L’arte della resistenza: intervista al collettivo artistico Pomidor

Intervista a cura di Claudia Fiorito

I collettivi artistici sono sempre stati incubatori di idee provocatorie e forme di espressione non convenzionali, e Pomidor non fa eccezione. Fondato nel 2018 da due artiste di talento, il collettivo si esprime attraverso installazioni immersive che sfidano gli spettatori a interrogarsi su questioni politiche e sociali. I loro lavori recenti, tra cui la controversa installazione “Merch/Puty7432”, che esplora le precarie condizioni economiche degli artisti in Russia, e il loro ultimo progetto, che pone l’attenzione sull’emigrazione russa all’indomani della guerra in Ucraina, confermano il loro status di astri nascenti della scena artistica contemporanea. Abbiamo avuto il privilegio di parlare con Polina Egoruškina e Marija Sarkisianc, le due menti dietro Pomidor, del loro processo creativo, delle loro ambizioni e del loro punto di vista sul ruolo dell’arte nella società. Attraverso i loro progetti e le loro idee, le due artiste ci ricordano il potere trasformativo dell’arte e la necessità di voci coraggiose e impavide nella Russia di oggi.

🍅 http://pomidor.team/ 🍅

CF: Le vostre opere sono spesso connotate da tratti politici e satirici, come nel caso dell’installazione “A ty byl chorošim mal’čikom?” (Sei stato un bravo bambino?) del 2018, in cui lo spettatore è invitato a rispondere ad un questionario sulla propria condotta come cittadino, e solo se ottiene un risultato soddisfacente può accedere alla visione dell’opera, nascosta dietro ad un sipario. Com’erano ricevute le vostre opere dal pubblico prima della guerra? Com’era il panorama dell’arte contemporanea in Russia per i gruppi che trattavano tematiche politiche?

PE: Abbiamo ideato l’opera nel 2017 e l’abbiamo esposta per la prima volta nel 2018, in risposta alla notizia dell’introduzione del tanto discusso sistema di credito sociale in alcune regioni della Cina. 

Nei nostri lavori affrontiamo spesso il tema dell’intervento dello Stato nella vita dei cittadini. In questo caso abbiamo deciso, con l’aiuto di un’installazione interattiva, di inscenare una situazione in cui l’arte è uno dei mezzi con cui lo Stato incentiva i cittadini attraverso un sistema di valutazione.

Dietro la tenda c’è un’opera d’arte, ed è possibile vederla se il punteggio come cittadini, dopo aver superato il questionario, sarà pari o superiore a 397.

Il questionario, a nostro avviso, risulta piuttosto sgradevole. Rispondendo, molti spettatori potrebbero dire: “Perché diavolo me lo chiedete?”. Si tratta fondamentalmente di una raccolta di dati personali, ma che include anche domande molto intime, poste in un linguaggio volgare. Vengono poste anche domande riguardo a terzi, che possono mettere a disagio. Inoltre, abbiamo cercato di realizzare il questionario in modo tale che la scelta dell’opzione “giusta” non fosse ovvia.

MS: Quest’opera è stata compresa meglio dopo l’introduzione delle restrizioni durante la pandemia da Covid. Prima di allora, mi sembra che le persone non fossero così consapevoli della quantità di informazioni che lo Stato raccoglieva su di loro. Il tracciamento e di raccolta di informazioni sulla vita privata dei cittadini sono aumentati in modo esponenziale. La gamma di punizioni e ricompense per comportamenti “buoni” o “cattivi” è diventata molto più ampia. Le persone si sono rese conto che lo Stato osservava ogni loro passo e disponeva di tutti i mezzi tecnici per farlo. 

Per gli artisti la cui sfera di interesse era la politica, il lavoro diventava di anno in anno sempre più pericoloso e dovevа essere sempre più distorto. In un certo senso, questo li ha stimolati a esprimersi con più forza e lavorare meglio; tuttavia, dopo un certo livello di repressione, esprimersi diventa quasi impossibile.

A ty byl chorošim mal’čikom?

CF: Oltre San Pietroburgo e Berlino, avete lavorato principalmente a Mosca. Dopo un anno di guerra, come vedete cambiato il mondo dell’arte nella vostra città natale?

PE: Come abbiamo detto, l’arte in Russia viene pesantemente censurata già da molto tempo. Ma ora, naturalmente, la censura ha preso una piega molto diversa ed è molto più pericoloso esprimersi.

Dall’inizio della guerra, nel nostro Paese sono state adottate diverse leggi che vanno a colpire tutte le espressioni non fedeli al governo. Oggi, a un anno dall’inizio della guerra, se non sostieni le azioni del governo sei un nemico dello Stato.

