“Il siero” di Géza Török. Archeologia di un racconto dimenticato

Richárd Janczer

 

Géza Török (Humenné, 1896 – Košice, 6.6.1926) pone problemi filologici assai particolari per uno scrittore del Novecento: non è riportata pressoché alcuna notizia di lui e persino la sua unica opera, Örök árny (“Ombra eterna”), non riporta alcuna datazione nell’unica edizione che ha avuto. Jaroslava Pašiaková suggerisce come data il 1923. Certamente però Török era un giornalista facente parte della minoranza ungherese a Kassa, città la cui popolazione nel 1910, anno dell’ultimo censimento asburgico-prebellico, era composta per tre quarti da persone di lingua ungherese e che oggi è la slovacca Košice. L’altra certezza è la morte di tisi, dopo probabili cure in sanatorio.

Al nome di Török, nelle sue sporadiche apparizioni, viene associata l’analogia tra la sua novella più famosa, A szérum (“Il siero”), qui presentata per la prima volta in traduzione, e la pièce Bílá nemoc (“La malattia bianca”) di Karel Čapek del 1937. È forse proprio grazie a questa suggestiva ipotesi che è rimasta qualche traccia dell’opera di Török. Purtroppo, però, non è ancora stata trovata una prova oggettiva che possa confutare o supportare la tesi di un’influenza di Török su Čapek. A quanto racconta l’autore ceco, il nucleo della sua pièce deriva dal racconto di un suo amico, il dottor Jiří Foustka. Secondo Pašiaková, se Čapek avesse letto Török, l’avrebbe perlomeno citato e non vi è traccia di traduzioni ceche del racconto. Nonostante l’anello mancante, ossia i gradi di separazione che intercorrono tra gli autori e le due opere, non sia ancora stato trovato – posto che sia mai esistito –, la somiglianza tra le due sinossi insinua almeno il dubbio riguardo a una lontana parentela, almeno indiretta. Tuttavia, al di là di un’evidente analogia di temi e situazioni topiche, le differenze filosofiche e stilistiche hanno portato i due autori a risultati diversi e complementari tra loro, un’archeologia mancata o impossibile che dunque non invaliderebbe in alcun modo la personale declinazione che l’autore ceco le ha dato.

Se si dovesse tracciare una breve panoramica degli elementi in comune, potrebbe essere la seguente: il protagonista è un medico con una forte empatia per i ceti bassi, vi è una malattia che non risparmia alcun ceto sociale e che pone dunque una crudele uguaglianza nel genere umano, il medico viene presentato come ambiguo perché agisce secondo un fine utopistico non universalmente condiviso, il giuramento di Ippocrate viene violato nei confronti di coloro che detengono un potere politico, economico, sociale o militare significante, l’epilogo è tragico e la massa uccide l’eroico dottore, l’unico secondo Pašiaková a “potere – e volere – curare” la pandemia (p. 262). È interessante da notare come entrambi gli autori abbiano riversato all’interno di questo nobile fine le tensioni e le preoccupazioni della loro epoca rendendolo, come sottolinea Pašiaková. Mentre Török, memore del Bienno Rosso di Kun Béla e della breve Repubblica Sovietica Slovacca, nella prima metà degli anni ’20 orienta il suo dottore verso una richiesta di radicale redistribuzione delle ricchezze, Čapek, nella Cecoslovacchia della seconda metà degli anni ’30 che rischia di essere fagocitata dalla Germania hitleriana, lancia un ultimatum di pace per scongiurare una nuova guerra. Come sottolinea Pašiaková, Török scrive all’inizio di un nuovo ordine geopolitico mitteleuropeo, Čapek a un suo possibile tramonto, ma entrambi hanno tessuto un amaro epilogo per i loro eroi.

