“Derviš i Smrt” storia di un derviscio e della sua morte

Claudia Deretti

“Io non ci sono più.
Pace all’anima del peccatore Ahmed il derviscio,
è morto, sembra soltanto che sia vivo.”
(p.72)

Il derviscio e la morte è l’opera che ha attirato su Meša Selimović, a seguito della sua pubblicazione nel 1966, l’attenzione della critica che fino ad allora non gli aveva riservato che una tiepida accoglienza, giudicandolo un autore acerbo ancora privo dello spessore necessario per produrre una figura degna di nota sulla scena culturale e intellettuale jugoslava. La nuova irruenza creativa della sua prosa spillava da una ferita forse mai davvero rimarginata nello spirito di Selimović: verso la fine del 1944, il fratello Ševkija venne arrestato per aver prelevato da un magazzino di beni popolari alcuni mobili. L’ufficiale Selimović voleva accogliere la moglie, di ritorno da un campo di concentramento, nel migliore dei modi. Fu fucilato su sentenza del tribunale militare partigiano, una sentenza così eccessivamente spietata da imprimersi a fondo nell’animo del fratello impotente. Lo scrittore stesso dichiara di aver convogliato il dolore e la sofferenza delle sue esperienze di vita nella stesura di questo romanzo, che diventa così una sorta di protezione contro l’orrore e la morte, un baluardo di ordine e compostezza bianco e nero di fronte agli avvenimenti frenetici e caotici che investono gli esseri umani senza preavviso. È facile dunque cogliere il parallelismo piuttosto esplicito tra Ahmed Nurudin, sceicco della tekija dell’ordine dei Mevlevi durante il periodo della dominazione ottomana (XVII sec) e Meša Selimović stesso.

La narrazione si apre con un’alternanza di descrizioni violente degli stati d’animo del derviscio Nurudin – profondamente turbato dalla notizia dell’arresto e della condanna a morte di suo fratello Hasan – e di momenti di penombra nel silenzio meditativo della tekija, l’unico posto al mondo dove Ahmed Nurudin sente di potersi ritenere al sicuro dalle incongruenze del mondo. La notte in particolare, con la sua oscurità, sembra produrre sul tormentato derviscio una fascinazione anche sensuale: parla di una notte pagana, in grado di “insozzare” tutti coloro che non si trovano nella tekija, al sicuro. Nel profondo del suo animo il derviscio conserva, tuttavia, un guizzo vitale di ribellione, perfino davanti alla morte manifestata come volere divino. Si incontrano due personaggi dall’attitudine opposta a quella del tormentato Ahmed Nurudin. Uno è Harun, un uomo che ha fatto della libertà il timone della propria vita. In visita presso la casa di Harun, Nurudin riflette sullo spiraglio di caos che l’uomo conserva perfino negli oggetti che tiene attorno a sé:

Io amavo l’ordine, severo, da derviscio, ogni cosa deve avere il suo posto, come tutti al mondo, l’uomo deve creare l’ordine, per non uscire di senno. Eppure, stranamente, quella trascuratezza non mi dava fastidio, mi faceva pensare a quella libertà disinvolta con cui l’uomo si vale delle cose, senza servirle e senza rispettarle eccessivamente. Libertà di cui io ero incapace.” (p. 133)

Il grande tema della fede, sia nel divino che nell’uomo, permea il romanzo intrecciandosi con il concetto identitario. Ahmed Nurudin vive lo scatenamento di una crisi profonda che, come un tumore, allunga le sue metastasi fino al concetto stesso di vita arrivando a mettere in dubbio le scelte che l’hanno portato ad abbandonare la sua famiglia per adottare quella della tekija. Quanta disperazione è in grado di creare il confronto con un’azione disumana come l’omicidio? Quanto tradimento è in grado di sopportare l’animo umano prima di essere tarlato dal potere, perduto per sempre? Può essere l’insondabile volere divino una mera maschera per le azioni malvage degli uomini, può il braccio essere tanto colpevole quanto la mente? Queste sono domande dalla radice filosofica che sembrano riprendere l’eco delle speculazioni post Seconda Guerra Mondiale. Non bisogna inoltre dimenticare i disastri umanitari ereditati dal conflitto sembrano legittimare in Selimović una sofferenza che inizia a virare dalla dimensione personale a quella collettiva. Ahmed Nurudin dà voce alla paura dell’oblio che attanaglia i vivi davanti ai morti. A più riprese, nel romanzo, la folla gioca un ruolo importante nella relazione con il derviscio. Le emozioni prevalenti sono sempre negative: il sospetto, la diffidenza. Le relazioni che il protagonista intreccia lo avviluppano sempre più strettamente rivelando un mondo di corruzione e disincanto, lo erodono internamente attraverso la sua stessa disperazione. Il prodotto finale è quello di ogni guerra, che sia essa esteriore o interiore: l’odio. E l’odio assume ben presto corpo, sfociando in una rivolta che Ahmed Nurudin fomenta nei confronti delle stesse persone che l’hanno maltrattato, offeso, ferito e umiliato.

