrare nel Reich tedesco, dove a detta del regime avrebbero ricevuto una casa e un terreno, mantenendo la propria lingua e cultura, o rimanere in Italia, rinunciando all’uso pubblico del tedesco. Questa scelta traumatica – che divise famiglie e comunità – costituisce lo sfondo biografico dell’autore stesso e permea profondamente la narrativa zodereriana (Ricaldone 2002). Dopo la Seconda guerra mondiale, il Trattato di Parigi del 1946 tra Austria e Italia stabilì che il Sudtirolo rimanesse italiano, impegnando però l’Italia a tutelare la minoranza di lingua tedesca. Nel 1948, il Primo Statuto di Autonomia istituì la Regione Autonoma Trentino-Alto Adige, ma le tensioni politiche degli anni Cinquanta e Sessanta, culminate negli attentati della Feuernacht, la cosiddetta “Notte dei fuochi” del 1961, dimostrarono come la questione fosse tutt’altro che risolta. Solo con il Secondo Statuto di Autonomia del 1972 il Sudtirolo ottenne una più ampia autonomia legislativa e amministrativa (Kleinert 2012: 65).
È in questo quadro storico-politico che si inserisce la vicenda narrata da Zoderer, ambientata nella fase successiva al Secondo Statuto di Autonomia del 1972 (Sommadossi 2011: 113), in cui le tensioni interetniche permanevano malgrado i progressi istituzionali. Come osserva Sommadossi (2011), la politica della separazione – anziché dell’integrazione – aveva cristallizzato le frontiere culturali tra le due comunità, rendendo di conseguenza difficile qualsiasi forma autentica di interculturalità.
Joseph Zoderer: una voce tra due culture
Joseph Zoderer nacque nel 1935 a Merano in una famiglia di madrelingua tedesca. Considerato una delle voci più significative della letteratura di lingua tedesca del secondo Novecento e della letteratura sudtirolese, Zoderer possedeva la cittadinanza italiana pur scrivendo esclusivamente in tedesco, incarnando in sé la contraddizione identitaria che caratterizza la regione di provenienza. La sua infanzia in Sudtirolo fu interrotta dall’Opzione del 1939, che portò la sua famiglia a trasferirsi a Graz, in Austria. Successivamente, frequentò un liceo in Svizzera e studiò all’Università di Vienna, senza però completare mai gli studi (Kleinert 2012: 73).
Negli anni a seguire, sul piano professionale Zoderer lavorò come giornalista per quotidiani di lingua tedesca quali il “Kurier”, la “Kronen Zeitung” e “Die Presse”, e come redattore radiofonico per la RAI di Bolzano. Inoltre, fu membro attivo di associazioni letterarie quali la Südtiroler Autorenvereinigung e la Grazer Autorenversammlung. Nel corso della sua carriera scrisse poesie, romanzi e libri per l’infanzia. La peculiarità della sua opera consiste nella capacità di incarnare la complessa identità della propria terra d’origine: si definì egli stesso un “scrittore tedesco con formazione culturale austriaca e passaporto italiano” (Salgaro, Meune 2024: 69). Il tema del sentirsi straniero ovunque – un Fremdheitsspezialist, uno specialista in estraneità, come viene chiamato il padre di Olga nel romanzo – attraversa come un Leitmotiv tutta la sua produzione narrativa (Costazza 2009).
Attraverso la sua prosa, Zoderer non si limitò solo a narrare il Sudtirolo, ma contribuì anche a illuminarne le dinamiche storiche e culturali con sguardo critico, denunciando tanto il nazionalismo chiuso della comunità germanofona quanto le incomprensioni provenienti dalla comunità italiana. Il suo approccio, come sottolinea Sommadossi (2011), non prendeva le parti di nessun gruppo, ma si concentrava sulla rappresentazione precisa del conflitto a livello dei personaggi e delle loro appartenenze di gruppo.
