Riempirsi le tasche di vetri rotti. Su collage, figure androgine e fogli traslucidi. Una conversazione con Phila Primus

Martina Mecco

 

Phila Primus (* 1991) è un’artista e poetessa attiva a Praga. Attraverso le sue opere, trasmette un senso di coscienza omnicomprensiva che si intreccia con sistemi biologici, temporali, fisici, sociali, linguistici e simbolici. La connessione tra corpo e coscienza, ovvero la coscienza del corpo, è per lei il punto di partenza per un’ulteriore esplorazione visiva dell’inconscio, sia in senso individuale che collettivo. Negli ultimi dieci anni ha esposto le sue opere in diverse gallerie ceche. Ha pubblicato le sue poesie nella rivista Babylon, Tvar e Nedělní chvilka poezie.

https://philaprimus.com/

 

MM: Potresti presentarti brevemente? Come si è sviluppata la tua produzione artistica?

PP: A questa domanda di solito rispondo partendo dal mio nome. Mi chiamo Phila Primus, è il mio vero nome. Vengo da ogni dove e da nessun luogo, ma possiamo dire che la mia famiglia è ceco-tedesco-americana. Sono nata a Düsseldorf e sono cresciuta a Praga, dove vivo tutt’ora. Ho avuto un’adolescenza complicata. Ho cambiato scuola di continuo, finché non mi sono staccata dal percorso accademico per iniziarne uno tutto mio, più intimo. Ho letto opere filosofiche e poesia per mio conto, queste letture sono stati degli espedienti per comprendere il mondo che mi circonda.

Ho iniziato a fare davvero arte quando avevo 22 anni e la mia prima esposizione si è svolta nel 2013. Si trattava perlopiù di disegni a inchiostro, a carboncino e ad acquarello, ma già all’epoca sperimentavo la tecnica del collage. All’inizio ho cercato di staccarmi da tutto quello che mi aveva circondato in gioventù: la fotografia ceca d’avanguardia, la pittura ceca astratta della seconda metà del 900 e, naturalmente, dal surrealismo, ciò che mi aveva affascinato di più durante la crescita. Poi, la mia arte si è espansa con naturalezza nella terza dimensione, i quadri hanno iniziato a divenire oggetti con installazioni sonore, i dipinti hanno abbandonato la mera dimensione figurativa e ho sperimentato la videoart. Inoltre, la poesia è divenuta una componente complementare, un veicolo delle tematiche che affronto.


 

Possiamo dire che i miei lavori ruotano intorno alla figura umana che si sgretola sotto un eccesso di sensazioni, che contempla. Sono figure statiche e in movimento, in sogno e al tempo stesso saldamente aggrappate a una realtà un po’ scoraggiante, a una sorta di vuoto. Attraverso le immagini elaboro visivamente punti di svolta, momenti di passaggio che costellano percorsi possibili e impossibili. Mi sono in qualche modo liberata di quella folle figuratività iniziale e ora sto esplorando aree più concrete, come il linguaggio, la musica, la dimensione della casa, la città, la natura… Ma le questioni sull’esistenza umana permangono, permane una tendenza versi l’umano. Mi piacciono i momenti in cui si è messi alla prova, in cui si è costretti a osservare le cose più in profondità, a definire e tracciare i propri confini e valori. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Dove finisco? Dove inizio? Ė un circolo infinito. Forse possiamo trovare sicurezza solo in noi stessi, è difficile trovarla nelle relazioni con gli altri o nel mondo materiale. In un’epoca come la nostra, in cui consumiamo continuamente informazioni che non sono così importanti per la nostra vita accedendovi in modo istantaneo come mai prima d’ora e in cui siamo circondati da così tanti stimoli, mi chiedo quando sono in sintonia col mondo e quando non lo sono. Che cosa mi indebolisce e cosa, al contrario, mi rende forte? Mi chiedo quando mettere da parte la mia volontà e farmi guidare da qualcosa di esterno e quanto sia, invece, il momento di affermarla.


 


MM: Passiamo a una domanda più concreta circa la tua produzione. Spesso impieghi materiali differenti (fogli traslucidi, vetro). Potresti descrivere in che modo li selezioni e come ci lavori?

