Donne e streghe nell’opera di Dubravka Ugrešić

Martina Greco

Dubravka Ugrešić è una scrittrice croata naturalizzata olandese. Nasce nel 1949 a Kutina e cresce mescolando ai miti greci e ai racconti sui partigiani, le storie patinate dei film di Hollywood. La Jugoslavia, dopo il no a Stalin, aveva infatti spalancato le proprie porte ai prodotti culturali dell’Occidente. Nonostante vi fossero queste forme di apertura, le linee guida morali e culturali della società titina non potevano prescindere dall’onnipresenza e onnipotenza dell’apparato statale. All’interno di questo panorama, dunque, un tema scottante come il femminismo doveva per forza finire risucchiato nell’orbita totalizzante del partito. È assai noto, infatti, che l’eguaglianza e la parità dei diritti costituivano le basi su cui si fondava la visione del mondo socialista. L’emancipazione degli strati deboli della società non riguardava soltanto i lavoratori, ma tutti quei gruppi sociali che nello Stato borghese subivano generalmente discriminazioni. Fu così che la questione della parità dei diritti tra uomo e donna, dopo la fine della Seconda guerra mondiale e l’affermarsi del potere di Tito, venne “sottratta” a chi avrebbe potuto allontanarla dall’ideologia del partito e divenne monopolio del regime. Solo negli anni Ottanta in Jugoslavia si tornò a parlare di femminismo: non più un femminismo formale e istituzionalizzato, ma un femminismo che mirava allo smascheramento e alla distruzione dell’atteggiamento paternalistico che la società patriarcale jugoslava, dopo secoli di emarginazione della donna, trascinava ancora con sé. Un folto gruppo di intellettuali, scrittrici, giornaliste, cominciò a muoversi per strappare il discorso dell’emancipazione femminile alle strutture del potere e rivitalizzarlo, risemantizzarlo, riadattarlo alle esigenze di una società in via di trasformazione. Fra queste donne, le più conosciute -almeno in Europa- sono la scrittrice croata Slavenka Drakulić e, appunto, Dubravka Ugrešić. Coetanee, conterranee, entrambe dissidenti ed entrambe molto famose sia in patria che all’estero, le due intellettuali presentano comunque notevoli divergenze rispetto al rapporto con la scrittura e con la questione femminile. Se la prima si dichiara una vera e propria femminista, la seconda si approccia a questa tematica con l’ironia che le è tipica, riflettendo spesso sulle difficoltà che le donne sono costrette a sopportare in un mondo che tenta continuamente di ridurle a banale stereotipo.

Il muro di cliché che circonda la vita di ogni ragazza è l’immagine alla base di uno dei suoi primi scritti: Štefica Cvek u raljama života (“Stefania tra le mascelle della vita”). Pubblicato nel 1981, si tratta di un racconto lungo che garantirà a Ugrešić un’entrata trionfale nel panorama della letteratura mondiale. La protagonista dell’opera è la goffa e ingenua Štefica Cvek, che, poco più che ventenne, si rende improvvisamente conto di non aver vissuto appieno la propria vita e decide di voler diventare una donna. Per farlo si affida dunque a quegli strumenti che la società mainstream fornisce a chi si trovi ad affrontare situazioni come questa: le riviste femminili. Dietro consiglio delle amiche si mette a dieta, comincia a leggere libri (partendo ovviamente da Madame Bovary), va a teatro, e cerca di arricchire la propria vita di esperienze e conoscenze che avrebbero lo scopo di velocizzare la sua corsa verso la maturità.

Alla fine la trasformazione di Stefania ha luogo. La ragazza dorme tra le braccia del suo secondo uomo (denominato appunto Second, nella traduzione inglese) e percepisce, per la prima volta, il proprio essere donna. Come spiega Sam Sacks in una recensione del 2015 al libro della Ugrešić, si tratta però di una rivelazione molto meno entusiasmante del previsto:

Second si addormentò con le braccia attorno a Steffie e l’orecchio di lei che premeva scomodamente contro il suo orologio. Nel terribile silenzio della notte, Steffie ascoltava ipnotizzata l’infinito ticchettio dell’orologio. E poi sentì il pigolio di un uccello, poi un altro, e percepì che proprio in quel momento- mentre l’orologio le martellava l’orecchio e il primo uccellino del giorno fuori cantava, in quel puro e limpido frammento di tempo mattutino- fu allora che divenne una donna. Indipendentemente da First, indipendentemente da Second. Per conto proprio.