Il romanzo “Die Walsche”: trama, struttura e ricezione
Pubblicato nel 1982, Die Walsche è il romanzo più conosciuto di Zoderer, il quale contribuì a rendere noto lo scrittore di lingua tedesca fra i lettori italiani (Ricaldone 2002: 665). L’opera ottenne un successo straordinario, diventando bestseller sia in Italia – nella traduzione di Umberto Gandini col titolo L’”italiana”– sia nei paesi di lingua tedesca, dove valse all’autore numerosi premi letterari. Nel 1986 il romanzo fu adattato per il cinema nella regia di Werner Masten, film premiato con il Fernsehpreis der Deutschen Akademie der Darstellenden Künste (Renzi 2018). In Sudtirolo, tuttavia, la ricezione fu tutt’altro che unanimemente positiva: il romanzo suscitò accese polemiche, con accuse di calunnia (Nestbeschmutzung) rivolte all’autore da parte di critici locali che ne contestavano la rappresentazione della comunità germanofona (de Buiteléir 2013).
La struttura narrativa del romanzo si configura in quella del romanzo in terza persona con focalizzazione interna sulla protagonista della trama. I personaggi principali sono Olga, sudtirolese di madrelingua tedesca, il compagno Silvano, un italiano di origini meridionali, e il padre di Olga, maestro di scuola del villaggio, morto per alcolismo, da cui nasce anche Florian, il fratellastro disabile di Olga, frutto di una relazione extraconiugale. La vicenda si svolge in due spazi principali: il villaggio di montagna della Val d’Isarco dove Olga è cresciuta, e il quartiere italiano di Bolzano dove vive con il compagno Silvano. La vicenda prende avvio con il ritorno di Olga al villaggio nativo per partecipare al funerale del padre; attraverso numerose analessi, si ricostruiscono i rapporti familiari e comunitari che l’hanno portata ad allontanarsi dalla propria comunità d’origine (Brütting 2018).

I temi principali: straniamento, sradicamento e convivenza difficile
Il tema centrale del romanzo è lo straniamento, in tedesco Entfremdung, che la protagonista sperimenta in una forma duplice. Da un lato, Olga è rifiutata dalla comunità germanofona del villaggio, che la considera una traditrice per la sua apertura verso la cultura italiana; dall’altro, non riesce a integrarsi pienamente nella comunità italiana di Bolzano, dove i limiti linguistici e culturali le impediscono un’appartenenza del tutto autentica. Olga è un’aliena e un’alienata al contempo, una persona divenuta fremd (estranea, straniera), priva di quella Heimat che pure ricerca. Tale condizione viene resa in modo evidente da Zoderer in diversi passaggi del romanzo:
“Quante volte, anche se per lo più solo per un momento, quando era sola con Silvano o, più spesso ancora, con lui in mezzo ai suoi amici chiassosi, s’era improvvisamente sentita estranea e disorientata, a ogni modo spaesata, come se loro, Silvano e lei, non potessero mai stare insieme completamente, mai varcare quell’ultima barriera di divisione e accostare finalmente le teste. Un’estranea, proprio un’estranea s’era sentita a volte con lui nel quartiere degli italiani, ma anche lì, nella casa dove era cresciuta, nel luogo dove pure era nata, dove tutto avrebbe dovuto esserle familiare, tutto le rovinava sul capo e sul petto con angosciante estraneità, calava in lei attraverso occhi e orecchie e scendeva giù a opprimerle il cuore.” (Zoderer 2022: 19)
Strettamente legato allo straniamento è il tema dello sradicamento e dell’assenza di una patria (Entwurzelung und Heimatlosigkeit): Olga non si riconosce nella propria comunità d’origine, ma ne coglie piuttosto le dinamiche negative e discriminatorie. Il villaggio è caratterizzato da misoginia – l’amica Anna è maltrattata e sfruttata dal marito –; da violenza contro i più deboli – il fratellastro Florian, disabile, viene emarginato e picchiato dai bambini del villaggio –; da una forte ideologia della Heimat fondata sulla xenofobia e sull’anti-italianismo. Tali dinamiche rappresentano il frutto di una politica di separazione etnica istituzionalizzata che ha portato nel tempo a cristallizzare certe pratiche, rendendo la xenofobia una sorta di colla identitaria in grado di tenere insieme una comunità altrimenti in dissoluzione (Sommadossi 2011).