PP: Si tratta di un processo fondamentale, oltre che interessante. Tra i materiali che sono più importanti per me ci sono i fogli traslucidi, i cui motivi hanno origine diversa. La trasparenza ha un ruolo centrale. Stratificando fogli diversi credo una molteplicità di motivi su di un’unica superficie. Se ci pensi è un paradosso, perché parte di questo processo (ovvero la ricerca dei materiali) è affidata alla casualità, all’abbandono della volontà, alla semplice osservazione di ciò che mi circonda. Ma questi materiali sono ovunque e mi si presentano dinnanzi di continuo. Noto delle texture interessanti, dei colori, degli oggetti specifici. Possono essere degli oggetti che usiamo nel quotidiano. In essi ci vedo un simbolo, un potenziale per esprimere qualcos’altro, qualcosa che testimoni la nostra esperienza, i nostri processi interni ed esterni.

Esagerando potremmo dire che sono una collezionista di pattern, mi piace metterli insieme nel mio studio combinandoli in vari modi. Li estrapolo dalla banalità, li stratifico e li combino, ne prendo il controllo e li inserisco in un contesto più specifico, seguendo un tema. In questo modo, gradualmente ne emerge una storia. È una transizione dal caos all’ordine. Nel corso degli anni ne ho raccolti così tanti che mi sono procurata una cassettiera in cui li suddivido per categoria. Ad esempio, ho della polvere, dei sacchetti di plastica, degli alimenti del supermercato come carne, verdura, frutta. Ho una categoria legata a diverse tipologie di terreno (terra, erba, rocce) o cartine geografiche che ho scansionato e duplicato al computer. Spesso vado in negozi di antiquariato, dove trovo tesori come vecchi album di foto di famiglia, spartiti, tabelle, progetti di architetti, progetti di macchine da lavoro, vecchie riviste di parole crociate, quaderni di scuola elementare. Spesso si tratta di oggetti che stanno per essere buttati via o che non hanno più uno scopo, che non hanno più un uso. Utilizzo anche vecchie riviste porno, da cui ritaglio solo i volti per poi incollarli uno accanto all’altro, li scannerizzo e li stampo su dei fogli traslucidi.



Lavoro anche con materiali come piume, squame di pesce, briciole di pane, pelle di serpente, persino i tocchi di intonaco caduto da una vecchia casa hanno una loro bellezza. Mi interesso spesso di linguaggio e di testi in generale, ho un cassetto dedicato in cui ci sono lettere, post-it con varie scritte di messaggi quotidiani e più profondi, codici binari, frammenti di poesie, ma anche frammenti di testi filosofici. Ne ho tantissimi! Temo che tra qualche anno saranno a migliaia. Li incorporo nelle mie immagini 3D scolpite e stratificate, e nel vetro, che anch’esso scolpisco e stratifico. Ho un’intera serie di case e dipinti in vetro che si illuminano. Questa luce evoca il calore della casa, l’elemento che ne riscalda la vita all’interno. Nella struttura di queste case si ripetono diversi motivi, in modo armonico e discordante. Questi motivi possono apparire banali, ma sono in realtà metafore che raccontano qualcosa di più profondo, nascosto, che gioca un ruolo importante nella nostra vita. Utilizzo anche fotografie fatte da me, dipinti e disegni, non butto via niente. Anche se qualcosa va storto, per esempio si forma una macchia, la scannerizzo e la riproduco. Così emerge qualcosa di rilevante su cui riflettere…

 

MM: Nelle tue opere, gli oggetti sono spesso figure in movimento. Ma sono figure androgine, senza volto. Vuole parlare un po’ di questo aspetto? Noti un’evoluzione specifica a partire dai tuoi primi lavori?

PP: In passato avevo la sensazione che se non vi fosse stata una figura umana in un mio quadro, allora avrebbe mancato di qualcosa di essenziale. Tuttavia, questa sensazione è lentamente svanita. Ora, quando appare un volto o un profilo, si tratta piuttosto di un accenno, un’increspatura. Dove prima una figura umana era posizionata iconicamente al centro, ora è rappresentata in una situazione più concreta: in un eden, in una città. Oppure, è frammentata in più corpi gettati nello spazio. In questo modo, l’immagine appare piuttosto astratta a prima vista. Non voglio dilungarmi troppo nella descrizione dei miei dipinti, ma ho notato che in tutte le serie di ritratti a inchiostro esposte alla mia prima mostra – ad eccezione di una – c’è sempre una figura androgina, senza volto, alienata, nell’anonimato. Al tempo stesso, esprime sempre un’emozione o un atteggiamento particolare attraverso un gesto specifico, esprime il suo stato d’animo muovendosi nello spazio. Chissà, forse è una domanda da psicanalisti [Phila se la ride] o da filosofi, forse è un modo di esprimere una certa somiglianza, un’unità. Le singole figure sono ben delineate, ma molte cose avvengono in loro, il mondo le permea o loro permeano il mondo. Chi sostiene chi? Chi è contro chi o che cosa? Una serie di ritratti che ho fatto nel 2014 avevano ancora occhi, naso, bocca, espressioni facciali che trasmettevano un particolare stato d’animo, un’emozione, come tristezza, speranza, disperazione… 