A szérum è una favola nera, quasi distopica, che mostra le contraddizioni della prima industrializzazione in cui castelli e re convivono con ingegneri e impresari. Questi ultimi arrivano come colonizzatori, portano saccheggio e rovina e infine indirettamente, quasi fosse una punizione divina, anche i “batteri”. Nella narrazione di Török il tema della malattia si presenta come mero pretesto narrativo per affrontare un tema assai più caro all’autore: il “morbo” sano del socialismo che intacca “i sacri e grandiosi pilastri dell’ordine sociale vigente”. Török non cela il suo messaggio: alla desolazione naturale della waste land di Kalia si è sostituita una desolazione umana ben più grave, incarnata dall’industrializzazione terraformante che devasta la natura o dal capitalismo che devasta i rapporti naturali tra gli uomini.

Török sceglie dunque una narrazione ideologico-espressionista, con frequenti iperboli e che a tratti rasenta il realismo magico, e una rappresentazione che privilegia gli aspetti estremi dei suoi attori umani o oggettuali. La descrizione non è quasi mai oggettiva o imparziale ed è caratterizzata da una forte empatia tra l’autore e il protagonista, che viene dunque di conseguenza eroicizzato. Gli aspetti negativi di Digger/Sunyi, infatti, sembrano rispecchiare solo il giudizio della collettività interna alla narrazione, non il punto dell’autore.

Senza tirare in ballo complottismi economico-sanitari odierni, è chiaro che questo testo non ha perso la sua capacità di rivolgersi al presente indagando la fiducia nella scienza e nella medicina, il potere dei media e la loro integrità professionale. Török sembra suggerire, parafrasando in anticipo di un secolo un celebre adagio di “realismo capitalista”, un’amara ipotesi: è più facile immaginare l’estinzione dell’uomo che la fine del capitalismo. Tale disillusione è certamente da ricondurre al fallimento della rivoluzione di Kun Béla che ha coinvolto anche l’area dell’odierna Slovacchia. Török è consapevole dell’eterno divario tra la massa e i rivoluzionari, preferisce rappresentare la distopia della rivoluzione fallita piuttosto che delineare un’utopia socialista. Digger/Sunyi, “egy emberibb ember”, un uomo più umano, ha una natura messianica, come ha fatto notare Pašiaková. Digger è una figura vagamente simile all’oltreuomo nietzschiano, ne incarna certamente la ferrea e intransigente volontà ma il suo potere magico-alchemico rimane sempre minore rispetto al potere politico-sociale dello stato. Una suggestione ancora più affascinante se si considera che “volontà di potenza” in ungherese è stato tradotto con “hatalom akarása”; non può essere dunque un caso che la ripetizione di “akarás” (volontà) e derivati sia riferita a Digger mentre quella di “hatalom” (potere/potenza) e derivati alle forze umane e inumane che si contrappongono a lui.  Quando al termine della novella il mefistofelico-faustiano Sunyi torna a essere chiamato Digger, il suo martirio socialista assume una forma quasi cristologica, il redentore viene tradito dal popolo ingenuo e credulone che gli ha preferito un Barabba moderno, il governo.

Nonostante A szérum si presenti come un testo ideologicamente schierato, quasi nostalgico nella sua amarezza, questa novella rimasta sepolta per quasi un secolo risulta ancora attuale per le contraddizioni che rivela all’intero dell’ideale che difende e nella sua analisi di un potere che ha mutato forma ma non essenza.

Per concludere questa breve introduzione, è necessario accludere alcune note di traduzione. Si è scelto di tradurre “Sunyi”, il soprannome del protagonista e nome parlante, con l’italiano “Subdolo” per mantenere fedeltà proprio ai giochi di parole di cui tale nome è parte attiva. Il cognome Digger invece, di chiara derivazione inglese, è stato mantenuto nella sua forma originale, data la sua “esoticità” nel testo originale stesso e l’assenza di un suo uso simbolico. Il nome “Kália”, il paese in cui la novella è ambientata, non suggerisce un riferimento chiaro e preciso, si è scelto di non italianizzarne la grafia in “Calia” ma solo di toglierne l’accento, data la medesima pronuncia tra “á” ungherese e “a” italiana. Si sono rispettate fedelmente, laddove possibile, le frequenti e talvolta ardite metafore utilizzate dall’autore.