Particolarmente significativa è la dimensione linguistica della difficile convivenza tra le due culture, in cui la lingua viene percepita come barriera principale al dialogo interetnico. Tale tensione è ancora viva nel Sudtirolo contemporaneo e allo stesso tempo rappresenta una problematica attuale e costante nei diversi ambiti istituzionali e amministrativi della regione (Salgaro e Meune 2024). Nel romanzo, Olga si trova a ricoprire il ruolo “d’una che avesse difficoltà di parola”, costretta a semplificare i propri pensieri e a “esistere per gli altri solo a metà” (Zoderer 1982). Zoderer fa della questione linguistica un tema di portata esistenziale, che trascende il mero aspetto comunicativo per investire l’intera costruzione dell’identità soggettiva (Kruse 2009). La questione linguistica assume nel romanzo le sembianze di un ostacolo che impedisce l’apertura al dialogo tra i due gruppi etnici:
“Lo aveva constatato lei stessa come allo sportello della posta in città o alla biglietteria della stazione non avesse chiesto mai un francobollo o un biglietto se non in tedesco, infuriandosi se l’impiegato italiano non lo capiva e convocava con la frase – Io non parlo tedesco, – un suo collega in grado di comprenderlo.” (Zoderer 2022: 31)
La chiusura al dialogo e la difficile convivenza viene accentuata anche attraverso una sorta di squilibrio tra le due lingue, dove la lingua tedesca viene dipinta come una lingua di seconda classe:
“Nei primi giorni era andata spesso alla stazione, dove stavano i treni, o anche in fila davanti agli sportelli, aveva ascoltato gli orari di arrivo e gli orari di partenza e i ritardi annunciati attraverso l’altoparlante: l’italiano sempre perfetto, il tedesco ridicolmente storpiato.” (Zoderer 2022: 45)

La discriminazione e il black sheep effect
Un ulteriore tema di particolare rilievo affrontato all’interno del romanzo è quello della discriminazione e dell’esclusione. Olga viene etichettata come “die Walsche” sin dall’infanzia, quando i compagni di scuola – che già rifiutavano di fare i compiti di italiano – la definirono con questo epiteto dispregiativo per la sua apertura verso la lingua italiana (Brütting 2018: 175; Kruse 2009: 317). Il termine Walsche, forma dialettale bavarese-tirolese del termine Welsche, indica in senso sprezzante gli italiani, e la sua attribuzione a Olga sancisce simbolicamente la sua esclusione dalla comunità germanofona, nonché la sua integrazione nella vita del paese. Attraverso un’analisi approfondita, Brütting ripercorre la complessa etimologia del termine, dalle radici celtiche fino all’uso dispregiativo moderno, dimostrando come esso condensi secoli di conflitti interculturali.
L’atteggiamento di esclusione e discriminazione attuato dalla comunità tedesca nei confronti di Olga può essere interpretato come un meccanismo che si spiega attraverso il concetto sociopsicologico di black sheep effect (Sommadossi 2011: 114), fenomeno strettamente connesso alla formazione dell’identità sociale, in cui i membri devianti di un gruppo vengono esclusi da un gruppo sociale per preservare l’identità collettiva. Olga, pur appartenendo genealogicamente, linguisticamente e culturalmente alla comunità germanofona, è trattata come una straniera e una traditrice. Zoderer descrive con precisione il sistema di piccole esclusioni quotidiane: le mani che vengono strette con imbarazzo, gli sguardi obliqui, i mancati inviti in casa dai compaesani, anche quando si trova in veste di acquirente. Persino la parrucchiera Helene, incontrata da Olga durante il soggiorno al villaggio, interagisce con lei solo attraverso il riflesso nello specchio, metafora della sua doppia e mediata esistenza (Sommadossi 2011).
