“Il ritorno di Filip Latinovicz” di Miroslav Krleža: il romanzo esistenzialista che precedette Sartre

 Federica Florio

 

Considerato il maggiore scrittore croato del Novecento, Miroslav Krleža torna tra le novità in libreria grazie alla nuova edizione di una delle sue opere più conosciute: Il ritorno di Filip Latinovicz (“Povratak Filipa Latinovicza”), che ha visto la luce in Jugoslavia nel 1932. Pubblicato da Bottega Errante Edizioni lo scorso novembre, il capolavoro di Krleža si afferma, dopo quasi un secolo dalla stesura, come un romanzo esistenzialista che precedette La nausea di Sartre, pubblicato nel 1938; solo sei anni separano le due opere e, secondo una nota citazione di quest’ultimo, se Il ritorno di Filip Latinovicz fosse stato tradotto in francese qualche anno prima, probabilmente Sartre sarebbe stato accusato di plagio.

La traduzione è stata affidata nuovamente a Silvio Ferrari, noto scrittore e traduttore dalla lingua croata. È la terza volta che Ferrari affronta questo romanzo: si è occupato, infatti, dell’edizione del 1983, pubblicata da Studio Tesi, e di quella del 2009, edita da Zandonai. Ha tradotto anche La battaglia di Bistrica Lesna, Le ballate di Petrica Kerempuh e altre opere del medesimo autore e non solo, tanto che nel 2018, per i suoi meriti e il suo impegno nella diffusione della letteratura croata, è stato nominato socio corrispondente dell’Accademia croata di arti e scienze.

Sorge spontanea la domanda sul perché dedicarsi nuovamente a un’opera già tradotta due volte, ma la risposta è altrettanto immediata: era necessario riproporre al pubblico italiano un libro ormai fuori catalogo che ha, tuttavia, ancora molto da dire – forse ora più che mai. 

Oltre a voler riproporre un capolavoro appartenente a una di quelle letterature che per decenni sono state considerate come “subalterne”, la nuova pubblicazione di Bottega Errante si pone l’obiettivo di rivalutare lo stile dello scrittore croato. Per questo motivo, l’ultima edizione de Il ritorno di Filip Latinovicz si basa sull’ultima versione, pubblicata a Sarajevo nel 1973, e si sforza di dare il giusto peso all’espressione linguistica di Krleža, straripante e audace, pur tenendo conto, a ogni modo, della cultura ricevente.

Link al libro: https://bottegaerranteedizioni.it/product/il-ritorno-di-filip-latinovicz/


Miroslav Krleža (Zagabria, 1893 – 1981) è stato uno degli scrittori più importanti non solo della sfera jugoslava, ma anche a livello europeo e mondiale, e la sua produzione letteraria rappresenta una testimonianza straordinaria dell’incontro di culture e realtà politiche diverse. Caratterizzato da uno spirito ribelle e fortemente individualistico, ha suscitato ovunque reazioni sia negative che positive per le sue posizioni ideologiche complesse, che lo rendono difficile da comprendere sia come scrittore che come intellettuale in generale. In sostanza, fatica ancora ad entrare nella cultura italiana, benché faccia indubbiamente parte della concezione europea della letteratura.

Come accennato precedentemente, Il ritorno di Filip Latinovicz si presenta come un vero e proprio romanzo esistenzialista. Il protagonista, un pittore che ha perso la sua vena creativa da molto tempo, decide di tornare, dopo ben ventitré anni, nella terra in cui è nato e cresciuto e dalla quale è stato brutalmente cacciato dalla madre spregiudicata e anaffettiva. Il tema del ritorno pervade tutta l’opera: Filip, dopo aver vissuto nelle metropoli, si rifugia nei luoghi dell’infanzia nel tentativo di trovare non solo la perduta ispirazione, ma anche l’equilibrio tra l’uomo che era e quello che è adesso. Per ridare un senso alla propria esistenza, tenta di ricostruire un legame con il suo vecchio mondo, la Pannonia, ma la sua missione si rivela più ardua del previsto. Ormai abituato alla frenesia e alla modernità dei grandi centri urbani, il protagonista non riesce a evitare la critica spietata nei confronti della sua terra d’origine. Il contrasto tra il passato e il presente lo spinge a un’analisi psicologica e sociologica, spesso feroce, nei confronti degli abitanti di Kostanjevec, il paese natio. Kostanjevec, infatti, è un ambiente rurale fortemente legato alle vecchie tradizioni dell’Impero austro-ungarico, e la classe borghese che ci vive sembra incapace di adattarsi a quel momento di transizione, sia sociale che culturale, che intercorre tra il declino dell’Impero e la nascita della nuova entità statale jugoslava.

