Il male non è un mostro, ma una scelta umana – “L’uomo Lupo” di Mihaela Šumić

Jessica Alfieri

“Una manciata di terra per una manciata di silenzio,
una manciata di terra per una manciata di pace.”

(p. 51)

Mihaela Šumić è poetessa, scrittrice e traduttrice attenta alle dinamiche delle comunità piccole e tradizionali, alla mitizzazione del male e ai luoghi in cui il trauma storico si intreccia con il silenzio e la rimozione collettiva. In L’Uomo lupo, pubblicato da Bottega Errante Edizioni nella collana e s + e n s i o n i – voci dell’est europa, l’autrice mette a frutto la propria esperienza di scrittrice cresciuta in una Bosnia ed Erzegovina segnata dal dopoguerra e il suo profondo amore per la cultura e la letteratura latinoamericana, intrecciando fatti di cronaca realmente accaduti in Messico e nell’ex Jugoslavia. La sua scrittura si distingue per una prosa densa, lirica e psicologicamente tesa, capace di indagare le zone d’ombra dell’animo umano senza scivolare nel sensazionalismo o nel moralismo. Attraverso una narrazione frammentata e l’uso di una voce inaffidabile, Šumić costruisce un racconto che supera i confini del romanzo di genere, trasformando la fiaba nera in uno strumento di conoscenza critica del mondo contemporaneo e delle sue ipocrisie.

Link al libro: https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/luomo-lupo/


C’è un momento preciso in cui una comunità decide di creare un mostro pur di non guardare in faccia la realtà. È da questo assunto, tanto antropologico quanto profondamente politico, che prende le mosse L’Uomo lupo di Mihaela Šumić. Nonostante questo sia il suo primo romanzo, l’autrice bosniaca è già nota in patria per le sue raccolte poetiche e di racconti. Edito in Italia da Bottega Errante Edizioni con la traduzione di Marijana Puljić, il volume arriva con il sostegno del Premio dell’Unione Europea per la Letteratura. Quest’ultimo, infatti, lo conferma come una delle opere più disturbanti e stratificate della recente produzione letteraria dell’area balcanica.

La citazione di Plauto posta in esergo – “Dove ci sono le pecore, i lupi non sono mai troppo lontani” – funge da bussola per orientarsi in una narrazione che si snoda nei meandri di una piccola comunità rurale, Selvanto, un villaggio immaginario collocato in un altrettanto fittizio Stato dell’America Latina, San Alonso. Un’ambientazione che, tuttavia, non è mai puro ornamento esotico: come dichiarato dalla stessa autrice in una conversazione posta in chiusura del volume, la genesi del romanzo affonda le proprie radici in un fatto di cronaca realmente avvenuto in Messico, ovvero l’omicidio di una bambina. Anche lei, come tantə, credeva fermamente nell’esistenza di una creatura mitologica, l’Uomo lupo, a cui attribuiva ogni sua disgrazia. A questo nucleo originario, Šumić ha sapientemente intrecciato una serie di eventi che hanno segnato la storia recente della Bosnia ed Erzegovina: dalla corruzione endemica, agli omicidi irrisolti, passando per gli abusi sessuali coperti dalla Chiesa fino all’ipocrisia della classe politica.

Il risultato è un romanzo che sfugge a qualsiasi catalogazione di genere. Non è un semplice giallo, sebbene la scomparsa della piccola Sabina Ordóñez e il ritrovamento del suo corpo facciano da motore propulsore della vicenda. Non è nemmeno un romanzo storico-politico, nonostante più di una volta vengano tirate in ballo guerre, rivoluzioni ed elezioni tumultuose. L’Uomo lupo è, piuttosto, una fiaba nera, un’allegoria sulla rimozione del male e sulla complicità collettiva, un’opera in cui il realismo magico di stampo latinoamericano si contamina con il cinismo e la ferocia della letteratura balcanica.