MM: Durante la pandemia sono cambiati molti aspetti nell’ambiente artistico a causa della mancanza di luoghi di interazione sociale, come mostre o inaugurazioni. Questo significava anche che a volte era impossibile lavorare negli studi. Come mi hai detto, all’epoca non avevi un atelier e hai deciso di sperimentare forme d’arte digitale, realizzando video che hai presentato alla Prague Biennale e anche alla tua ultima mostra a Kampus Hybernská. Era la prima volta che lavoravi con materiale digitale in questo modo? E che tipo di esperienza è stata?

È stato un periodo molto arricchente e purificante. Era quasi impensabile per me non avere uno spazio in cui lavorare. Ma in quelle condizioni i progetti a lungo rimandati e per i quali non avevo bisogno di uno studio sono riemersi all’improvviso, dovevo solo trovare il coraggio di realizzarli. Il periodo del CoVid mi ha aperto le porte ad altre forme di espressione. Avevo già concepito in passato il mio lavoro coi nuovi media, ma non lo avevo esplorato e finalizzato a sufficienza. A volte è meglio fare un passo alla volta. Per esempio, mi sono dedicata appieno alle mie poesie, ho iniziato a editarle e anche a scriverne di più. Avevo molte registrazioni da cui avevo intenzione di ricavare un collage sonoro, ma sino ad allora non avevo avuto il tempo e la voglia di ascoltarle o selezionarle, le immagini avevano sempre la precedenza in atelier.

Possedevo delle registrazioni fatte in città o in un cantiere, suoni di macchine, conversazioni di bambini che giocano o di estranei al lavoro: la dimensione quotidiana  e fisica, come il respiro, i battiti del cuore, le contrazioni dello stomaco, lo spazzolare i capelli, i suoni nell’appartamento come una porta che sbatte, un oggetto che cade sul pavimento, l’acqua del rubinetto, ecc… Da tutto questo è nata un’installazione chiamata Banal Intimacy I. Il suono lo avevo installato all’interno di una casa illuminata. Si trattava di più case all’interno di una casa, dalla più piccola alla più grande, sei in totale. Il sistema era concepito come una matrioska russa, una casa in cui si sviluppano più case.


 


A quel tempo, a casa avevo ancora un tipo di intimità rara, perché avevo rifiutato di usare internet per molti anni. Tuttavia, durante il lock-down dovevo tenermi in qualche modo occupata. Ho iniziato a riordinare i filmati delle riprese e a giocarci, divertendomi a esplorare varie possibilità, imparando a montare i video e a lavorare con il suono. Da tutto questo è nata la mia prima videoart, Patos milosrdenství nižší jakosti (Il pathos di una misericordia di qualità inferiore) . https://revueprostor.cz/patos-milosrdenstvi-nizsi-jakosti C’è un testo poetico combinato con la musica. Per certi versi rifletteva in modo significativo il periodo del CoVid, perché conteneva i temi del corpo isolato, della mente che si trova in costante movimento viaggiando fuori dallo spazio e dal tempo. E ancora i temi del bisogno del corpo di provvedere costantemente a sé stesso in modo fisiologico, del corpo che lavora senza un fine, che sente perché deve, che viene trascinato in un sistema di produzione in una complessa divisione del lavoro. Continuo a lavorare con il suono e la luce, devo solo imparare a combinarle al meglio.

 

MM: A giugno c’è stato il tuo primo Pop Up a Gabriel Loci (https://www.gabrielloci.com/galerie/), dove si trova anche il tuo atelier. Che progetti stai portando avanti al momento?

