“NeprOsti”: il postmodernismo di Taras Prohas’ko nella mitologia dei Carpazi

Yuliya Oleksiivna Corrao Murdasova

 

Taras Prohas’ko è autore di racconti e saggi meditativi che affascinano i mistici, i botanici e i filosofi, ma è diventato ben presto uno dei maggiori esponenti della letteratura ucraina postmodernista. Lo scrittore nasce nel 1968 a Ivano-Frankivs’k (conosciuta prima del 1962 come Stanislav) e si laurea in botanica presso l’Università Statale “Ivan Franko” a L’viv nel 1992, ma ben presto si avvicina al giornalismo e alla scrittura di romanzi e poesie. L’opera che lo ha reso ancor più popolare è stato il romanzo-saggio NeprOsti (“Complicati”) del 2002: uno ritmo e stile pacato, lento e pieno di rimandi, che combina elementi magici alla storia e ai miti. Così lo scrittore contemporaneo Yurij Andruhovyč descrive lo stile di Prohas’ko: “così lentamente e chiaramente avrebbe potuto scrivere solo una pianta” (“так повільно і точно могла б писати рослина”).

Taras’ Prohas’ko

Taras Prohas’ko si allontana da qualsiasi corrente letteraria che, in modo paradossalmente indipendente, lo attira e lo ingloba. Il suo è un postmodernismo degli Anni Novanta, Devjanostyky (ucr. Постмодерний Дев’яностик) che si distingue dai postmodernismi di altre generazioni per la forte presenza della tematica dell’identificazione declinata in senso storico, contemporaneo, socio-politico e mitologico. La fonte dei Devjanostyky viene considerata la cosiddetta esperienza generazionale, cioè lo shock spirituale che ha colpito la giovinezza degli artisti. L’unità di questa generazione è evidente nel momento in cui si tratta di letteratura (in opposizione ad altre espressioni artistiche) e propone quell’alterità così estranea e rifiutata dalla generazione precedente. La percezione storica e la ricerca costante di stili lo accumunano agli scrittori della scuola stanislavo-galiziana (галицько-станіславівськa школа) sostenuti da ricerche formalistiche e stilizzazioni dei modelli letterari esistenti. Il postmodernismo ucraino è pienamente incarnano nel “fenomeno di Stanislav” di cui facevano parte diversi autori tra cui Taras Prohas’ko, Yurij Andruhovyč, Halyna Petrosanjak, ecc. Come si può facilmente intuire, il “fenomeno” prende il nome dalla precedente toponomastica dell’odierna città di Ivano-Frankivs’k, dove sono nati oppure dove hanno operato i diversi autori. Tra le caratteristiche letterarie principali di questi autori vi è la netta “occidentalizzazione” espressiva in contrapposizione ai valori tradizionalisti, ovvero socialisti e neopopulisti, trattati come una netta fine con la tradizione. Proprio gli autori postmoderni sono risoluti nel riformare i canoni della letteratura ucraina, sostenendo con forza la necessità della revisione di molti testi che sostenevano e sottolineavano, secondo guide ministeriali sovietiche, la grandezza e la salute letteraria e sociale. Gli scrittori di quest’epoca sono più interessati all’opposto, ovvero alla letteratura come malattia, come manifestazione della debolezza umana e come elemento essenziale che aiuta a superare l’attesa.

I personaggi della prosa di Taras Prohas’ko hanno lo scopo di attendere qualcosa o l’arrivo di qualcosa che spesso si identifica con una sorta di Aspettando Godot e, altre volte, in elementi propri del realismo magico. Proprio questi sono i caratteri tipici della prosa di Prohas’ko, uniti alla continuazione di una tradizione regionale dei Carpazi legata ai miti e alla storia. Sebbene la prosa di Prohas’ko sia lontana dai canoni delle opere mainstream ucraine, molti lettori lo inserirebbero nella top 3 degli scrittori ucraini contemporanei di successo.

Taras Prohas’ko_neprosti

Il suo romanzo più famoso Complicati può apparire come una semplice storia d’amore, ma la sua struttura, l’accurata rappresentazione degli elementi surreali in forma realistica con l’integrazione della mitologia, lo rendono un romanzo mitologico. Tra le righe si dipana il mito dei Carpazi come un territorio vasto e aperto nel quale, durante diversi secoli, varie culture hanno vissuto e hanno avuto influenza sul luogo. Queste hanno costruito quell’autenticità arcaica che, nonostante la loro apparente assenza odierna, prevale ancora oggi poiché esiste l’ambiente fine a sé stesso, ovvero i Carpazi. Ed è proprio con l’importanza del luogo e della storia che inizia il romanzo. La trama è semplice e funzionale, a tratti può apparire un giallo, ma l’intento dell’autore non è di focalizzarsi sull’intreccio ma sulla rappresentazione mitologica dell’estesa area di ambientazione in cui si svolgono le intricate vicende.

I rimandi al passato mitico, ma anche storico (es. le due Guerre Mondiali) si intersecano con elementi apparentemente magici dati dal luogo, Jalivec, in cui hanno deciso di stanziarsi i protagonisti, Anna e Franzisk. La trama a cerchio di NeprOsti abbraccia un arco temporale lungo che va dal 1913 al 1951. È la storia tra Franz e Anna dal cui amore nasce la figlia Stefania che, in seguito alla morte della madre, verrà poi chiamata Anna. La figlia Anna si innamora dell’amico del padre, Sebastian, e dalla loro unione nasce la figlia, un’altra (seconda) Anna. La figlia darà alla luce un’altra Anna dallo stesso Sebastian, ovvero il nonno. Nonostante la storia possa sembrare abominevole e, d’altra parte, già chiara e lineare, l’intreccio si interseca nella struttura dell’opera che è tutto fuorché prostà (“semplice”). Infatti, è composta da venti capitoli intitolati a loro volta divisi in frammenti numerati costituiti da 3-4 paragrafi. I frammenti non sono spesso in ordine cronologico e si possono leggere separatamente: per questo motivo il processo di lettura appare magico e straniante, a tratti mistico come la stessa organizzazione del romanzo. NeprOsti è una nuova dimensione e una nuova manifestazione dell’esistenza del linguaggio in cui si incontrano chiarezza di espressione, concisione, connessione logica, fluidità: tutte queste caratteristiche rendono il romanzo-saggio di Prohas’ko una maestosa geografia del discorso.

