“Ognuno incontra il ceco che merita”. Intervista a Mariusz Szczygieł

Intervista a cura di Martina Cimino

Abstract

“Everyone meets the Czech he deserves”. Interview with Mariusz Szczygieł

This paper contains an interview with Mariusz Szczygieł, one of today’s most appreciated and recognised Polish journalists for the quality of his literary work, was one of the winners of the European Book Prize in 2009. The interview investigates the main themes contained in Szczygieł’s works about Czech culture and literature translated in Italian by Marzena Bojeczuk (Gottland 2008, Make your own paradise 2010, Nie ma 2018). The main intention is to investigate some aspects of his journalistic activity, putting the emphasis on his style and the relation with the readers. Moreover, there is also a reflection on the Polish reportage in general.

 

Mariusz Szczygieł (1966 -), uno tra i giornalisti polacchi odierni più apprezzati e riconosciuti per la qualità del suo lavoro, è stato uno dei vincitori dell’European Book Prize nel 2009. Vittoria che ha permesso la diffusione dei suoi reportage anche in Italia, dove sono tradotti da Marzena Borejczuk ed editi presso la casa editrice Nottetempo: Gottland (2006), Zrób sobie raj (“Fatti il tuo paradiso”, 2010), Nie ma (“Quello che non c’è. Quindici storie vere”, 2018) e Reality (2022). Noto in Italia per Reality, testo usato come base per lo spettacolo teatrale diretto e interpretato da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Szczygieł si è distinto all’interno del panorama internazionale per la soggettività richiesta al lettore nel modo di approcciarsi ai suoi testi. Testi che, come da tradizione, raccontano di un altrove per narrare di sé. Così, quando Szczygieł sceglie di scrivere della Repubblica Ceca, il vicino tanto “odiato” dai polacchi, scrive in primis della propria esperienza personale in quella terra piena di contraddizioni che viene connotata come paradiso.

Le domande formulate da M. Cimino sono state tradotte in polacco da G. Scremin. La traduzione dell’intervista dal polacco è stata realizzata da M. Mecco sotto la supervisione di G. Scremin. Si ringrazia l’autore Mariusz Szczygieł per la sua disponibilità e la possibilità concessaci.

 

 

MC: Leggendo i suoi libri, mi riferisco in particolare a Gottland e Zrób sobie raj (“Fatti il tuo paradiso”) – su cui voglio concentrarmi –, ho avuto la sensazione che il reportage sia in primis un atto di creazione del sé oltre che di osservazione della realtà. In che modo il contatto con la cultura ceca ha contribuito alla sua formazione personale e letteraria?

MS: Il contatto con la letteratura ceca non ha influenzato il mio sviluppo letterario. Ad avermi influenzato è stato lo scrittore americano Kurt Vonnegut, sono stati i reporter della scuola polacca, guidata da Ryszard Kapuściński e Hanna Krall, e gli spettacoli del regista di teatro polacco Krzysztof Warlikowski, che nelle sue rappresentazioni coniuga cose apparentemente non correlate e ha il coraggio di introdurre un caos intelligente. Naturalmente, chi legge i miei i libri può comprendere che amo la vita ordinaria come lo scrittore ceco Bohumil Hrabal, che ha elevato l’ordinarietà al livello dell’arte. È lo scrittore ceco più geniale. Sebbene io fossi attento alla quotidianità e all’ordinarietà già prima di leggere Hrabal. Mi piace la sua affermazione in cui dice che “la vita può anche non essere bella, ma io voglio vederla così”.

D’altra parte, la Repubblica Ceca ha avuto una grande influenza sul mio sviluppo personale. Un mio collega ceco, che lavorava come corrispondente radiofonico di Varsavia a Praga, aveva scritto una relazione sulla messa di beatificazione di Giovanni Paolo II. L’aveva inviata e il suo capo dopo pochi minuti gliel’aveva rimandata indietro. “Petr”, gli disse, “in Polonia ti sei talmente tanto polonizzato che non sei più in grado di comunicare coi cechi. Bisogna attenersi alla verità! Non puoi dire ‘i miracoli di Giovanni Paolo II’”. “E allora come devo dire?”, chiese Petr. Devi dire: “i cosiddetti miracoli di Giovanni Paolo II”. Eventualmente: “i presunti miracoli”. Quando la fede nel Dio cattolico è uscita da me come da un vaso inclinato ero terrorizzato: come me la sarei cavata in un Cosmo freddo, privo di Dio? Dove trovare supporto? E improvvisamente ho avuto l’illuminazione! Dopotutto scrivi della Repubblica Ceca, dove l’80% degli abitanti non credono. Chiedi loro “come si vive da voi senza Dio? Si può essere felici senza Dio?” Così un ex cattolico polacco ha cercato conforto negli atei cechi. Da queste ricerche è nato il libro Fatti il tuo paradiso.