PP: Per me il mio atelier è un miracolo: l’edificio in origine era un monastero, poi per un centinaio di anni è stato ufficio postale e ora gli artisti ci affittano i loro atelier. Si tratta di un monumento culturale in stile Beuron. Ho una vista su Vyšehrad e ci sono molte stanze vuote, un po’ fatiscenti. Le uso regolarmente per vari eventi, che siano mostre, performance musicali con le mie poesie o riprese per le mie videoart. Ma proprio in questo periodo, con mia grande sorpresa, è nato il Festival MUSIE, che unisce musica, poesia e arti visive. Ha avuto la sua prima edizione lo scorso settembre. Vorrei costruire collegamenti diversi tra queste dimensioni artistiche. Non mi piacciono le bolle chiuse dei poeti, degli artisti, dei ballerini… Naturalmente continuerò a esporre i miei quadri e i miei oggetti, ma mi accorgo che mi sto lentamente orientando verso forme esperienziali più interattive.



 

MM: Abbiamo deciso di inserire anche delle tue poesie tradotte in italiano. Come hai iniziato a scrivere poesia? Emerge una sintesi tra poesia e arte nelle tue opere?

PP: Ho iniziato a scrivere poesia quando ho raggiunto la pubertà. Per alcuni anni ho scritto le mie poesie per il cassetto. Durante il CoVid ho iniziato a pubblicarle. Sin dall’inizio le mie poesie e i miei testi si propagavano nei miei quadri, ora utilizzo ciò che scrivo anche per creare videoart o come parte di performance musicali. L’ultima esposizione a cui ho partecipato si è tenuta a Klatovy, presso la Galerie Klatovy Klenová. Si tratta di una esposizione collettiva, a cui hanno partecipato divers* artist*, intitolata Ornament (https://www.gkk.cz/cs/vystavy/aktualni/ornament-/).



Nella mia installazione, che in breve potrebbe essere descritta come uno scarabeo di vetro, ogni pezzo è una lettera riposta in una costruzione in vetro con lamine stratificate di motivi selezionati. Ogni singolo pezzo è parte di un puzzle con molti significati nascosti. Le lettere affiancate formano delle parole, le quali guidano l’occhio lungo un percorso orizzontale o verticale. In questo modo si forma una poesia in qualche modo astratta, la cui combinazione di parole o lettere forma un contenuto o un messaggio unitario. Per me è stata una sfida trovare le parole “giuste”, riuscire a collegarle in modo che si creasse un legame più profondo. Tuttavia, al tempo stesso non volevo dettare un significato o un messaggio specifico, ma mettere in moto una composizione e celare un significato più profondo. Il processo creativo è stato una battaglia tra sentimento, intuizione e razionalità. Uno dei “mondi”, ovvero delle combinazioni di parole, è NEXT STEP, HIDDEN TRUTH. Ci sono anche punti interrogativi, punti, virgole, punti esclamativi. La parola principale, su cui sono state ammassate le altre, non poteva essere altro che CONNECTION. Quindi l’opera ha assunto questo titolo.



Mi è venuta voglia di scrivere di angeli. Una selezione di componimenti poetici

***

Gratitudine
è distinguere tra
forzare l’assoluzione con pura determinazione

ringraziare
giocare le proprie carte e incendiare il tavolo

continuare
a riempire le tasche di vetri rotti

non fermarsi
infilarci delicato le mani e far fluire il sangue

camminare
barcollare come s’inciampa nel buio

andare avanti
con un riso amaro che t’affabula

da qualche parte
tornare a casa


verso il mortale dispiegarsi su ogni fronte

dove
ti inginocchi sulla soglia della luce
dove il cielo si specchia
dove accogli
ringrazi ciò che rimane
e infine lo consacri alla luce

 

TETANIA

Quando si disattiva una carta difettosa?
Possibile che la pelle non si fidi dei raggi del sole?
Quale ruggito lo sveglia, quando a lungo veglia?
Nel baratro del tempo
in una nuvola nera, il rombo della mente
dagli occhi scintille

bucano il tappeto
e il collo si spezza nel torace
mentre la scia del respiro punta
a poli più lontani
orizzonti cronicamente s’opprimono
le cosce come muri sgretolati formicano
e le mani non permettono
di aggrapparsi
nell’oscurità i tunnel si stringono
flussi di grumi
quando tumori dentati
intrappolati in grovigli indecifrabili
ostruiscono le serrature
la lingua non recisa resta in bocca
l’hejkal continua a brontolare, alternando
un respiro mostruoso