Non credo che oggi in Russia sia possibile esprimere una posizione contraria alla guerra senza rischiare la propria libertà personale. 

L’elenco delle personalità della cultura che sono state arrestate, costrette ad andarsene o che hanno perso il lavoro si allunga ogni giorno. Resta solo da augurarsi che non ti becchino. Ma ci sono ancora moltissimi colleghi incredibilmente coraggiosi che continuano ad esprimersi contro la guerra, artisti che lavorano nell’anonimato, per le strade, mettendosi a rischio in prima persona. 

CF: Nell’estate del 2021 insieme agli artisti Andrej Andreevij e Natal’ja Timofeeva avete realizzato il progetto “Chostel” (L’ostello) nella Galleria Antonov di San Pietroburgo. I partecipanti di diverse città hanno occupato lo spazio della galleria, vivendo in tende da campeggio come in un ostello, e trascorrendo il tempo come se fossero turisti. L’opera mette anche in discussione il concetto di performance artistica (è sempre arte quello che avviene all’interno degli spazi museali?). Questa esperienza è in qualche modo legata all’ideazione della Residenza Pomidor dello stesso anno?

MS: “Chostel” è un progetto sociale in cui i partecipanti – che non hanno alcun rapporto con l’ arte contemporanea – hanno vissuto per due settimane all’interno degli spazi di una galleria d’arte in centro a San Pietroburgo. Ci siamo chiesti se davvero tutto ciò che accade all’interno di una galleria diventa automaticamente arte. Il progetto si è focalizzato sul rapporto tra i partecipanti e gli artisti (“gli impiegati dell’ostello”). 

La partecipazione del gruppo all’interno di questo progetto ci ha spinto a impegnarci nella community art. E dall’autunno 2021 questo tipo di arte è diventata una priorità per il nostro gruppo. 

La Residenza Pomidor è un progetto di community art realizzato da noi (artisti) per gli artisti. Si tratta della prima residenza artistica in Russia, che si trova all’interno della mia casa, dove io e la mia famiglia vivevamo. Per la sua realizzazione non abbiamo bandito una classica open call, ma siamo state noi stesse a cercare degli esperti che volevamo ascoltare e li abbiamo invitati alla residenza. I residenti offrivano i loro programmi pubblicamente agli ospiti e ai nostri colleghi artisti. L’idea era quella di arricchire le nostre pratiche attraverso conoscenze esterne al mondo dell’arte; pertanto, abbiamo invitato non solo artisti ma anche altri professionisti.

Per me la community art è una delle forme d’arte più umanitarie: è per le persone, riguarda le persone ed è anche molto ecologica, perché spesso non risulta nella produzione di oggetti e mette in primo piano le persone nel senso migliore del termine.

La Residenza Pomidor

CF: Nel 2020 avete realizzato la doppia installazione “Merch/Puty7432”. Si tratta di un’opera in due parti che necessitano di coesistere. “Merch” consiste in t-shirt su cui la stampa della parola “artista” è affiancata ad altri ruoli: “corriere”, “ricercatore”, “impiegato di banca”, ecc. L’opera denuncia le condizioni economiche precarie che affliggono gli artisti in Russia, che spesso sono costretti a ricorrere ad altre forme di sostentamento.  La seconda parte dell’opera è “Puty” (Catene), un’enorme catena di 7432 elementi: il numero indica i giorni trascorsi da quando Vladimir Putin (con cui il titolo dell’opera mette in atto un gioco di parole) è al potere in Russia.

Ritenete che nel resto d’Europa ci siano maggiori possibilità per gli artisti di emergere? 

PE: Sicuramente tra gli artisti in Russia l’aspettativa della propria attività professionale è più legata al capitale simbolico che all’effettiva opportunità di guadagnare. Abbiamo lasciato la Russia solo da pochi mesi, quindi non abbiamo ancora avuto il tempo di farci un’opinione sul reale livello di sostegno agli artisti in altri Paesi.

Merch/Puty

CF: Quanto sentite che il lavoro di Pomidor sia legato al vostro territorio? 

PE: Il nostro lavoro è ovviamente legato alla Russia. Siamo artiste russe. Abbiamo sempre lavorato con il contesto locale, e ora sicuramente tutti i miei pensieri sono rivolti alla guerra, iniziata dal mio Paese, e alle terribili repressioni che stanno avendo atto al suo interno.