                                     “m.a.4 (Mariale)” di Simon Hantaï

Il siero

Da tempi immemori, l’arido, montuoso, roccioso paese di Kalia, era il luogo più maledetto della terra. Chi capitava da quelle parti, si fermava incredulo alla vista di quella terribile miseria che gravava uniformemente su tutti: sul popolo del paese tanto quanto sui suoi ministri e sul suo re. A un ingegnere in viaggio venne casualmente l’idea che quella terra poco produttiva potesse nascondere copiosi tesori, cominciò a cercare e, tra lo stupore del mondo intero, si convinse presto che non sarebbe rimasto deluso nelle sue speranze. A partire da quel momento, il paese di Kalia si trasformò. All’inizio vennero famosi banchieri e impresari ricchissimi che da lì a non molto furono seguiti da camicie dal petto bianco come la neve e sarti eccellenti. I banchieri e gli impresari regalarono uno dopo l’altro a ministri e magistrati frac di buona fattura, scarpe in vernice, per i quali ottennero carta bianca per estrarre i tesori del paese. Da terre lontane fecero portare famosi ingegneri, i quali, in breve tempo, come per incanto sostituirono le rocce con nuova terra. Il fumo delle enormi ciminiere annerì di fuliggine le montagne verdeggianti, mantici fomentarono i fuochi delle fonderie, ferrovie fendettero i declivi, gru sollevarono ponti sopra acque impetuose, villaggi si moltiplicarono sul terreno arido, con vertiginosa pulsazione infervorò dappertutto la corsa, lavoro servile e lavoro a giornata solcavano in lungo e in largo il Tempo, si ersero crematori, gli uomini penarono, lavorarono, soffrirono e se crollavano a terra – la vita proseguiva il suo corso. Non ci fu tregua, non ci fu riposo, neppure una festività sopravvisse. La miseria che era stata fino ad allora riecheggiò dappertutto centuplicata, eppure, ai margini delle valli vennero innalzati castelli e sulle serpentine rombarono sfarzose automobili. I contrasti non fecero che crescere sempre più, qui la prodiga agiatezza, la gozzovigliante ebbrezza, lì la sofferenza e la rovina. La miseria di milioni si unì nel grido della rivoluzione. Milioni e milioni rantolavano il loro lamento nelle ciminiere delle fabbriche acquietate, chiedevano la vita invece di un rimprovero, un minimo di pietà, un po’ di rispetto; ma vennero i cannoni, gli impietosi soldati che, come se fossero spuntati da sotto la terra, nell’arco di due decenni avevano coperto con la bava dei loro tentacoli l’intero paese, e il ruggito delle armi silenziò presto i terribili lamenti.  Dopodiché, la vita proseguì il suo corso…

I ricchi, che recintavano i loro villini con mura e filo spinato, già prima della rivoluzione avevano badato che non si avvicinassero profani. Eppure, dove gli straccioni non potevano mettere piede, poté entrare il padrone temuto di ogni creatura: la Morte. La Morte non avvertì i feroci soldati, non dette ascolto alle parole di protesta dei gran signori e, tra le colonne di marmo di palazzi attorniati da parchi, inviò i suoi minuscoli araldi: molti milioni di batteri. Già in tutta Europa soffrivano di questa terribile peste ma forse in nessun luogo quanto a Kalia. Tutto fu inutile. La Febbre fraternizzò con la Miseria e galoppò inarrestabile lungo i monti, le praterie, dappertutto. Gran parte degli uomini fu rosa dalla peste, i caduti furono invece sostituiti da scarni degenerati. Poveri e ricchi soffrivano, perivano senza distinzione.