Al centro della narrazione troviamo la figura di Alirio Ibarra, un maestro in pensione che, insieme alla moglie Elena, si trasferisce nel villaggio di Selvanto per lavorare nella scuola elementare Santa Ana. La loro casa, un tempo appartenuta a Guillermo e Anita Vaquero, è teatro di un macabro passato: proprio lì, anni addietro, una giovane domestica era stata trovata morta nel bosco circostante. La comunità, incapace di accettare la brutalità di un omicidio che poteva nascondere responsabilità a loro familiari, aveva attribuito la colpa all’Uomo lupo, una creatura mitologica, mezzo uomo e mezzo bestia, che si aggirava tra gli alberi.

Da questo momento in poi, la narrazione si dipana attraverso gli occhi di Alirio, un uomo che porta con sé un segreto inconfessabile. Chi legge lo segue mentre si muove tra le pieghe di una comunità che vive di sospetti, silenzi e rassegnazione. Attraverso un continuo gioco di flashback e anticipazioni, veniamo a conoscenza dell’orrore che si consuma quando la piccola Sabina viene ritrovata morta. Alirio, la cui voce è spesso inaffidabile, è il primo a trovare il corpo. Da quel momento, la sua vita diventa un inferno di sensi di colpa, allucinazioni e dubbi irrisolti. La sua coscienza si sgretola sotto il peso di ciò che ha visto e di ciò che ha taciuto, ingigantito da una frase che diventa un mantra ossessivo: “Una manciata di terra per una manciata di silenzio, una manciata di terra per una manciata di pace, una manciata di terra per una manciata di rabbia”. E, come tutte le ossessioni, questo intermezzo ripetuto e ripetuto porta all’esasperazione.

La storia, però, non si esaurisce nella figura di Alirio. Šumić mette in scena un coro di personaggi che rappresentano altrettante declinazioni del male e della sopraffazione. C’è Elena, moglie di Alirio, donna forte, spigolosa e dotata di un acume fuori dal comune, che finirà per essere vittima della violenza cieca e maschilista di Juan Solís, un uomo che, reduce da esperienze traumatiche, incarna la degenerazione della violenza domestica. C’è Teresa Ordóñez, madre di Sabina, condannata a convivere con il lutto ma anche con il senso di colpa per non essere riuscita a proteggere la figlia. E poi ci sono i politici, gli ecclesiastici e i falsi rivoluzionari, tutti ugualmente compromessi in un sistema che calpesta i più deboli.

Il grande pregio del romanzo di Šumić è la capacità di decostruire il concetto di mostruosità. L’Uomo lupo non è un vero e proprio antagonista, ma un capro espiatorio, una costruzione sociale che serve alla comunità per esorcizzare la propria incapacità di guardare in faccia il male reale. Come spiega l’autrice, le comunità piccole e tradizionali tendono a insistere sull’idea che gli esseri umani siano per natura animati da buone intenzioni, perché è così che si preserva il senso di appartenenza. Di conseguenza, il male viene sempre proiettato altrove: spesso è l’altro, il diverso, lo straniero. In questo caso, si tratta di una creatura mitologica.

In questo senso, L’Uomo lupo può rivelarsi un libro che porta all’introspezione più profonda. Šumić non si limita a raccontare la violenza, ma ne analizza i meccanismi di rimozione. La comunità di Selvanto, così come quella di Ardilla, non è composta da mostri, ma da persone comuni che scelgono di voltarsi dall’altra parte. La bambina viene uccisa, ma l’orrore non è solo nell’atto fisico: è anche nella reazione del villaggio, che preferisce credere alla leggenda del lupo piuttosto che ammettere che il mostro potesse essere un padre, un vicino di casa, un uomo insospettabile. Anche quando alla fine la verità viene a galla, chi la sente non ci crede e fa di tutto per convincersi del contrario.