 

MC: Le figure storiche e culturali che propone in Gottland, prendiamo ad esempio Tomáš Baťa e Karel Gott giusto per dare un’indicazione al pubblico italiano, sono considerabili dei miti culturali attorno a cui si è stratificata una narrazione popolare. Insistendo sugli stereotipi e manipolandoli attraverso una narrazione affidata a vari personaggi riesce a mostrare la radicalità di questo processo, mettendone in luce anche le zone interstiziali. Ritiene di essere riuscito ad andare oltre questo immaginario popolare?  Se sì, in che modo ha cercato di veicolarne la ricezione nel contesto polacco?

MS: Quando il libro Gottland apparve in Polonia scrissero che mostravo un altro modo di percepire la nazione [ceca N.d.R.] nella Storia. Diverso dal modo polacco. Noi polacchi sempre propensi all’indipendenza, al litigio, alla ribellione e all’anticonformismo, e dall’altra parte i cechi: concilianti, calmi, estranei al conflitto e conformisti. In ogni caso, è così che sono stati percepiti in Polonia per secoli. L’ho mostrato senza valutazioni, senza commenti.

I Polacchi furono i primi a provocare il crollo del comunismo nel loro paese nel giugno del 1989 e a formare il primo governo non comunista dal 1945, e subito dopo di noi gli Ungheresi, mentre i Cechi iniziarono le manifestazioni anticomuniste solo in novembre. Quando da noi le prime elezioni libere per il Parlamento dalla Seconda guerra mondiale c’erano già state, in Cecoslovacchia il dissidente più famoso, Václav Havel, era ancora in prigione. Erano sempre attenti. Ho cercato di capire come mai nel lungo corso della storia il loro comportamento sia stato questo e non un altro. Perché un giornalista deve comprendere, non giudicare. E all’improvviso i lettori polacchi hanno iniziato a dire: rispettiamo i Cechi!

Tuttavia, quando scrivo un reportage o un libro non penso al fatto che sto distruggendo o creando dei nuovi stereotipi. Scrivo di quello che incontro, scrivo di persone la cui vita mi sembra essere una risposta a ciò che mi tormenta. Il resto spetta ai lettori. La famiglia Baťa ha costruito un impero di scarpe. La città di Zlin, in Moravia, dove si trovavano le fabbriche, apparteneva a loro. Hanno fatto scarpe dapprima per la Repubblica Ceca, subito dopo per l’Europa e poi per il mondo intero. Quando il libro Gottland è apparso in Repubblica Ceca ho ricevuto due mail. In una c’era scritto: “Sono grato del fatto che finalmente un polacco abbia osato scrivere di quella terribile famiglia di succhiasangue, capitalisti e sfruttatori che è sono stati i Baťa. Nessuno in Repubblica Ceca osa scrivere di loro in questo modo. Grazie mille.” Tuttavia, presto arrivò una seconda lettera in cui lessi: “Grazie per aver descritto la famiglia Baťa in modo così bello. Finalmente lei li ha mostrati sotto una giusta luce, come una famiglia che ha avuto un impatto magnifico sulla nostra nazione. Hanno dato ai loro lavoratori un’istruzione, degli alloggi e una vita dignitosa. In effetti, erano una famiglia socialista. La ringrazio per averlo sottolineato.” Entrambe le lettere erano una reazione a quello stesso testo!

Ognuno legge i libri “in riferimento a se stesso”, alle proprie attitudini, percezioni, conoscenze, personalità.

 

MC: La vicinanza con la cultura ceca assume nei suoi libri una connotazione personale molto forte, tanto che è il primo a definirsi in Fatti il tuo paradiso un cecofilo goffo “niechlujny czechofil” che vuole raccontare il proprio amore per questo paese senza la pretesa di offrire una narrazione oggettiva e completa. Quali sono le sensazioni e i ricordi che conserva del suo primo soggiorno in Cecoslovacchia e che le hanno fatto attribuire connotazioni paradisiache a quella terra? 

