La ‘temporalesca r’ e la ‘mite evoljucija’. Anomalie dell’essere e della collettività di “Noi” di Evgenij Zamjatin

Cristiano Schirano

Messo a confronto con un passato recente burrascoso, segnato dall’autoaffermazione di pochi, dall’azione squilibrata, violenta e criminale dei totalitarismi, il genere distopico potrebbe apparire, oggi, frutto della naturale proiezione di chi abbia, a suo modo, esperito un tragico momento della Storia segnato da evidenti squilibri e contrasti, in un non-meglio-definito futuro, come monito della possibilità in agguato che una simile (ed eufemisticamente) spiacevole condizione si ripresenti sotto altre forme, parimenti aggressive e oppressive. Questa è, tuttavia, l’impressione che potrebbe avere una lettrice o un lettore oggi, all’indomani degli accadimenti del secolo scorso, un po’ ovunque, nel mondo.

La questione, di per sé delicata, si fa tanto più anomala nel caso dell’opera principale di Evgenij Zamjatin, il romanzo My (“Noi”). Scritto fra il 1919 e il 1921, all’indomani della Rivoluzione, in un momento in cui quella che sta per diventare l’Unione Sovietica è ancora in fase di assestamento tra la Prima guerra mondiale e la Guerra civile – una fase ancora calda di questa transizione al nuovo corso storico –, è considerato il primo esempio di romanzo distopico, in cui si rappresenta una società futuribile di stampo totalitario. Ingegnere di formazione, Zamjatin, ricorda Leonid Heller,

“[n]el 1919 era stato arrestato per i suoi rapporti con i socialrivoluzionari, ma i suoi trascorsi bolscevichi lo avevano restituito alla libertà; fu arrestato di nuovo nel 1922 con altri intellettuali giudicati irrecuperabili, che il potere aveva deciso di espellere. Fu liberato grazie all’intervento di amici e tenuto suo malgrado in Russia.” (p. 528)

Ormai noto al pubblico, in questo periodo di fervida attività creativa – ha all’attivo una serie di racconti, fra i quali spicca il racconto Ostrovitjane (“Isolani”), anticipatore dei temi di Noi, con cui guadagna la fama di maestro della nuova prosa – ed editorial-culturale – tiene corsi di letteratura russa, pubbliche conferenze, seminari di traduzione e il prestigioso corso di prosa presso lo studio letterario della Casa delle Arti –, è tenuto sotto controllo dalle autorità ed è bersaglio di continui attacchi per sospetta attività antisovietica, ribadisce Heller (ibid.). A proposito del suo rapporto col potere sovietico, Guido Carpi descrive Zamjatin come “il più filo- dei contro-”, rispetto all’autore di Golyj god (“L’anno nudo”), l’amico e collega Boris Pil’njak, ritenuto “il più contro- dei filo-” (p. 70).

Ritratto di Evgenij Ivanovič Zamjatin

Si può provare a condensare l’affaire Zamjatin in un unico grande quesito cui si può tentare di rispondere: in quali termini un romanzo – non ancora pubblicato, dettaglio non di poco conto – che non descrive – semmai vaticina – il potere totalitario manifestatosi spietatamente solo in seguito alla sua stesura rappresentare una minaccia?

La vicenda si svolge in un futuribile‘perfetto’ ordinamento politico guadagnatosi il pomposo (e distortamente evangelico) nome di ‘Stato Unico’” (Niero, p. VI), “una società che ha realizzato l’utopia del benessere generale e della perfetta tranquillità” (Heller, p. 527), alla fine del terzo millennio. L’esportazione di questo modello sociale è affidata a uno strumento che si chiama Integrale (che dovrebbe rassomigliare a una nave o a una barca), il cui ingegnere e primo costruttore è il nostro protagonista: D-503, questo è il suo nome. I personaggi, infatti, sono contraddistinti da un sistema peculiare di denominazione, ottenuta mediante l’associazione di una lettera (per gli uomini, una consonante; per le donne, una vocale) a un numero, e sono detti alfanumeri (questa la intelligente licenza nella traduzione di Alessandro Niero per rendere il russo numer). A capo dello Stato Unico, il Benefattore, gelido e inflessibile autocrate; e direttamente sottoposti a lui sono i Custodi, tutori dell’ordine e figure di controllo. Questo luogo, poco più di una metropoli, è cinto da quella che è chiamata Muraglia Verde (nelle cui immediate vicinanze, in un luogo liminale, è situata la Casa Antica, uno spazio che contiene elementi caratteristici del nostro tempo, a testimonianza di quanto fossero assurdi i costumi degli antichi – ossia, noi che viviamo all’inizio del terzo millennio), il cui scopo è dividere il mondo civilizzato (lo Stato Unico, appunto), fatto di integrati, dal mondo selvaggio, abitato da creature primitive e irsute, non integrate, chiamate Mefi. Lo Stato Unico è costituito di vetro, principalmente. L’elemento vitreo è importante perché ha una sua dimensione costruttiva, senza dubbio. Non solo: la componente vitrea, specchiante, perfetta – estremamente potente e produttiva – già incontrata nella letteratura russa (sarebbe sufficiente menzionare Lomonosov, Dostoevskij e Černyševskij), viene potenziata in modo spropositato dall’autore, che ne fa lo strumento della trasparenza assoluta, finanche invasiva, cui sono sottoposti i personaggi della vicenda, continuamente visti e controllati. In effetti, “ogni attività umana è disciplinata, standardizzata e, soprattutto, accessibile visivamente a chicchessia grazie al […] vetro. Lavoro e passeggiate, vita pubblica e vita privata sono perciò sotto gli occhi di tutti”, spiega Alessandro Niero (p. VI), con l’eccezione dei rapporti amorosi, per i quali “una prevedibile pruderie di stato consente l’abbassamento delle tende nelle stanze” (ibid.) I rapporti, nella fattispecie, sono regolati da una serie di tagliandi rosa, che permettono a chiunque ne abbia desiderio di prenotarsi per avere un rapporto con un altro alfanumero.