Ma il personaggio che porta alla luce le riflessioni più profonde del derviscio agitato dai dubbi è Ishak, il fuggiasco. Una notte, Ahmed lo vede entrare nel giardino della tekija per nascondersi da degli uomini che lo stanno inseguendo. Non sa esattamente come comportarsi, anche in questo caso i precetti morali che gli sono stati inculcati cozzano con il sentimento di empatia nei confronti del fuggitivo. In qualche modo Ishak incarna il lato più selvatico dell’uomo Ahmed Nurudin, quello più intensamente umano a cui gli anni di preghiere e pratiche meditative non sono riuscite a strappare l’amore veemente verso la vita, ma solo ad intorpidire una battaglia interiore che torna a divampare istigata dalla presenza quasi surreale di questo strano personaggio. Ahmed Nurudin lo vede tra i volti della gente, sente la sua voce tra quelle dei fedeli che pregano nella moschea, ne percepisce lo sguardo e la presenza al di là della sua presenza fisica. Al lettore non è perfettamente chiaro se Ishak sia un personaggio reale o un prodotto della mente oppressa del derviscio.

In realtà ero certo che lui, Ishak, un ribelle, avrebbe potuto spiegarmi certe cose legate in me in un nodo inestricabile. Solo lui. Non sapevo perché, forse perché aveva sofferto, perché aveva acquisito la sua esperienza nel dolore, perché la ribellione lo aveva liberato dalle abitudini del pensiero che ci vincolano, perché non aveva pregiudizi, perché si era sbarazzato di ogni timore, perché si era messo su una via senza uscita, perché era già condannato e non faceva che rimandare eroicamente la morte. Uomini del genere sanno molto più di noi che barcolliamo dalla regola appresa alla paura del peccato, dall’abitudine alla trepidazione di fronte ad una sempre possibile colpa. E, anche se non mi metterei mai sulla via della ribellione, avrei ascoltato volentieri la sua verità.” (p. 85-86)

Curiosa è anche la scelta del titolo operata da Selimović. La morte viene sondata sotto due aspetti: quella materiale, motore iniziale della narrazione apertamente riconoscibile da tutti i personaggi del romanzo e dal lettore, e quella spirituale: altrettanto umana e dolorosa, il punto d’osservazione privilegiato stabilito dall’autore. La morte resta compagna di viaggio per tutto il romanzo. Un fantasma sempre inscritto tra le righe della vita terrena che Selimović stana magistralmente, esacerbandolo in ogni angoscia e in ogni visione di Ahmed Nurudin.  Entrambe questi piani di sofferenza spingono inesorabilmente il protagonista ad accedere ad una sfera oscura del proprio animo, dove risentimento e odio rimangono come incrostati nel filtro tra l’interno e l’esterno e germogliano indisturbati.

La caduta di Ahmed Nurudin in un baratro ben più profondo di quello che egli stesso aveva in qualche modo percepito e tanto temuto assume toni quasi profetici nelle ultime frasi che egli scrive alla fine del romanzo, in conclusione alle sue riflessioni, chiudendo il cerchio della propria confessione:

“I vivi non sanno nulla. Insegnatemi, o morti, a morire senza paura, o almeno senza orrore. Perché la morte è un nonsenso, come la vita.” (p. 420)

 

Bibliografia:

Amila Butorović, National Quest and the Anguish of Salvation: Bosnian Muslim identity in Mesa Selimovic’s The Dervish and the Death, Ederbyȃt p. 41-57, OPA Amsterdam B.V. Published in the Netherlands by Harwood Academic Publishers GmbH, 1996

Meša Selimović, Il derviscio e la morte, Baldini&Castoldi S.p.a, Milano, 2001

Sitografia:

Zoran Milutinović, What the Dervish Confessed about Death: Meša Selimović’s Death and the Dervish https://www.academia.edu/32258010/What_the_Dervish_Confessed_about_Death_Me%C5%A1a_Selimovi%C4%87_s_Death_and_the_Dervish

Apparato iconografico:

Immagine 1:

https://livecache.rts.rs/page/oko/sr/story/3205/politika/4232522/mesa-selimovic.html 

Immagine  2: https://www.baldinicastoldi.it/libri/il-derviscio-e-la-morte/ 

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