La discriminazione non si limita tuttavia alla comunità germanofona. Anche nella comunità italiana di Bolzano Olga è oggetto di categorizzazioni stereotipate: gli amici di Silvano, benché animati da curiosità e apertura verso la sua cultura e le corrispettive tradizioni, finiscono per proiettare su di lei il cliché dell’esotica nordica, rendendola bionda nell’immaginario collettivo pur essendo scura di capelli. Tale forma di mitizzazione del nativo, benché esercitata in spirito amichevole, priva anch’essa Olga di un’identità autentica (de Buiteléir 2013). La discriminazione nella comunità italiana è però descritta come non intenzionale – più uno scherzo inconsapevole che un atto ostile – a differenza di quella della comunità germanofona del villaggio che risulta più strutturale e cosciente.
Stereotipi culturali e loro decostruzione
Il romanzo è attraversato da un insieme di stereotipi culturali che Zoderer presenta per poi metterli in discussione. I tedeschi si caratterizzano come disciplinati, autoritari e puntuali; d’altro canto, la comunità del villaggio viene descritta nella trama come chiusa, xenofoba e rozza. Gli italiani, al contrario, sono presentati come caotici e disorganizzati – Olga descrive il servizio in una macelleria di Bolzano come confuso e imprevedibile – ma anche come socievoli, caldi e festosi, come si dimostrano essere gli amici di Silvano (Kruse 2009: 317).
Tuttavia, i tipici cliché culturali attribuiti alla popolazione italiana e tedesca, e che appaiono più volte all’interno del romanzo, subiscono una decostruzione che avviene su più livelli. In primo luogo, la figura del padre di Olga che incarna il paradosso dell’ideologia della Heimat: un uomo cresciuto come trovatello, “ohne Familie […] wie ein Fremder aufgezogen” (cresciuto come uno straniero senza famiglia), che si aggrappa al concetto di patria proprio perché non l’ha mai sentita sua (Zoderer 2022: 27). Allo stesso tempo, egli elogia la puntualità tedesca come valore supremo, eppure – come nota Olga – lui stesso non era mai puntuale. Il padre è dunque un “einheimischer Fremder” (un indigeno estraneo), definizione che si estende alla condizione esistenziale di molti personaggi zodereriani (Costazza 2009). La decostruzione passa anche attraverso la relazione tra Olga e Silvano, il cui nucleo interculturale demistifica concretamente le costruzioni identitarie di entrambi i gruppi.
Un episodio emblematico è quello in cui gli amici italiani di Silvano si vestono da tirolesi e cantano canzoni montanare, talvolta di contenuto nazista, senza comprenderne il testo. Olga osserva con distanza critica questo tentativo di appropriazione folkloristica: gli italiani cercano di condividere la cultura degli indigeni germanofoni, ma in modo ingenuo e superficiale. Tale episodio illustra con ironia ulteriormente la complessità della convivenza, poiché anche il biculturalismo può apparire come una forma di cliché se non è accompagnato da una certa comprensione autentica.
Il cibo come ponte tra culture
Una delle metafore più efficaci che promuove un’immagine della convivenza culturale nel romanzo è quella del cibo. Zoderer utilizza lo speck (prodotto tipico altoatesino) e gli spaghetti come simboli del possibile incontro tra le due culture. Quando gli amici italiani di Silvano mangiano lo speck, o quando Olga mangia della pasta con lui, si realizza una forma concreta e quotidiana di scambio culturale che trascende le barriere ideologiche e linguistiche. Il cibo diventa così metafora di un biculturalismo vissuto non come astrazione politica ma come una pratica corporea e affettiva, in cui ciascuno accetta e fa propri elementi dell’altro. Questa accettazione culinaria dell’alterità contrasta efficacemente con la chiusura xenofoba del villaggio descritta da Zoderer.