Tra le brevi pagine si incontrano lunghe descrizioni di paesaggi naturali, come catene montuose e la forza del vento che scatena incendi; ma anche minuziosi dettagli di piante e fiori, segno della mano professionale botanica dello scrittore; e non mancano di certo elementi architettonici che designano una straordinaria conoscenza dell’autore. Tutti questi elementi si possono leggere sia con un obiettivo scientifico – da esperti in botanica, architettura, geografia, ecc – che da neofiti per scoprire un mondo nuovo e affascinante, oppure tralasciarli per un secondo momento poiché non influiscono sulla comprensione globale, ma ne delineano i connotati. Tutte queste tematiche sono inserite nell’ambito sperimentale ed alternativo dello stile e della tematica scelta dall’autore. Infatti, Prohas’ko sperimenta anche l’alterazione della percezione e gioca sulla coscienza dei suoi protagonisti: ad Anna capita di far uso di oppio durante l’allattamento della figlia, tant’è che Franz pensava che il costante sonno della bambina era dato dalla sazietà; oppure di usar la morfina seduta sulla veranda ascoltando la vita di diversi insetti (p. 20); ad altri capita di bere delle bevande alcoliche avvelenate portando ad un’ulteriore complicazione della comprensione della realtà, già alternativa e diversa. Ma chi sono i “NeprOsti”? Secondo la mitologia degli huculy – gruppo etnico residente nei Carpazi ucraini e romeni – i NeprOsti sono degli dèi terreni i quali, attraverso conoscenze innate o apprese, possono far del bene o del quale a qualcuno” (p. 73). Nonostante nessuno dei protagonisti faccia parte dei “NeprOsti”, proprio “gli dèi terreni” sono l’essenza e la ragione dell’esistenza della realtà in cui la terra costituisce un’importanza primaria per il suo essere un luogo primitivo. È proprio sulla forma della realtà che l’autore si sofferma: la descrive come elemento soggettivo e frammentario di ciascun essere umano impegnato minuto dopo minuto a pensare già ad altro. Si può infatti notare che la struttura frammentaria dei capitoli rifletta l’intero processo caotico dell’attività mentale umana celata dietro la trama. Attraverso l’idea del “luogo primitivo”, Prohas’ko costruisce il processo di identificazione del pensiero con la terra.  L’idea è quella che l’esistenza e la mentalità umana si definiscono attraverso la natura del luogo e il paesaggio di nascita e, quindi, di appartenenza. Secondo questa idea, solo la persona che da secoli vive nella propria terra può diventare e rimanere felice. Infatti, la descrizione degli eventi è intervallata da alcuni aforismi e citazioni che spesso si ripetono durante tutta la narrazione di modo da sottolineare l’importanza del luogo, come “esiste il luogo, esiste la storia”. In qualche modo vi è una lotta tra la storia e la geografia sulla primitività e sull’appartenenza, ovvero, se possa o meno una persona avere una propria storia senza possedere la propria terra.

La brevità dell’opera – di sole 140 pagine – si contrappone all’abbondanza, quasi satura, di frammenti botanici, architettonici, onirici e storiografici dedicati all’esistenza dei protagonisti nei luoghi mitologici dei Carpazi, il villaggio di Jalivec e i suoi dintorni. A questo luogo si lega la figura del vecchio Beda il quale, nonostante non lo sia, appare come uno degli dèi NeprOsti e si incontra lungo tutto il romanzo come una chiave per comprendere gli avvenimenti, sia per i protagonisti che per il lettore. Di fatto, Beda sembra fungere da guida e da ponte tra il lettore e l’autore rappresentando la filosofia di quest’ultimo, ovvero la costante mutazione della realtà è vista in diversi periodi storici con diversi protagonisti in modi ancor più diversi – la mitologia e la narrazione storica sono solo alcuni di questi. In conclusione, questo romanzo-saggio narra di storie sopra la Storia sottolineando, in modo sottile e indiretto, l’importanza del territorio e cosa esso comporta per gli antichi popoli dei Carpazi (ovvero gli huculy), la maestosità degli elementi naturali e di come possano modificare la percezione non solo della realtà, ma della sua trasmissione.

 

Bibliografia:
Roksana Harčuk, Sučasna Ukraïnska Proza. Postmodernyj period. Kyiv, Vydavnyčyj Centr Akademija, 1999.

Taras Prohas’ko, NeprOsti – roman-esej. Ivano-Frankovs’k, Lileja, 2002. Le traduzioni dei passaggi tratti dall’opera sono stata fatte dalla scrivente Yuliya O. Corrao Murdasova.

Sitografia:

https://tsn.ua/books/top-naypopulyarnishih-ukrayinskih-pismennikiv-1501479.html (ultima consultazione: 18/01/2022)

Apparato iconografico:

Immagine di copertina e Immagine 1: https://www.facebook.com/TarasProkhasko/photos/2586215958088442

Immagine 2: https://vsiknygy.net.ua/shcho_pochytaty/review/44077/