MS: Il nostro lavoro è sicuramente legato alla Russia e al suo territorio. La nostra opera del 2021, “Putešestve” (Il viaggio), riguarda la storia russa ed il rapporto con la sua geografia e la sua vastità. L’infinità e la desolazione del suo territorio sono uno dei suoi più grandi problemi. Per noi è interessante ricercare attraverso le nostre opere che cosa esattamente ha portato la Russia del XXI secolo a tentare di diventare ancora più grande nonostante l’abbondanza di territori.

CF: Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia del 24 febbraio dello scorso anno l’esposizione dei lavori che criticano la politica è diventato pericoloso. Di questo avete parlato nel vostro articolo nella sezione “Arte” del secondo numero della rivista ROAR (Resistance and Opposition Arts Review), curata da Linor Goralik. Tuttavia, il vostro lavoro non si è fermato. Quali sono i vostri ultimi progetti? 

MS: Il nostro ultimo progetto realizzato in Russia è stata la stazione della metropolitana “Konečnaja” (Capolinea). A tal proposito, abbiamo scritto che la guerra ha reso impossibile il nostro progetto, ma si trattava piuttosto di una nostra autoconvinzione. 

Prima della guerra stavamo lavorando a un progetto site-specific chiamato “STANCIJA METRO” (“La fermata della metropolitana”). Avrebbe dovuto essere stata realizzata all’interno di una galleria situata negli ambienti di un ex rifugio antiaereo. Il progetto prevedeva la cerimonia di inaugurazione di una nuova stazione, nello spirito della metropolitana staliniana, nota per la sua propaganda dello stile di vita sovietico. Le “conquiste” della Russia di Putin degli ultimi anni non venivano rappresentate all’interno degli ambienti delle nuove stazioni: volevamo rimediare a ciò e fare dell’ironia, tracciando un parallelo tra le politiche repressive dell’URSS e quelle di oggi.

Ma dopo il 24 febbraio, quando la Russia ha scatenato la guerra, non abbiamo potuto continuare a lavorare come se nulla fosse accaduto. Le opere erano state pensate e progettate prima di questo orrore, tanto più che intendevamo utilizzare un rifugio antiaereo come ambiente espositivo. L’umorismo che permeava il progetto è diventato fuori luogo.

Ci siamo prese una pausa, e in seguito abbiamo rilasciato una breve dichiarazione che rifletteva i nostri sentimenti. Abbiamo inaugurato il nostro progetto, la stazione della metropolitana “Konečnaja”, negli ambienti del Centro di Industrie Creative “Fabrika”. All’epoca Fabrika era uno dei pochi, se non l’unico luogo che continuava ad organizzare mostre contro la guerra. Siamo molto grate a loro per questa opportunità. 

Adesso anche progetti molto più allegorici non sono possibili nelle gallerie, e il rischio di ricadere nell’articolo sulla falsificazione e il discredito dell’esercito, approvato dalla Duma di Stato il 4 marzo 2022, è estremamente alto.

Stancija Metro “Konečnaja”

PE: Dopo l’inizio della guerra, abbiamo realizzato altre due stagioni e diversi eventi alla Residenza Pomidor.

Nel febbraio 2022 era nostra residente l’artista Saša Kovalëva, che lavora sul tema dei Death Studies. Non è stato più possibile discutere del suo lavoro pubblicamente, a causa della legge sulla censura militare. Così tutti i nostri eventi sono diventati semi-privati. Il “Curatorial Weekend”, in cui volevamo discutere con i colleghi come continuare il nostro lavoro di fronte allo shock, è stato forzatamente chiuso al pubblico. 

In estate, un gruppo di sociologi ha visitato la nostra residenza. Uno di loro era un ucrainista che aveva studiato il conflitto russo-ucraino per molti anni. 

Ovviamente, tutti parlavano solo della guerra. Bisognava stare attenti, discutere solo con persone che erano state verificate, il che ha castrato l’idea stessa del progetto: “Residenza” come spazio libero dalla censura, dall’autocensura e dalle pressioni statali e istituzionali.

CF: Quali sono le vostre speranze per il futuro?

MS: Ora stiamo lavorando ad un progetto sull’emigrazione e sulle persone costrette a lasciare la Russia a causa della loro opposizione alla guerra in Ucraina. Abbiamo anche intenzione di portare avanti il progetto della Residenza e stiamo cercando un modo per riproporre il format nel Regno Unito. 

La mia speranza, con cui mi sveglio ogni mattina e mi precipito a guardare il telegiornale, è che la guerra sia finita e che la gente abbia smesso di morire. E, naturalmente, che io viva fino al giorno in cui la Russia sarà libera.