Normalità e anormalità: il carattere rivoluzionario di Olga
Nell’economia ideologica della comunità tedesca, Olga e suo padre vengono entrambi considerati degli anormali. Tuttavia, i due personaggi si distinguono nel modo in cui affrontano la marginalità adottata dal villaggio nei loro confronti. Da un lato, il padre non riesce a fuggire dalla comunità che lo ha sempre rifiutato: egli si adatta alla mentalità chiusa del villaggio, aggrappandosi all’ideologia della Heimat, fino a morire di alcolismo, e rimanendo vittima di coloro per cui aveva rinnegato sé stesso. Olga, al contrario, compie un atto di liberazione: trasferendosi con la madre a Bolzano, si affranca dalle strutture discriminatorie della comunità d’origine e intraprende una ricerca di identità personale al di fuori degli schemi imposti dalla collettività.
Olga porta così a termine un percorso di maturazione interiore: il viaggio verso la città, pur con tutte le ambivalenze e i fallimenti che esso comporta, e la fuga dalla propria comunità e la sua mentalità discriminatoria costituiscono una presa di coscienza da parte della protagonista (Salgaro e Meune 2024: 71). Alla fine del romanzo, quando Olga risale in macchina per lasciare il villaggio dopo il funerale del padre, compie il gesto simbolico di baciarsi il dorso della mano – un’autoconsolazione interpretata come un vero e proprio atto di emancipazione (Renzi 2018: 45). Olga non ha trovato integrazione né nel mondo tedesco né in quello italiano, ma ha guadagnato la consapevolezza della propria condizione e il rifiuto consapevole dell’etichetta di “straniera” attribuitale dagli altri.
Il carattere rivoluzionario di Olga risiede proprio in questo: la sua “anormalità” agli occhi della comunità germanofona e italofona – il suo non conformarsi all’identità etnica imposta – diventa la condizione che le permette di decostruire i pregiudizi e le discriminazioni di entrambe le comunità. Tale posizione al confine tra i due mondi, lungi dall’essere solo fonte di sofferenza e perdita di sé, diventa una prospettiva critica privilegiata da cui smascherare le falsità e le inconsistenze di entrambe le ideologie identitarie.
La relazione interculturale tra Olga e Silvano
La relazione tra Olga e Silvano costituisce uno dei nuclei narrativi centrali del romanzo e forse il suo elemento più innovativo. La loro relazione viene presentata come una coppia biculturale che promuove, nel vissuto quotidiano, una forma di convivenza multiculturale: i due condividono la vita domestica, gestiscono insieme un bar nel quartiere industriale di Bolzano, accettano reciprocamente le tradizioni dell’altro (Salgaro, Meune 2024). Tuttavia, la relazione è segnata da una distanza residua che non si riesce a colmar del tutto: i malintesi linguistici, le aspettative culturali diverse, il peso della presenza degli amici di Silvano creano una sorta di “Trennwand” (barriera di divisione) che i due protagonisti non riescono a superare completamente. In questo senso assume il tema della coppia biculturale nelle opere di Zoderer una dimensione malinconica, data l’impossibilità della coppia di superare completamente le difficoltà di comunicazione nate dai conflitti storici (Kleinert 2012: 85). Nonostante ciò, il biculturalismo rappresentato dalla coppia racchiude in sé anche una valenza positiva: la relazione di Olga con Silvano rappresenta un’apertura verso l’alterità che, pur con le sue difficoltà, si oppone al desiderio di rimanere nella propria gabbia etnica e alla chiusura xenofoba manifestata dalla propria comunità (Kleiner 2012: 78). La coppia interculturale diventa così metafora di un possibile, se pur faticoso, superamento delle barriere etniche.