Il viaggio che Filip intraprende per ritrovare se stesso si trasforma così in un percorso difficile e tormentato nelle profondità di una terra che lui ritiene ormai estranea e lontana. Si tratta di una discesa in un mondo ancora primitivo, a tratti medievale, in netto contrasto con la contemporaneità dei frenetici anni Trenta che caratterizzano il mondo urbano.

I ritmi del protagonista si distendono a fatica per adattarsi, senza molto successo, alla vita della campagna e, malgrado le difficoltà, riesce in un primo momento a entrare in sintonia con il lento ambiente rurale, e l’ispirazione artistica sembra inizialmente giovarne:

“[…] era bello e saggio non pensare a niente e respirare tranquillamente l’umido imbrunire del bosco. Tutto consisteva in questo: far sprofondare il più possibile il proprio corpo in questi crepuscoli e in queste albe. Sentire attorno a sé il gorgoglio delle fontane sorgive e l’odore della vegetazione e riuscire a non pensare a niente. Respirare.” (pp. 156-157)

L’illusione di essere finalmente in sintonia con la natura, tuttavia, è breve e fragile. Filip mal sopporta le persone che abitano a Kostanjevec e si sente inghiottito dall’immobilità che sembra intrappolare il villaggio. Krleža evidenzia il senso di stagnazione del protagonista sottolineandone l’incapacità di reagire all’ambiente in cui si è rifugiato. Il blocco creativo di Filip non è che il riflesso della crisi esistenziale che lo attanaglia e che gli impedisce di risalire le pendici del vortice della “vita mancata” in cui sta sprofondando.

Monumento dedicato a Miroslav Krleža nella città di Osijek, Croazia

Alla fine, la vita immobile e immutabile del paesino porta il protagonista allo sfinimento e alla resa. I temi della critica sociale e del crollo personale si mescolano con un’armonia inaspettata grazie allo stile dell’autore, che, alternando registri e lingue diverse, riesce a dare una visione d’insieme concreta, icastica e a tratti grottesca. In questa nuova edizione, la curatrice Marija Bradaš afferma che è stata posta un’attenzione particolare proprio sul lessico di Krleža, che richiama costantemente l’atmosfera della Pannonia e la staticità stagnante del protagonista. Il romanzo, inoltre, è caratterizzato dal multilinguismo: al croato si alternano il tedesco – un po’ datato, ma allo stesso tempo puro, legato proprio a quelle zone dove è ambientata la storia – e il kajkavo, uno dei dialetti della lingua croata presente nei dintorni di Zagabria. Proprio attraverso l’espressionismo linguistico, l’autore riesce a evidenziare la profonda divisione tra la borghesia, malata dei propri vizi, malizie e orgogli, e i contadini.

La presenza di varie lingue, di germanismi, di un registro altalenante che mescola il lirismo pittorico di Filip alla concretezza rurale, consente al lettore di immergersi totalmente nella Pannonia di inizio Novecento; l’attenzione che è stata rivolta proprio allo stile fa sì che questa nuova edizione si attesti come un ottimo esempio – se non uno dei migliori – della prosa krležana in traduzione italiana.

Apparato iconografico:

Immagine di copertina: http://www.balkan-sehara.com/images/slikenc/2015/Zapis2-IrinaAleksander/14A.JPG

Immagine 1: https://bottegaerranteedizioni.it/wp-content/uploads/2021/11/KRLEZA-Ritorno_COP-400×600.jpg

Immagine 2: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/6e/Miroslav_Krleza_monument_in_Osijek%2C_Croatia.jpg