“AA72” di Zdzislaw Beksinski

Da qualche parte, in una piccola cittadina, viveva un dottore di nome Digger Félix che, a parte i suoi pazienti di cui si occupava con amore, non incontrava mai nessuno. Per strada evitava le persone, non frequentava mai i caffè o le trattorie. Per giorni interi non metteva piede fuori casa ma, se anche veniva a trovarlo qualcuno, si rivolgeva a quello con una specie di strano sorriso sulle labbra. Tutti lo ritenevano furbo, subdolo e così lo soprannominarono persino dottor Subdolo.

Nemmeno l’afa rovente nel gelo invernale avrebbe raggiunto così inaspettatamente le persone come la notizia che il dottor Subdolo aveva scoperto il siero tanto invocato nelle preghiere. All’inizio risero, sbeffeggiarono, dopo i primi successi scrollarono il capo ma, quando fu comprovato che il piccolo dottore aveva davvero realizzato i sogni su cui in milioni avevano fantasticato milioni di volte, l’intero paese esultò dalla gioia, come quando nel vento improvviso s’inchinano frusciando gli esili rami degli alberi. Per un istante il cuore delle persone smise di battere. La fede cieca di nuove lotte per la vita si dipinse sui volti stremati, lamenti lacrimati internamente riemersero in forma di risate dalle gole frantumate, sogni a metà s’intesserono con cento nuove immagini variopinte, madri benedissero i loro figli deperiti, anziani gettarono via le grucce corrose dai tarli, adulti seriosi fecero rotolare biglie, fecero dietrofront le acque dei monti, si colorirono i fiori rinsecchiti dell’autunno: divenne ridente, tutto divenne ridente nel paese della febbre ricco di tesori. Ieri ancora lacrime e lamenti, oggi gioia, allegria: ieri morte e lutto, oggi vita e speranza; molti sguardi dalla luce infranta guardavano al piccolo laboratorio del dr. Digger Félix, professore di medicina.

Non appena si sparse la notizia del siero miracoloso, partì in lunghe file della speranza il pellegrinaggio verso la minuscola casetta. Corpi gracili avvolti in fasce di stracci strascicavano stancamente i piedi, bocche arrossate dalla febbre mormoravano silenziosi alleluia: una piccola puntura e tornava la Vita. Uno dopo l’altro le fameliche glorie delle accademie scientifiche lo elessero membro onorario, il re gli appese al collo rugoso la più alta onorificenza, lo ricoprirono di titoli, di mille decorazioni: ma il dottor Subdolo sorrideva sempre più subdolamente, sornionamente, sorrideva soltanto.

Nel giro di alcuni giorni gli abitanti di villaggi e di città guarivano del tutto, grazie al suo magico rimedio, e in molte migliaia già si godevano la vita recuperata, quando giunse tra i cadaverici pazienti in attesa un magnate dell’industria riccamente ingioiellato.
“Dottore, Vossignoria, o sant’uomo! – implorò –  sono malato, molto malato, tutto è stato inutile. Da sette anni giro il gran mondo in cerca di una cura, al di qua del mare, al di là del mare, oh, la supplico, abbia pietà.”

Il dottor si fregò le mani, sorrise subdolamente e disse questo:
“Perché no? Lei tornerà sano, ancora più sano di com’era…”
“Oh, davvero? Mi chieda – tutto quello che desidera, per la mia vita prenda tutto quello che ho…”
“Sì, ogni sua proprietà diventa mia…” sentendo queste parole il magnate sobbalzò.
“Ma…”
“Tutto ciò che ha. Le fabbriche, le fonderie, i contanti, tutto.”
“Ma… hanno detto che… mmh, ho sentito che… lei non accetta denaro per i suoi servigi.”
Il dottor Subdolo vibrò di una sardonica risata:
“Fermo, buon signore, forse così no! Curo gratuitamente molte centinaia di migliaia di poveri; che mai potrei prendere da loro, i loro stracci forse? Tutto ciò che ha diventa mio, oppure…”
“Così sia…”

In seguito vennero sempre più spesso facoltosi magnati, i promessi sposi della morte/promessi sposi alla morta. Dottor Subdolo sorrise subdolamente:
“Oh, tornerà in salute, anche più che in salute, buon signore. Il prezzo…”
“Dica…”
“Tutto ciò che ha, tutto ciò che è suo diventa mio.”