“Un antico saggio disse – per puro caso, si capisce – una cosa intelligente: ‘Amore e fame governano il mondo’. Ergo: per governare il mondo, l’uomo deve governare i governatori. I nostri avi pagarono un alto tributo per sconfiggere, infine, la Fame […]. È naturale che lo Stato Unico, una volta assoggettata la fame (algebricamente = assoggettata all’ammontare dei beni esteriori), abbia sferrato l’attacco contro l’altro governatore del mondo: l’Amore. […] [C]irca 300 anni fa venne promulgata la nostra epocale Lex sexualis: ‘Ogni alfanumero ha il diritto di godere di ogni altro alfanumero in quanto bene sessuale di consumo’.” (p. 22)

Il vetro di cui sono costituiti gli ambienti dello Stato Unico. Fotogramma tratto dall’adattamento cinematografico del romanzo, Wir di Wojtěch Jasný (1982)

D-503 è l’autore degli appunti nei quali sono esposti i fatti che costituiscono la trama di Noi. D-503 è anche il primo costruttore dell’Integrale, quindi un rigido e ligio suddito dello Stato Unico. Si noti, tuttavia, che se, per il lettore contemporaneo – essere umano che vive all’inizio del terzo millennio, primitivi e selvaggi –, una iniziativa come quella degli appunti è qualcosa di regolare, per le logiche e le politiche dello Stato Unico, questa non è una novità, ma un vero e proprio crimine. Gli appunti costituiscono un diario, nel quale, tradizionalmente, confluisce tutto ciò che è privato e che non si vuole rendere pubblico. Attraverso questi appunti, di fatto, si conosce l’intimo del protagonista. Eppure, questo va contro lo statuto dello Stato Unico, in cui tutto deve essere pubblico e tutti devono essere resi partecipi! Anche se probabilmente, al principio, è animato da un nobile intento – l’incipit del primo appunto recita: “Mi limito a trascrivere – parola per parola – quanto pubblicato oggi sul ‘Giornale di Stato’” (p. 3), non vi è pertanto nessun intento creativo –, il progressivo cambio di rotta, tenendo nota, negli appunti, degli eventi che si verificano, è il germe del cambiamento che conosce D-503:

In questo momento, del resto, cerco di descrivere le mie – anormali – sensazioni di allora. […] C’erano due io. Uno era quello di prima, quello di D-503, l’alfanumero D-503, l’altro invece… Prima le sue zampe villose spuntavano appena dall’involucro, adesso invece se ne fuoriusciva per intero: l’involucro scricchiava, era lì lì per frantumarsi in mille pezzi e… e cosa sarebbe accaduto allora?” (pp. 54-55)

Almeno due elementi, in questo estratto, manifestano il corso della malattia del nostro protagonista: la descrizione delle sensazioni anormali, tiene a precisare D-503 – e, come (in)naturale conseguenza di essere vittima di queste sensazioni, l’impossibilità di riconoscere se stesso, la fatica di scorgervi i tratti caratteristici tipici di tutti gli alfanumeri.

