Gli invalidi del quinto gruppo. Storie di discriminazione e passaporti

Maria Castorani

Un pomeriggio qualunque su via Tverskaja a Mosca, uno sguardo rapido ai nomi dei membri del primo Politburo del Partito Comunista nell’imminenza della Rivoluzione d’Ottobre.

Per cogliere la portata del pluralismo etnico che ha dato forma e linfa vitale alla civiltà russa lungo tutta la linea storica che dalla Rus’ di Kiev giunge fino alle amministrazioni Putin, non occorrono particolari sforzi cognitivi. I gruppi etnici sono circa duecento e l’attuale amalgama di popoli risulta difficile da razionalizzare nei censimenti degli ultimi anni, in cui ci si è basati su criteri sostanzialmente linguistici per stabilire l’appartenenza etnica degli oltre 140 milioni di cittadini attualmente residenti nel paese.

Esulando, però, dall’accidentalità che un tentativo di verbalizzazione della demografia del popolo russo implicherebbe, l’atteggiamento predominante del comparto statale e sociale non è sempre stato quello di una convivenza serena e priva di scompigli, e alla situazione di normalità in cui un politico di nome Rašid diventa ministro degli interni, senza che nessuno si preoccupi della sua origine tatara, si è arrivati non senza brutture e sconquassi storici. C’è stato, addirittura, un periodo piuttosto lungo nella storia sovietica in cui i cittadini queste brutture le portavano in tasca o in borsa, aspettando la metro o mentre si iscrivevano all’università.

Vigeva allora, nel sistema anagrafico sovietico, una norma secondo cui la quinta riga dei passaporti e dei moduli preliminari alla loro emissione dovesse essere occupata dall’indicazione dell’etnia, la nacional’nost’.

La quinta riga, o il quinto punto, quello della nazionalità, non aveva però molto in comune con l’accezione odierna del termine, utilizzato prevalentemente come sinonimo di cittadinanza. Non si trattava, infatti, della riga del graždanstvo, l’appartenenza, cioè, a un determinato stato – in questo caso quello sovietico – ma dell’obbligo di esplicitare la propria origine etnica. Per circa cinquant’anni questa era coincisa automaticamente con l’etnia del padre, ma dal 1974 con un’ordinanza statale si stabilì che la nazionalità potesse essere scelta, al compimento del sedicesimo anno d’età, tra quella di entrambi i genitori; i cittadini si ritrovarono obbligati a scegliere una sola tra le due nazionalità, solitamente quella che avrebbe causato in futuro meno problemi. Una nacional’nost’, dunque, non ebrea, non tedesca, non tatara, non cecena, non inguscia.

Il peso semantico a cui la quinta riga era saldata ha dei risvolti fortemente sciovinisti. Da esso scaturiva una serie di atteggiamenti discriminatori più o meno leggeri nei confronti di tutto quello che era “altro” (ritorna qui la nota dicotomia russa di svoj/čužoj, cioè quel che costituisce un “noi” e quel che è “altro” da noi), frutto di un sentimento che non coincide più con il patriottismo sovietico ma piuttosto con una sua deriva nazionalista, simbolo del fallimento di ogni progetto di internazionalismo proletario all’indomani della sconfitta inflitta al nazismo tedesco.

Oltre ai ben più rumorosi casi di deportazione ed esilio di epoca staliniana, la quinta riga intaccò la quotidianità nel periodo della stagnazione con degli episodi di discriminazione che, sebbene di entità minore, erano animati dagli stessi sentimenti. Ci si poteva veder privati del diritto alla residenza in determinati territori dell’Unione, di quello al lavoro o alla formazione.

In quegli anni, con un’autoironia dal retrogusto amaro, gli ebrei avevano inventato l’espressione “invalidi del quinto gruppo”, una classificazione che non corrisponde di certo a nessuna patologia medica e che non si aggiunge al sistema russo, che distingue quattro diversi gruppi d’invalidità, ma che nasce dal bisogno di verbalizzare un burocratismo velleitario per cui qualche centimetro di carta sul proprio passaporto riusciva a influenzare l’ammissione universitaria, la domanda di dottorato, le possibilità di avanzamento di carriera, quella di uscire dall’URSS o di ricoprire al suo interno cariche rappresentative.

Fu in ambito scientifico e universitario che si registrarono i casi più frequenti di discriminazione, o almeno è da quell’ambiente che ci sono pervenute le testimonianze più copiose. Nel 1978, in occasione del Congresso Mondiale di Matematica a Helsinki, quattordici matematici statunitensi avevano divulgato un documento che, raccogliendo i racconti di chi era emigrato in America dall’URSS, descriveva senza mezzi termini il forte carattere antisemita degli ambienti matematici sovietici, in cui puntualmente ai cittadini di origine ebrea si negava la pubblicazione di libri e articoli o il permesso di partecipare a conferenze all’estero. Vengono stampati sulla carta i nomi degli antisemiti più zelanti, attivi soprattutto all’Università Statale di Mosca e dai cui sforzi la percentuale di autori ebrei nella pubblicazione di articoli matematici, che nel 1971 ammontava al 46% del totale, ha toccato sei anni più tardi la soglia del 5%.