Stefania ha ottenuto finalmente ciò che desiderava, ma il suo è un successo fatto di solitudine, indifferenza e, ancora una volta, stereotipi. La difficoltà di abbattere le barriere che contornano la femminilità nella visione della cultura di massa, appare particolarmente evidente alla fine del racconto, in cui l’autrice, diventando un vero e proprio personaggio, chiede consigli ad amiche e donne a lei vicine, perché le forniscano idee su come scrivere la conclusione della vicenda di Stefania. Le proposte però si rivelano tutte banali e chiaramente tratte da romanzi rosa e telenovelas. La scrittrice inveisce dunque contro le amiche chiedendo loro se sono in grado di creare qualcosa di originale, per poi scoppiare in lacrime e lasciarle sognanti, immerse nelle loro fantasie kitsch. Ugrešić smaschera così la scarsa qualità delle sottotrame che popolano la vita delle donne, per secoli considerate intellettualmente inferiori, allontanate dalla cultura, impossibilitate a crearsi una propria concezione di se stesse e del mondo e spinte a cercare nell’amore (in un amore spesso deludente e mortificante) l’unica possibile evasione dalla noia, dalla monotonia e dalla passività a cui sono costrette.

Se, però, le donne del mondo di Štefica Cvek sono ancora vittime di una scarsa coscienza di sé e cercano risposte nei prodotti di sottocultura che la società offre loro, le protagoniste di Baba Jaga ha fatto l’uovo, altro grande libro al femminile di Ugrešić, hanno una forza assolutamente nuova e prorompente. In questo romanzo, uscito nel 2007, il tema dell’emancipazione femminile viene affrontato in maniera più diretta e con intenso ottimismo. Sono passati trent’anni da Stefania tra le mascelle della vita: le donne cominciano finalmente ad avere un ventaglio di possibilità culturali ed esperienziali che non si limita a riviste femminili e film d’amore. Sarà che in questi anni il discorso femminista ha favorito la nascita di un’autocoscienza di genere, sarà che il romanzo si concentra su donne ormai mature, ma le protagoniste di Baba Jaga ha fatto l’uovo sono forti, indipendenti e pronte ad affrontare gli imprevisti che la vita tiene sempre in serbo per loro. La narrazione si divide in tre parti: la prima, forse autobiografica, racconta di una scrittrice residente all’estero costretta a fare i conti con la malattia della madre, una donna fiera e permalosa, che anche di fronte alla morte conserva la propria testardaggine, risultando tanto divertente per il lettore, quanto logorante per la figlia. Quest’ultima si troverà ad affrontare un viaggio nel paese natale della mamma, in Bulgaria, accompagnata da una petulante studiosa di folclore, Aba Bagay che, nonostante la goffaggine iniziale, rivelerà all’ultimo la propria tenacia. La seconda parte consiste in un racconto di finzione, che vede come protagoniste tre anziane e vispe signore in vacanza in Repubblica Ceca. La storia è interamente ambientata in una spa, all’interno della quale le donne vivranno, e faranno vivere agli altri ospiti, avventure straordinarie (nel senso etimologico del termine), acquisendo consapevolezze sulla propria vita e sul proprio passato che cambieranno per sempre il loro futuro. La narrazione è ricca di rimandi popolari e simbologie, prima tra tutte l’uovo (fra le altre cose, la cassa da morto in cui depositeranno il cadavere di una delle tre avrà la forma di un uovo gigante), ma anche di riferimenti alla cultura “alta”, descrizioni di quadri e citazioni bibliche, nonché una strizzatina d’occhio alle idee sull’immortalità che hanno caratterizzato il misticismo russo. Nella terza e ultima sezione si ha però la rivelazione: la narrazione viene presentata come una risposta della studiosa di folclore Aba Bagay – la stessa che il lettore aveva trovato nella prima parte del romanzo – a un editore che le chiede di decifrare i rimandi alla mitologia slava presenti nell’opera di una scrittrice dell’est che è in corso di valutazione (chiaramente l’opera in questione è la stessa che si è letta fino a quel momento). La folclorista dà vita così a un vero e proprio saggio sulla figura di Baba Jaga (rendendo evidente al lettore che il suo nome non è altro che un anagramma di quello della strega), un saggio che pian piano assume tratti sempre più marcatamente femministi, fino a terminare con una chiamata alla sollevazione di genere contro le ingiustizie subite nel corso dei secoli. Attraverso uno studio del mito, Ugrešić si addentra nei pregiudizi che hanno da sempre intrappolato le donne, soprattutto se anziane e non più in grado di espletare quelle che dovrebbero essere le loro funzioni sociali: piacere agli uomini e fare figli. La figura di Baba Jaga, si erge così a emblema della femminilità demonizzata, marginalizzata, disprezzata e dileggiata. La strega slava nasce come simbolo delle forze della natura, è madre della terra e creatrice e, con l’affermarsi della società patriarcale, diventa un essere mostruoso, una vecchia sola che vive ai margini della foresta e che l’uomo può controllare solo tramite la sottomissione:

Come affrontano la loro paura gli eroi? Al primo incontro con Baba Jaga si comportano in maniera molto spavalda: «Avanti, vecchia, cos’hai da gridare! Prima dammi da bere e da mangiare, preparami un bagno, e dopo mi farai le tue domande». Nel tono e nel senso della frase riconosciamo uno stereotipo: è così che negli ambienti patriarcali i mariti si rivolgono alle mogli. Non ci aspetteremmo un comportamento del genere da un giovane che incontra per la prima volta un’anziana che non conosce, ma stranamente la formula magica funziona. Nell’udire quel tono e il senso della risposta, Baba Jaga si ammansisce immediatamente e fa subito ciò che le viene chiesto.” (p. 332)

La genialità dell’autrice consiste nel fornire, attraverso questa sezione, le chiavi di lettura delle altre due parti dell’opera, creando contemporaneamente un interessantissimo compendio di folclore slavo e interpretandolo con la lente di uno studioso attento agli indizi sociologici che questi miti portano con sé. Ugrešić salta con una naturalezza impercettibile dalla descrizione fisica delle streghe all’ossessione moderna per l’estetica e la chirurgia plastica, istituendo brillanti paragoni tra Baba Jaga e Paris Hilton o Kate Moss.

Autrice di scritti sagaci, arguti e ironici, Dubravka Ugrešić ribalta continuamente qualsiasi stereotipo di genere e, in Baba Jaga ha fatto l’uovo, invita tutte a farlo, dando vita a una vera e propria chiamata alle armi, la cui potenza può essere compresa soltanto leggendo il testo:

“[…] Immaginiamo che le donne (che dopotutto sono solo una trascurabile metà del genere umano, no?), le Babe Jage, tirino fuori le spade da sotto alle loro teste e vadano a regolare i conti! Per ogni ceffone, per ogni stupro, per ogni ferita, per ogni offesa, per ogni sputo caduto sul loro volto. Proviamo a immaginare tutte quelle spose e vedove indiane arse vive che si sollevano dalle ceneri e partono per il mondo con le spade sguainate in mano! Immaginiamo tutte quelle donne invisibili, che sbirciano il mondo dai loro burqa-bunker, attraverso grate di tela […] Immaginiamo un esercito di milioni di “pazze”, senzatetto, mendicanti; donne con i volti bruciati dall’acido […]; donne le cui vite sono sotto il totale controllo dei loro mariti, padri e fratelli; donne lapidate che sono sopravvissute e donne che hanno esalato l’ultimo respiro per mano di un’orda di maschi vendicativi. Immaginiamo adesso che tutte queste donne si sollevino le vesti e impugnino le spade… […] Che la smettano di inginocchiarsi davanti a maschi dagli occhi iniettati di sangue, colpevoli della morte di milioni di persone, e che non ne hanno ancora abbastanza… Perché sono loro, quelli che si lasciano dietro una scia di teschi umani, e poi l’immaginazione umana, troppo stupida, pianta quei teschi sulla palizzata di una vecchia sola che vive ai margini della foresta…” (pp. 413-414)

 

Bibliografia:

Alison Anderson, Dubravka Ugrešić and Contemporary European Literature: Along a Path to Transnational Literature, in “World Literature Today”, 2017.

Elisabeth Bachner,Which Witch? Reading Dubravka Ugresic’s Baba Yaga Laid an Egg, in “Bookslut”, 2010.

Stevie Davis, In praise of the mythical older woman, in “The Independent”, 2009.

Jasmina Lukić, Poetics, Politics and Gender, in “Women and Citizenship in Central and Eastern Europe”, 2006, pp. 239-257.

Jasmina Lukic, Witches Fly High, The Sweeping Broom of Dubravka Ugrešić, in “European Journal of Women’s Studies”, Vol. 7, 2000.

Sam Sacks, Steffie Cvek and Miloš Hrma, Literary Half-Sibblings, in “World Literature Today”, 2015. (La traduzione è stata fatta per l’occasione da me M.G.)

Dubravka Ugrešić, Baba Jaga ha fatto l’uovo, Milano, Nottetempo, 2011.

Sitografia:

Ellen Elias-Bursać, Dubravka Ugrešić: Who am I, Where am I, Whose am I, Literary Hub, 2016. https://lithub.com/dubravka-ugresic-who-am-i-where-am-i-and-whose-am-i/ [ultimo accesso 19/03/2021].

Apparato iconografico:

https://www.google.com/search?q=dubravka+ugresic&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=2ahUKEwjNnonD8LzvAhWI_aQKHU4VDX4Q_AUoAnoECAYQBA&biw=1242&bih=568#imgrc=jAT-VjyxJt1pPM

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