Ci fu chi scoppiò a ridere, altri che scoppiarono a piangere, che negoziarono, alla fine tutto finiva tra le mani del dottore. Case, castelli, miniere, fabbriche, cavalli e poderi. Il dottor Subdolo continuò a sorridere e a lavorare. Quando in seguito pensò che il suo patrimonio avesse uguagliato i tesori dei più potenti del paese –fece insediare operai sudici e lerci nei suoi castelli, ripartì il grano agli affamati, vestiti a chi era svestito; le sue miniere, i suoi poderi e le sue fabbriche li regalò invece a coloro che vi avevano infuso la vita con le loro mani callose. Da cento province la benedizione di milioni lo coronò ponendogli l’aureola sulla testa calva, i poeti lo celebravano con meravigliose canzoni, i venti canticchiavano di lui eroiche leggende, la sua trionfale volontà splendeva dappertutto, in tutto.

Carte bollate arrivarono al suo indirizzo da paesi stranieri: ci venda, ci dica il segreto del suo rimedio. Promettevano tanti e tant’altri milioni in contanti o in oro. Il dottor Subdolo sorrise subdolamente e scrisse la sua risposta:

“Ancora due mesi o tre e non ci sarà nessuno nel grande paese di Kalia che si lamenti della sua febbre. Due o tre mesi e partirò di persona per un viaggio all’estero e tra due o tre anni non ci sarà al mondo più malati febbricitanti.”

I suoi scritti destarono un grande allarme in tutto il mondo. Si venne subito a sapere della sua singolare volontà e questo non fece che accrescere il terrore nei ricchi, giacché si sarebbe trovata a stento una famiglia di copiosa ricchezza che non avesse un figlio o un anziano che non agognasse al miracoloso rimedio del miracoloso dottore.

“Se ogni nostro avere sarà suo e distribuirà balordamente tutto ciò che ora è nostro, cosa ci resterà?…”
Anziani in frac bussarono alle porte dei ministeri.
“Il pericolo è grande – ripetevano –, i nostri popoli desiderano il rimedio miracoloso e guai a noi se scoprono che siamo noi a impedirlo. Bisogna fare qualcosa! Bisogna agire!”
I diplomatici dei paesi che, digrignando rabbiosamente i denti, si mostravano reciprocamente i pugni, all’improvviso si riappacificarono.
“Agiamo come un sol uomo in questa causa – ripetevano – è uno solo il pericolo che ci minaccia.”
Nuove offerte al rialzo tentarono il dottore ma egli sorrise subdolamente:
“Questo non è ancora tutto.”
Potenti diplomatici – guardiani di tesori – di potenti paesi attaccarono il re di Kalia:

“Il dottore cura – scrissero minacciosamente – ma frantuma, distrugge i sacri e grandiosi pilastri dell’ordine sociale vigente. Costringiate il vostro fedele suddito a consegnare la formula del suo rimedio medico perché dodici popoli di dodici paesi vi attaccano…”
Un grande allarme sorse tra i politici di Kalia:
“Presto il popolo scaccerà anche noi e sceglieranno come loro condottiero il dottor Subdolo. Bisogna fare, sì, bisogna fare qualcosa!”