MS: Ci sono giunto 22 anni fa all’inizio della primavera, quando non c’erano molti turisti. Dovevo intervistare Helena Vondráčková, una Madonna e una Tina Turner ceca nella stessa persona. Mi ha invitato al Savoy Café. Si trova dietro al Most Legií di Malá Strana. Il tassista dalla stazione mi ha truffato per bene. Non sapevo una parola di ceco. Quando me ne sono andato dopo quella conversazione e sono tornato sul ponte verso Národní třída, ho sentito che questa città mi permetteva di respirare, mentre Varsavia mi stringeva la gola.

A quel tempo, il mio volto era popolare in Polonia da diversi anni perché avevo condotto un talk show in TV e mi sentivo continuamente sotto controllo. Ricordo una donna che non conoscevo su un tram a Varsavia che mi diceva di non mangiarmi le unghie. (Oggi viaggio ancora in tram, e ai tempi ero l’unico presentatore televisivo che non aveva la patente). E in due giorni ero a Praga e nessuno mi conosceva. Nessuno.

Sono uscito presto dai soliti itinerari. Sono andato in un locale gay, che mi interessava molto, perché doveva essere la copia esatta di un locale americano. Un ragazzo si è seduto con una birra e ha detto qualcosa in inglese. Quando gli ho detto in inglese che non lo parlavo, ha chiesto in polacco: sei polacco? Si è rivelato essere un Ceco che gestiva degli affari con noi. Si dice che i Cechi siano reticenti, distanti, che non amino i Polacchi, ma lui durante quella prima conversazione mi disse: “ho un bellissimo appartamento con terrazza. Se vuoi ti do le chiavi, usalo, perché io non ci vado quasi mai.” Penso che gli piacessi. È stata la seconda persona, dopo Vondráčková, che ho conosciuto più da vicino a Praga. Poi ho incontrato una donna di settant’anni, una traduttrice di letteratura polacca in ceco, anche lei mi ha dato subito le chiavi del suo appartamento. Queste chiavi dell’appartamento all’inizio di una conoscenza mi stupiscono ancora oggi. Quando un Polacco dice di aver incontrato Cechi terribili o che i Cechi ci odiano – è uno stereotipo in Polonia il fatto che ai Cechi non piacciono i Polacchi – allora ripeto: tutti incontrano il Ceco che meritano.

 

MC: Il diritto che rivendica a una narrazione incompleta e soggettiva nell’immaginario comune si scontra spesso con l’idea del reportage. Eppure, nei suoi libri il confine tra finzione letteraria e utilizzo di fonti d’archivio è talmente labile che Adam Michnik ha usato l’espressione “reportages cubisti”. Che valenza ha per lei questa definizione?

MS: La mia idea di reportage è molto soggettiva. Devo scrivere in modo onesto, il che significa non mentire. Tuttavia, le parole che scelgo sono già molto mie, soggettive e interpretano il mondo sin da subito. Non esistono parole trasparenti.

In Polonia, una madre può lasciare il proprio figlio in ospedale subito dopo la nascita. Posso scriverne: “ha esercitato il suo diritto di lasciare il bambino in ospedale”, o “ha abbandonato il bambino in ospedale”, o “ha lasciato il bambino in ospedale”, o “si è immediatamente separata dal bambino in ospedale”, o “si è liberata del bambino già in ospedale”, o “è stata costretta a lasciare il bambino in ospedale”. Ognuna di queste espressioni è vera. Spetta al giornalista o all’autore di non-fiction decidere quale linguaggio utilizzare. E questo influisce sulla ricezione dei lettori.

La parola è un testimone, ma sempre imperfetto.

Al contrario, in me non esiste fiction letteraria. Impiego degli artifici letterari, ma non invento nulla. Un giornalista può usare tutti gli strumenti che usa uno scrittore di fiction, tranne uno: non può inventare nulla. A meno che non abbia bisogno di romanzare qualcosa, ma allora dovrebbe informare il lettore di averlo fatto.

Nel reportage polacco possiamo scrivere: “l’albero era piegato e le sue radici spuntavano dal terreno”, ma possiamo scrivere come Hanna Krall: “l’albero stava cercando di andarsene”. L’autrice trasforma i fatti in fatti poetici.

E l’espressione “reportage cubista” [reportaż kubistyczny] indica che forse cerco di mostrare le ambiguità, esplorarle da più lati. E le reazioni sottoforma di lettere al reportage sulla famiglia Baťa ne sono l’effetto.

 

MC: Quali sono i rapporti che intrattiene, anche su un piano linguistico, con il giornalismo promosso attraverso altri media? Quanto ha contribuito la sua esperienza di conduttore televisivo, cito ad esempio quella del talk show Na każdy temat, nel suo modo di rielaborare le fonti? Come si è avvicinato al processo di riscrittura del significato che l’utilizzo di fonti orali porta con sé? 