Questa dinamica si riflette anche nelle altre vicende che attraversano il romanzo, in un continuo rimando tra il microcosmo del villaggio e il macrocosmo della storia nazionale. La corruzione del presidente Silvestre Zarapito, l’ipocrisia del sindaco Ernesto Tesoro, il fondamentalismo del vescovo Pablo de la Vega, gli abusi su minori coperti dalla Chiesa e la sistematica violenza contro le donne sono tutti tasselli di un sistema che si regge sull’omertà. La vicenda di Sabina Ordóñez, quindi, non è altro che una metafora di un paese intero che, per non fare i conti con i propri traumi, ha scelto di credere alle favole più comode.

Se la struttura tematica è solida e stratificata, la cifra stilistica di Šumić è a dir poco ipnotica. La sua prosa, tradotta da Marijana Puljić, è densa, lirica, a tratti claustrofobica. Eppure si fa fatica a posare il libro e andare avanti con la propria vita senza pensare a quanto si è appena letto. Il romanzo è costruito come un mosaico di frammenti, in cui il tempo della storia non è mai lineare, ma segue il flusso dei pensieri e dei ricordi del protagonista. La sintassi è spesso complessa e le immagini rimandano a un mondo onirico e perturbante.

Il tema del silenzio è onnipresente. Šumić lavora sul non detto, sui vuoti lasciati dalle parole, sui gesti mancati. Le voci dei personaggi sono piene di rimpianti per ciò che non si è detto o fatto. Il silenzio, in questo contesto, non è mai pace, ma è sempre complicità. Il male, sembra dirci l’autrice, non ha bisogno di essere urlato per esistere; al contrario, vive e prospera proprio nel silenzio, nell’indifferenza e nella rassegnazione.


Un altro tema centrale del romanzo è quello della violenza di genere. In un contesto patriarcale e machista, le donne sono le prime vittime del sistema, ma sono anche le uniche a opporsi con coraggio. Elena, moglie di Alirio, è una figura straordinaria: intelligente, battagliera, capace di opporsi alle ipocrisie della società. La sua morte violenta, per mano di Juan Solís, è uno dei momenti più strazianti, un colpo di scena che spezza il ritmo e sancisce il trionfo definitivo del male.

Anche le figure di Ágata Solís e Teresa Ordóñez sono tratteggiate con una forte profondità psicologica. Entrambe, seppur in modi diversi, sono costrette a subire la violenza degli uomini e a vivere in un perpetuo stato di paura e sottomissione. Ágata, picchiata e umiliata dal marito, è il ritratto di una donna che, per cultura e per abitudine, finisce per giustificare le violenze subite; Teresa, invece, vive nel ricordo della figlia, ma è anche simbolo di una resistenza silenziosa e disperata.

È interessante notare come Šumić utilizzi il tema dell’antropologia e della mitologia non solo per parlare di male individuale, ma anche per decostruire gli stereotipi di genere. La figura dell’Uomo lupo, essere ibrido e mostruoso, rappresenta simbolicamente la mascolinità tossica, la prepotenza e la sopraffazione. Al contrario, le donne del romanzo, con le loro fragilità e le loro forze, rappresentano la parte più autentica e umana della società, l’unica vera alternativa al baratro.

L’autrice riesce a tenere insieme un affresco sociale corale e una profonda introspezione psicologica, senza mai scadere nel sensazionalismo o nel moralismo. Non ci sono eroi, né facili assoluzioni. Anche lo stesso Alirio, che potrebbe sembrare una vittima delle circostanze, è in realtà un carnefice, un uomo che ha anteposto la propria vigliaccheria alla verità e alla giustizia. Egli non ha solo visto, bensì è colpevole di aver taciuto.

Nel finale, quando Alirio scompare nel bosco e il villaggio si prepara a dimenticare l’ennesima tragedia, Šumić sembra suggerirci che il ciclo dell’orrore non è ancora finito. L’Uomo lupo non è stato sconfitto, perché l’Uomo lupo non è mai esistito. Il vero mostro è quello che si nasconde nel cuore delle persone, nelle loro debolezze, nelle loro connivenze.

 

Apparato iconografico:

Immagine 2 e di copertina: Foto di Helena Šumić.