“«Lei è messo male! Evidentemente le si è formata un’anima.» Anima? Quella parola strana, antica, scordata da tempo. A volte usavamo espressioni come ‘anime gemelle’, ‘essere senz’anima’, ‘perdere l’anima’, ma l’anima – «È… molto grave?» ho sussurrato. «Incurabile» le forbici hanno tagliato corto. «Ma… propriamente, di cosa si tratta? Non riesco… non riesco a farmene un’idea.»” (p. 86)  

D-503, abituato a frequentare e ad avere regolarmente rapporti con l’alfanumero O-90, rotondeggiante e dalle fattezze materne, incontra l’alfanumero I-330, più asciutta e snella fisicamente, che non potrebbe essere, nell’inclinazione e nel carattere, più diversa da lui. Rappresentano due poli opposti, due forze molto diverse, che sembrano non poter coesistere. Tuttavia, persino l’irreprensibile D-503 cade nella trappola di un amore che, contrariamente alla norma nello Stato Unico, comincia a essere un amore di tipo esclusivo – un amore che vuole possedere l’altra persona in maniera integrale. Anche se gli incontri con O-90 erano frequenti, con quest’ultima non si era instaurato questo vincolo di elezione reciproca, che invece si innescherà con I-330. D-503 e I-330 non potrebbero essere più diversi anche perché quest’ultima sostiene il tentativo dei Mefi di sovvertire lo Stato Unico; e I-330 sfrutta il suo fascino su D-503 per poter utilizzare l’Integrale, la creatura del nostro protagonista, per dare inizio alla rivoluzione. Secondo I-330, ci sono due forze nel mondo: entropia ed energia. Una conduce a una tranquillità beata, a un felice equilibrio; l’altra – alla distruzione dell’equilibrio, a un movimento tormentosamente infinito” (p. 157). L’intero romanzo sembra strutturato “su opposizioni e bipartizioni”, spiega Alessandro Niero: spaziali (Stato Unico e non-Stato Unico), temporali (passato selvaggio e presente radioso dello Stato Unico), concettuali (entropia ed energia).

Zamjatin muove a piacimento le sue pedine. E noi con lui: cosicché dentro ‘energia’ ed ‘entropia’ si possono salutare non blocchi frontali, bensì umanissimi stati/stadi a cui si approda partendo indifferentemente dall’uno o dall’altro; stati/stadi particolarmente capienti e suscettibili di venire riempiti con i contenuti che più aggradano a noi lettori e critici” (p. XVII).

Un fotogramma dal trailer dell’annunciato nuovo adattamento cinematografico del romanzo, prodotto in Russia (2021)

La ribellione ha inizio, anche se non se ne conoscerà l’esito: perché, nel suo momento di massimo allontanamento dai principi dello Stato Unico, D-503 è convocato proprio dal Benefattore (la cui voce, “forse proprio perché mi giungeva da quell’altezza, non tuonava come un tuono, non mi assordava, bensì era simile a una comune voce umana”, p. 204), che lo convince che I-330 sta usando la sua persona. Il dialogo fra R-13, il Poeta di Stato, e D-503 (in cui vi è una chiara eco dostoevskijana):

Ai due abitanti del Paradiso fu data l’opportunità di scegliere: felicità senza libertà o libertà senza felicità; tertium non datur. E loro, asini, scelsero la libertà; e dunque? Si capisce: poi hanno rimpianto le catene per secoli. Le catene, comprende: ecco l’oggetto dell’afflizione universale. Per secoli! E solo noi siamo giunti nuovamente a capire come ridare la felicità…” (p. 60)

è la chiave per comprendere la filosofia su cui si fonda lo Stato Unico spiegata a D-503 dal Benefattore:

per che cosa gli esseri umani – fin da quando erano in fasce – hanno pregato, sognato, si sono tormentati? Perché qualcuno dicesse loro una volta per tutte cos’è la felicità e a quella felicità, poi, li allucchettasse come a una catena. Oggi come oggi, noi, cosa stiamo facendo, se non questo? Il sogno antico del Paradiso… Ripensi al Paradiso: là non si conoscono i desideri, non si conosce la compassione, non si conosce l’amore; là ci sono i beati, a cui è stata asportata la fantasia (ed è per questo che sono beati), gli angeli, i servi del Signore…” (p. 206),