MS: Ascolto e registro i miei intervistati. Poi trascrivo le interviste. Poi le condenso. Estraggo ciò che è più rilevante. Ma sempre preservando la specificità del linguaggio della persona in questione. Le persone parlano in modo incoerente, molto a lungo, le frasi non finiscono e vale la pena di sentire quelle poche parole importanti per loro. Scrivere significa eliminare tutto ciò che è superfluo e assegnare a ciò che resta un ritmo adeguato.

 

MC: Ritiene che il suo modo di procedere (ricerca delle fonti, raccolta e rielaborazione ecc.), possa iscriversi all’interno di una più ampia tendenza giornalistica europea contemporanea o sia “limitato” all’interno della cosiddetta tradizione della scuola di reportage polacca?

MS: La scuola polacca del reportage tende al reportage letterario. Ovvero, una combinazione di fatti e narrativa. Il giornalismo è informazione e il reportage è narrazione. Dunque, una storia. In Polonia abbiamo Kapuściński e Krall e centinaia di reporter, ad esempio Wojciech Jagielski o Wojciech Tochman, che vengono tradotti in italiano da Marzena Borejczuk. In Italia, Roberto Saviano e Tiziano Terzani. Nei Paesi Bassi, Ian Buruma e Frank Westerman. In Francia, Jean Hatzfeld. In Svezia, Maciej Zaremba e Peter Fröberg Idling. In Norvegia, Åsne Seierstad. In Svizzera, Sacha Batthyany… Sarebbe bello se qualcuno pubblicasse un’antologia europea di reportage!

Anche il poeta polacco Jarosław Mikołajewski, traduttore della Divina Commedia di Dante, è un reporter. Tra altri libri ha scritto un ritratto di Lampedusa. Un professore italiano che ascolta con passione Chopin e dipinge copie di Caravaggio chiede cosa abbia sorpreso di più il nuovo arrivato sull’isola. Mikołajewski risponde che ancora non lo sa, ma che le agavi sulla strada per arrivare da lui lo avevano stupito ancora una volta:

Sono ovunque, ma crescono solitarie. Molte sembrano lepri che sbucano dai cespugli, non riesco a descriverlo meglio di così. Le loro foglie si piegano come fiamme sotto le prime gocce di pioggia. O come sciabole sguainate sciolte dal sole. O come se Salvador Dalì dipingesse le loro punte usando il suo concetto degli orologi molli. E lì, in mezzo a quei tentacoli verdi e carnosi, uno stelo sottile si alza per dieci metri nell’aria. Come il collo di un uomo magro da un colletto voluminoso. E in cima allo stelo, come una piuma su un assurdo szyszak, sfilano le infiorescenze.

È un dettaglio pittorico, ma invece che con un pennello è stato creato con una tastiera. L’immagine ha assunto la forma di frasi. La parola è ancora testimone, ma questa volta è un testimone-artista.

 

MC: Sempre rimanendo sulla questione della ricezione delle sue opere, quali ritiene siano le circostanze socio-culturali che favoriscono tutt’oggi il reportage come genere narrativo efficace per una conoscenza dell’Altro?

MS: Una volta, all’ufficio delle imposte, sono stato avvicinato da un maturando. Si vantava di leggere solo saggistica. Gli ho chiesto cosa stesse leggendo. Ha risposto un libro sulla Palestina del giornalista polacco Paweł Smoleński intitolato Occhi pieni di sabbia. “Ti piace?”, ho chiesto. Ha detto molto. E soprattutto, che quando lo legge ha l’impressione che l’autore sia palestinese. E che, in effetti, lui stesso si sente un palestinese mentre legge. E questa è la magia del reportage.

L’uomo vorrà sempre leggere dell’uomo. Una storia, fittizia o vera, ci porta nel mondo interiore di altre persone. E questo è l’obiettivo. Il reportage permette di uscire dalla propria vita e per un attimo, esattamente per la durata della lettura, vivere la vita di qualcun altro. Qualcuno che non è inventato. Entriamo in relazione con persone con cui normalmente non entreremmo mai. Il reportage ci offre un’esperienza sostitutiva. Quindi, quando leggiamo, siamo qualcun altro. E grazie a questo, capiamo l’uomo descritto. E se capiamo qualcuno, forse, abbiamo un po’ meno paura?

 

Apparato iconografico:

Tutte le immagini presenti nel contributo sono state fornite dall’autore intervistato M. Szczygieł.