Con tutta probabilità la gran parte delle nuove generazioni di zoomer e puteen – gli adolescenti, cioè, nati e cresciuti sotto l’egida di Putin – non ha idea di cosa si nasconda dietro l’espressione pjataja grafa. Non si può dire, però, che la contemporaneità in cui si ritrovano non faccia da teatro a scelte e manovre politiche specchio di un nazionalismo che tende, spesso, a una forte russificazione del paese.

La lingua, d’altra parte, è un database storico che a fatica perde le proprie componenti e, quando lo fa, impiega un tempo sicuramente maggiore rispetto ai trenta o quarant’anni che ci dividono dalla quinta riga.

È proprio nell’humus linguistico russo che si sono conservate le tracce dello sciovinismo di quegli anni, con il mantenimento di realia che rimandano al quinto punto del passaporto sovietico e il deposito di una serie di freddure e storielle – che i russi tanto hanno a cuore – tramandate dal sapere popolare.

Se un Rabinovič si sposa con un’Ivanova, “tu prendi il mio cognome”, le dice lui, “così che non scompaia. Io prendo il tuo, così che a scomparire non sia io”.

Di freddure e filastrocche come questa, ideata dall’autore comico Konstantin Melichan, ce ne sono molte. Tanti, purtroppo, sono gli aneddoti nati dopo episodi più o meno noti della vita pubblica sovietica.

L’eroina del lavoro socialista Paša Angelina, per esempio, premiata durante il primo piano quinquennale, crebbe in una famiglia greca e nel passaporto la quinta riga era, per l’appunto, occupata dalla sua origine etnica. Quando sua figlia Svetlana, che studiava all’Università Statale di Mosca, raccontò della nazionalità della madre, fu derisa dai compagni: “Sciocchezze”, le dicevano, “Paša Angelina non può essere greca. La nostra eroina è russa”.

Jurij Ljubimov, fondatore del Teatro Taganka a Mosca, commentò il divieto da parte delle autorità per la messa in scena del suo spettacolo Pavšie i živye (“I caduti e ivivi”, 1965) spiegando ironicamente che le remore del Comitato Centrale erano state articolate in tre punti, dei quali il principale era stato, con tutta probabilità, il quinto.

Con lo scioglimento dell’Unione Sovietica la quinta riga è scomparsa dai documenti d’identificazione nazionale, ma gli anni Zero hanno visto riproposta, a più riprese, l’introduzione dell’indicazione dell’origine etnica sui passaporti, spesso venduta come una mossa a difesa del multiculturalismo del paese.

I dubbi rimangono, però, in merito all’utilità di fissare sulla carta un fattore meramente soggettivo quale l’etnia, intrappolandolo nello spazio claustrofobico di un passaporto, secondo criteri, tra l’altro, discutibili.

Non era forse russo il professore Ditmar El’jaševič Rozental’, linguista e teorico della lingua russa che si era traferito in URSS soltanto all’età di sedici anni? E per le centinaia di costruttori della civiltà russa di discendenza ebrea, per le Lilja Brik dell’avanguardia, i Vysotskij o gli Oystrach nella musica, i Levitan delle tinte pastello e le altre innumerevoli figure che hanno formato l’ossatura culturale e sociale del paese, qual è la quinta riga per loro?

L’errore, ancora una volta, sta nell’addossarsi la presunzione di sistematizzare qualcosa che sfugge alle possibilità di categorizzazione. Il pericolo è quello di ritenersi capaci di tracciare, quasi fosse una riga, il confine che ci separa dall’altro. E quel confine, che corre incerto tra svoj e čužoj, spesso non si vede neppure.

Bibliografia

Jurij Nikolaevič Bezeljanskij, 5-yj punkt, ili Koktejl «Rossija», Moskva, Raduga, 2000 (pp. 728)

Sitografia

Leonid Parfënov, Russkie Evrei – Fil’m Pervyj (2016). Istočnik: https://www.youtube.com/watch?v=AaNjPAFD-UI&t=5124s

Leonid Parfënov, Russkie Evrei – Fil’m Vtoroj (2016). Istočnik: https://www.youtube.com/watch?v=zQbxN_c3tMY

Leonid Parfënov, Russkie Evrei – Fil’m Tret’ij (2017) Istočnik: https://www.youtube.com/watch?v=HcV8-I_zgC8&t=633s

Apparato iconografico

Immagine 1: https://pikabu.ru/story/istoriya_otdelnyikh_graf_pasporta_6311205

Immagine 2: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Isaak_Ilitsch_Lewitan_005.jpg

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