Gli mandarono un messaggio. Lo pregarono, come fino a quel momento, poi lo minacciarono. Il dottor Subdolo però sorrise anche stavolta. Scrisse di persona in ogni direzione. Ai popoli, ai condottieri dei popoli. Svelò la sua anima, il suo desiderio, la sua volontà. Dalle sue lettere divampò la rombante volontà del grande Uomo, l’Uomo più-Uomo, ma non compresero.
“Rivoluzionario! – dissero i pezzi grossi, gli invidiosi, i lussuriosi che facevano la bella vita – è un vero lazzarone! Nemmeno il suo siero è buono, è tutta una truffa, molto rumore per nulla…”

All’inizio si limitarono a mormorare. All’inizio ci furono solo uno o due giornali – schierati specialmente al fianco del governo – che furbamente rigettarono sulle loro colonne la notizia che il rimedio miracoloso portasse guai. All’inizio funziona – tessevano l’inganno – eppure si potrebbe presumere che in seguito ritorni e che la sofferenza affligga ancora con mille tormenti. Poco dopo anche altri giornali vomitarono la loro rabbia velenosa. E quando, fluendo ormai lentamente come il fumo di un camino, si sparse la falsa notizia, giunse di nuovo dal dottor Digger un uomo del governo:
“È tutto invano, lo ammetta, buon signore – disse –, il popolo è sciocco e il governo potente. Un milione, dieci, cinquanta milioni in oro, terre, con magnifici castelli. Vita immortale, dignità, rispetto…”

La testa calva di Digger Félix trasudò d’orgoglio. I suoi occhi, come il fondo di una fornace, arsero di un rossore infuocato ma rispose sorridendo:
“Niente è vostro. In milioni mi osannano e invece odiano voi. Invano ogni intrigo, ogni infamia. Potete pagare qualche sgualdrina sfaccendata – oh, povere – ma l’anima del popolo, in profondità, rimane mia, mia, e vincerò io!”

L’indomani gli infami bugiardi mossero nuovi assalti. Duecento giornali muggirono contemporaneamente ogni ingiuria, in mille assemblee uomini al soldo vibrarono centomila accuse nelle orecchie delle masse. Mentirono sulla moria delle masse vaccinate nei villaggi, nelle fattorie; o fine atroce, terribile morte! Predicanti in gonna incensarono le strade, nelle chiese si riferirono a lui come un anticristo e benedissero con un segno della croce coloro che erano stati punti dalla diabolica siringa. La Vita derideva gli spergiuri ma gli uomini ne vociferavano lo stesso. Bambini nelle praterie, donne al giogo; i fumaioli dei treni rombando rabbiosi, gridavano di questo, si lamentavano solo di questo.

Il superbo gran signore si presentò di nuovo nel piccolo laboratorio:
“Dottore, Uomo degli Uomini, uomo saggio, siate ragionevole! Cento, cinquecento milioni in oro, in tesori. Il governo non può essere indulgente…”
Dottor Subdolo sorrise ancora:
“Sarà del popolo, tutto sarà del popolo e nulla vostro.”
Come il rombo della fionda, l’alluvione proseguì il suo corso:
“Fratello, se non oggi, morirai domani! – strillarono preti e giornali – Moriremo tutti, moriremo anzitempo di una morte terribile perché ha toccato anche noi la punta della siringa maledetta.”

Nelle persone l’attesa aveva ormai raggiunto l’apice. Cieca follia slittava sulle menti semplici, credevano ai seminatori di zizzania, agli agitatori, credevano a ogni parola riguardo colui che, fino al giorno prima, avevano eletto a eroe dei racconti fatati che favoleggiavano ai loro bambini. I vitaioli aspettavano il momento della loro morte, tremando tremavano, impauriti di paura. Vi erano molti che cadevano ammalati, altri invece che ponevano fine alla loro vita sregolata con un revolver. Tristezza e infinito pianto si riversarono su tutto il paese e dappertutto s’insediò la tetra disperazione. Il dottor Digger si stupì per la prima volta quando ricevette una lettera dagli accattoni di una fabbrica:
“Porti via quello che ci ha dato, si riprenda la sua maledetta fabbrica, le sue case, tutto… Ci liberi dal male…”

Altrove incendiarono i granai che egli aveva preziosamente riempito di grano. Animali abbandonati dai padroni vagavano per le praterie, le persone stavano alla larga da loro, come fossero lebbrosi, perché li faceva tremare tutto quello che aveva avuto minimamente a che vedere un tempo con il dottor Digger. E quando nel mare di menzogne il popolo era corrente, come chi è appostato dietro alle mura del castello, sbucò fuori il governo.
“Dobbiamo piegarci al popolo – annunciarono colossali manifesti – maestoso è il Popolo! Il re ha spogliato il dottor Digger di ogni rango e carica con cui l’ha, un tempo, così lautamente adornato e ordina che sia gettato in prigione.”