Attualità delle tematiche: la questione linguistica e la convivenza interetnica
I temi che permeano Die Walsche rimangono di estrema attualità nel Sudtirolo contemporaneo. La questione linguistica, in particolare, continua ad animare il dibattito pubblico: come documentano Salgaro e Meune (Salgaro e Meune 2024: 60-68), nonostante la politica bilingue promossa dalle istituzioni, i due gruppi linguistici principali tendono ancora a formare comunità separate, con scarsa interazione quotidiana. I meccanismi di categorizzazione sociale descritti da Zoderer, tra cui la distinzione tra “noi” e “loro”, l’uso del dialetto come barriera linguistica e la difficoltà nel costruire identità plurali, sono attestati empiricamente dagli studi sociolinguistici recenti, nonché da recenti e interessanti pubblicazioni che analizzano la spinosa questione del bilinguismo nella regione (Gabriele Di Luca 2025).
Le tematiche zodereriane trovano, inoltre, risonanza in contesti più ampi: il conflitto tra diverse etnie, la paura del diverso e la difficoltà della convivenza multiculturale sono fenomeni che si manifestano in molti contesti contemporanei, dall’Europa orientale al Medio Oriente. Tuttavia, vale la pena sottolineare che la specificità del romanzo di Zoderer risiede nella capacità di aver saputo trasformare tali tensioni in materia narrativa capace di promuovere riflessione critica e dialogo culturale.
Conclusioni
Die Walsche di Joseph Zoderer è un’opera che supera i confini regionali per farsi voce di una condizione umana universale: quella di chi abita le frontiere culturali, senza appartenere pienamente a nessuna delle due sponde. Zoderer trasforma l’estraneazione di Olga in una forza critica e rivoluzionaria, capace di smascherare le costruzioni ideologiche che alimentano la discriminazione, l’esclusione e l’odio verso ciò che è diverso. La letteratura diventa così, nella struttura del romanzo, uno strumento privilegiato per promuovere il dialogo interculturale, il multiculturalismo e la convivenza pacifica tra comunità diverse (Salgaro, Meune 2024).
La complessità della figura di Olga – straniera in patria e straniera altrove, anormale per la propria comunità; eppure, portatrice di una visione più libera e umana – continua a parlare a chi si trova a vivere nella tensione tra identità multiple, ed è proprio in questo aspetto che il romanzo di Zoderer mantiene intatta la propria forza interpretativa e la propria capacità di indagare le diverse e complesse sfaccettature del presente.
Bibliografia:
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Bernhard Arnold Kruse, “Spielarten der Fremdheit. Zur ästhetischen Gestaltung von ethnisch-kultureller Differenz und Alterität in den Südtirol-Romanen von Joseph Zoderer”, in Germanistentreffen Deutschland – Italien, Bonn, DAAD, 2009.
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Luisa Ricaldone, “‘… là dove ora ero di casa e dove però non ero mai stato prima’: considerazioni sull’idea di patria e di identità nazionale nei romanzi di Joseph Zoderer”, in Italies, 6, 2002, pp. 665-680.
Massimo Salgaro, Manuel Meune, “Neither Italian nor German: From Ethnolinguistic Tensions to Intercultural Dialogue in Two Contemporary South-Tyrolean Novels”, in Revue transatlantique d’études suisses, No. 12/13, 2024, pp. 57-84.
Nóra de Buiteléir, “Literary Production and Identity Politics in the South Tyrol: the Case of Joseph Zoderer’s Die Walsche”, in Austausch, Vol. 2, No. 1, 2013.
Richard Brütting, “Die Walsche, romanzo di Joseph Zoderer. Considerazioni su un etnonimo sudtirolese”, in Il nome nel testo. Rivista internazionale di onomastica letteraria, Vol. 20, 2018, pp. 173-184.
Susanne Kleinert, “Il problema identitario nell’Alto Adige: discorso politico e letteratura a confronto (Joseph Zoderer, Francesca Melandri)”, in Noires ambivalences: à la mémoire d’Alain Sarrabayrouse, Nanterre, Presses Universitaires de Paris Ouest, 2012, pp. 63-85.
Tomas Sommadossi, “Literarischer Intoleranzdiskurs. Joseph Zoderers Roman Die Walsche (1982) aus sozialpsychologischer Sicht“, in Mitteilungen aus dem Brenner-Archiv, No. 30, 2011, pp. 109-118.
Apparato iconografico:
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