e la conseguente scelta di D-503 di sottoporsi alla Grande Operazione, annunciata dallo Stato Unico, che prevede l’asportazione della fantasia, l’unica qualità che li distingue dall’essere delle perfette macchine (questa l’ambizione del Benefattore e dei Custodi per gli alfanumeri), tesa a renderli (ancor più) ebeti e storditi dalla scansione quotidiana della vita. Da non paragonare minimamente all’operato dell’antica Inquisizione, ribadisce D-503: sarebbe altrettanto assurdo che mettere sullo stesso piano un chirurgo che esegue una tracheotomia e un brigante di strada” (p. 78). L’ultimo appunto ci mostra D-503 all’indomani dell’operazione: mentre scrive, si mostra rasserenato, con la mente sgombra. Talmente sgombro e sereno nella mente da non riconoscere più se stesso e la sua scrittura, ciò che ha prodotto. Ricapitola in maniera distaccata gli avvenimenti che sono seguiti alla sua delazione. Distaccato, ma non del tutto. Ci sono, infatti, due elementi che lo riconducono – in maniera nebulosa, confusa – alle sue esperienze con I-330, precedenti la delazione: i suoi denti aguzzi e bianchi, che anche adesso egli trova belli; e la sua reazione alla tortura della Campana Pneumatica (giova ricordare che pneuma, in greco, è aria, soffio vitale, ma nello Stato Unico, dove tutto funziona all’inverso rispetto agli antichi, a noi, questa macchina priva dell’aria il torturato – “lei ha arrovesciato la testa, socchiuso gli occhi, stretto i denti: e questo mi ha ricordato qualcosa” (p. 224), che gli ricorda probabilmente qualche amplesso avuto con questa donna. Questo lascia intendere che l’Operazione funziona (D-503 torna a essere un ligio suddito!), ma non del tutto. Non conosciamo il destino della rivoluzione avviata dai Mefi; uno spiraglio è lasciato intenzionalmente da Zamjatin, la cui filosofia è chiaramente esposta in un dialogo di D-503 con I-330:

“«Mio caro: tu sei un matematico. Anzi, di più: sei un filosofo della matematica. E dunque dimmi: qual è l’ultimo numero? […] Be’, l’ultimo, l’estremo, il più grande.»«Ma, I, è una cosa insensata. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, come vuoi che faccia a dirti qual è l’ultimo?»«E io come vuoi che faccia a dirti qual è l’ultima rivoluzione? L’ultima rivoluzione non c’è; le rivoluzioni sono infinite. […]»” (p. 166).

Si capisce perché Noi, e il suo autore, siano da subito bollati come scomodi e sovversivi. Già prima della sua pubblicazione, nel 1922, il critico Aleksandr Voronskij, che pure riconosce l’altissima maturità artistica dello scrittore, segna l’inizio della “storia di false partenze”, come la definisce Niero (p. VII), di Noi, contribuendo alla “‘prestroncatura’ di un libro che, editorialmente parlando, non esiste” (p. VIII). Il critico, dice Heller, “lo accusava di non capire i cambiamenti in corso e di aver perso ‘il contatto con la realtà’”. In realtà, “Zamjatin è stato uno di coloro che prima e meglio di altri hanno capito la loro epoca, ne hanno percepito e analizzato lo spirito” (p. 515). Il romanzo comincia a circolare in traduzione (in inglese nel ‘24, in ceco nel ‘27, e in russo nel ‘29 sulla rivista praghese “Volja Rossij” – una versione mutila, non licenziata e non autorizzata dall’autore, annunciata come ritraduzione dal ceco). Zamjatin si adopera per la circolazione del suo romanzo. Ma in patria è sottoposto alle pressioni dell’autorità e della censura, dalle quali non si lascia piegare; anzi, reagisce prontamente: quando realizza che non c’è più posto per lui nella letteratura sovietica, dimessosi dalla sezione di Pietrogrado dell’Unione panrussa degli scrittori, scrive a Stalin (come – e probabilmente in accordo con – Bulgakov) “per chiedergli il permesso di lasciare il paese dove come scrittore era condannato a morte” (Heller, p. 515). È il 1931, Zamjatin muore in esilio a Parigi nel 1937. Trascorrono quindici anni dalla sua morte prima che ne appaia un’edizione in tamizdat (a New York); e più di cinquanta perché possa essere pubblicato finalmente in russo, in patria (sulla rivista “Znamja”, nel 1988, in piena Perestrojka).

 

Bibliografia:

Alessandro Niero, “Noi”, ritratto futuribile, in Evgenij Zamjatin, Noi, a cura di Alessandro Niero, Milano, Mondadori, 2018, pp. V-XVIII.

Evgenij Zamjatin, Noi, a cura di Alessandro Niero, Milano, Mondadori, 2018.

Guido Carpi, Storia della letteratura russa. II. Dalla rivoluzione d’Ottobre a oggi, Roma, Carocci, 2016.

Leonid Heller, Evgenij Zamjatin, in Storia della letteratura russa. III. Il Novecento: 2. La rivoluzione e gli anni Venti, a cura di E. Etkind, G. Nivat, I. Serman, V. Strada, Torino, Einaudi, 1990, pp. 515-532.

Per il racconto Isolani, tradotto da Alessandro Niero e Sergio Pescatori, rimandiamo a Evgenij Zamjatin, Racconti, a cura di Alessandro Niero, Milano, Mondadori, 2021.

 

Apparato iconografico:

Immagine di copertina e Immagine 1:

https://ilmanifesto.it/evgenij-zamjatin-prose-brevi-come-perfetti-congegni-metaforici/

Immagine 2: Fotogramma dello scrivente C.S.

Immagine 3: Fotogramma dello scrivente C.S.

 

 

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