Non è ancora la fine…

 

Terreno carico

La separazione è terreno vivo
e pura densità
desiderio pieno e trasparente
come il fuoco che penetra nel legno
la massa di legno caldo è tenera
come l’umidità all’interno
dall’incessante inerzia del cambiamento
e il legno in fumo e cenere

E l’umidità dell’acqua limpida
il mare riflette senza sforzo
sapendo che dall’oscurità sorgerà il giorno
come il destino in una chiave sconosciuta
le onde non credono come noi
non si aggrappano alle sponde con impeto
non sono malconce

anche se conoscono le rive di tutti i fronti
non necessitano del coraggio di ritirarsi
non si fottono l’anima
si picchiano solo in modo divertente
cantano dolcemente nel linguaggio del risveglio
parlano con la risata della saggezza dell’età più fresca
con una ferocia che non svanisce mai
non hanno bisogno né di orecchie né di briglie
sono spettatori ultraterreni

La separazione è terreno vivo
umido e fangoso
terreno carico
palude di desiderio

E i terreni appassiti e rugosi
sono le smorfie di un pazzo che urla
che irrompe solo nel silenzio
ma il suolo non conosce il silenzio
e l’acqua nemmeno

 

Nella nebbia del reale

La schiettezza delle verità con l’oltraggio rimbomba
come un sovraccarico di gentilezza fittizia
la sporcizia che si insinua dalla goffaggine della lingua
è pericolosamente maldestra
l’estetica artificiale delle parole
sono i bordi di cubi sinistri
(che si moltiplicano a ogni respiro)
si schiantano l’uno contro l’altro in un rumore lancinante
e noi
circondati da colori spenti, in una nebbia di realtà…

Il fulgore dell’offerta
brucia gli occhi
nelle viscere del nostro cuore
forse è meglio
ingoiare segretamente i tuoi piccoli giochi di parole
e non impantanarsi
è necessario maturare al di sopra delle immagini
non distogliere lo sguardo dai tuoi dei
per far nascere l’auspicio intempestivo
in un volo agile verso gli altri

 

*** 

Mi è venuta voglia di scrivere di angeli
volevo evocarli
per sentire il loro potere malizioso
pulsando scintille calde
sentire i loro sussurri attraverso la mia pelle
per confessare i miei vizi
per tagliare il ruggito del vento
per liberare il combustibile nell’erba
e buttare via gli attrezzi arrugginiti
immergerli nell’acido detergente
per far uscire un urlo da uno scrigno chiuso a chiave di segreti
sentire il richiamo della resurrezione alle spalle

Per stendere il domani sotto palpebre voluminose
tagliare il dolce frutto
lasciare che il succo scorra per le strade

Disporre il domani sotto coperchi ingombranti
aprire il dolce frutto
lasciare che il succo scorra per le strade
SOTTO LA CINTURA DELLA RABBIA

Dio, nemmeno di notte
non posso navigare in pace
da qualche parte dietro lo specchio
in segreto e di nascosto
in un paesaggio dove i frutti si schiacciano
e il loro succo scorre
sonoramente…

Dio perché
mi spaventa che
la luce artificiale non bruci
quella treccia di follia
più veloce e più veloce
he la coda del futuro
non è ciò che

mi spaventa
che il vento sospiri di transitorietà
quando ti arrampichi ripetutamente e invadentemente
e ti infrangi nei contorti scontri di piacere
nel duro paesaggio invernale
e ancora si tocca


Phila Primus

Sito web: https://philaprimus.com/
Facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=100064120923943
Instagram: https://www.instagram.com/philaprimus/
email: philaprimus@seznam.cz 

 

Parte delle immagini contenute nell’articolo sono ad opera di Lukáš Kubík (*1990), @sifonkubik. Lukáš Kubík è dottorando in Storia e Culture dei Paesi Asiatici e Africani presso l’Istituto di Studi Asiatici della Karlova Univerzita di Praga. Si sta specializzando con una tesi dedicata alla storia della Corea del Sud, ma si interessa in generale di storia dei Paesi Asiatici e di Guerra Fredda. Tra i suoi interessi vi è quello per la fotografia, dove predilige la street photography e l’uso del black-and-white. Si occupa anche di divulgazione della cultura e della storia della Corea del Sud  in Repubblica Ceca, in quanto membro del progetto Orientalistický express e del podcast Steppin Into Asia.