Un fiume di hurrà accolse le lettere funeste e il popolo, il maestoso popolo, incensò il governo. Dieci baionette s’incamminarono verso il laboratorio dove, fino a qualche settimana prima, si accalcavano i bramosi. Dieci baionette accerchiarono il dottore basso e calvo e il popolo, il maestoso popolo, proruppe in grida di giubilo. Le ciminiere delle fabbriche con fragoroso entusiasmo chiamarono in strada la classe operaia: in strada! in strada! Portano via l’infame, portano via il dottor Digger.
“Sia mille volte maledetto! – rombarono gli agenti provocatori – sparisca, crepi!”
“Crepi dunque”, riecheggiarono le strade, le case, le finestre.
“Crepi! Crepi!…”

Da qualche parte venne lanciato un sasso che volò verso il prigioniero e lo colpì in fronte. Un istante dopo – come per un cenno – mille braccia si chinarono a terra, mille pezzi batterono sul corpo convulso dell’uomo logoro. Una collina gli si erge attorno, tutto duole, il corpo, il capo ma ancora di più è l’anima dell’Uomo più-Uomo a crollare sotto il peso dell’infinito dolore. Mille pugni, mille furie gli macellarono, martellarono il cranio scarno, ruppero le ossa, le ferite dolenti bruciarono di mille tormenti, ebbe visioni di immagini annebbiate piene di colori davanti agli occhi effluenti, poi silenziosamente, mutamente, stramazzò a terra come un pupazzo di stoffa a cui tolgono i fili. Da lì a terra, dibattendosi nella pena, sollevò gli occhi dalla canina fedeltà ancora una volta, con un amore pieno di compassione il suo sguardo accarezzò dal primo all’ultimo i folli schiumosi di rabbia, sulle gote rugose e molli cadde una grande, rovente lacrima, dopodiché si oscurò il mondo, tacque l’odio e… e… addio.

 

Bibliografia:

A cseh/szlovákiai magyar irodalmi lexikona, 1918-2004, a cura di Zoltán Fónod, Pozsony (Bratislava), Madách-Posonium, 2004.

(http://www.mek.oszk.hu/05200/05244/05244.pdf) consultato il 20.08.2021.

Szlovenszkói vásár: csehszlovákiai elbeszélők, 1918–1938, a cura di Lajos Turczel, Bratislava, Madách, 1980. (https://library.hungaricana.hu/en/view/SOMORJA_szloven_vasar/) consultato il 20.08.2021.

Karel Čapek, La malattia bianca, in “Sipario”, anno XXI, n°248 (dicembre 1966) pp. 40-57.

Karel Čapek, Renata Flint, Robert M. Philmus, Preface to “Bílá Nemoc” in “Science Fiction Studies”, vol. 28, n°1 (marzo 2001), pp. 1-6.

(https://www.jstor.org/stable/4240947) consultato il 20.08.2021.

Jaroslava Pašiaková, Egy írodalmi motívum magyar és cseh változatáról in “Irodalmi szemle”, 1979, n°3, pp. 258-264.

(https://library.hungaricana.hu/hu/view/IrodalmiSzemle_1979/?pg=281&layout=s) consultato il 20.08.2021.

Géza Török, Örök árny, Berlino, Prometheus kiadóvállalat, (data di pubblicazione assente).

Appartato iconografico:

Immagine di copertina: scansione della copertina da parte dello scrivente
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