Traduzione a cura di Marco Biasio
Abstract:
Three Pictures from the Life of Vuk Karadžić
Here translated into Italian for the first time, the short story Tri slike iz života Vuka Karadžića (“Three Pictures from the Life of Vuk Karadžić”), originally published in the May 30th 1950 edition of the Jugoslav Writers’ Union’s journal Književne novine, reflects Ivo Andrić’s deep fascination with Vuk Karadžić—the eminent ethnographer and major reformer of the contemporary Štokavian-(j)ekavian literary standard, who was the subject of a number of essays, squibs, and prose sketches between 1946 and 1964 (Salzmann-Čelan 1987: 98, fn. 7). Only seemingly unrelated to one another, the “three pictures” mentioned in the title emerge as glimpses into Vuk’s troubled professional life, framed by the nagging attempts to censor the first edition of his Dictionary. Taken together, they provide a coherent narrative portrayal of the deep transformations which the newly established Principality of Serbia was to undergo after the events of the Second Serbian Uprising (1815-1817), steering towards a renewed national consciousness which could be reified, above all, in a new linguistic standard. This is one of Andrić’s short stories in which his literary craft manifests itself, perhaps not by chance, through the orchestration of contrasting linguistic registers: Dr. Stejić’s solemn tone, intervowen with pompous Slavianisms and Biblical reminiscences; Stojilo’s Aromanian dialectal inflections; and the simple vernacular of the common people (such as the porters in the third picture), at times pushed to the very limits of expressive intensity, as in the speech of the chief customs inspector.
Il racconto breve Tri slike iz života Vuka Karadžića (“Tre istantanee dalla vita di Vuk Karadžić”), originariamente pubblicato nell’edizione di Književne novine del 30 maggio 1950 e qui reso per la prima volta disponibile in traduzione italiana, riflette la profonda fascinazione di Ivo Andrić per la figura del grande etnografo e riformatore dello standard letterario štokavo-(j)ekavo contemporaneo, oggetto di numerosi saggi, riflessioni critiche e brevi schizzi prosastici tra il 1946 e il 1964 (Salzmann-Čelan 1987: 98, n. 7). Le “tre istantanee” cui fa riferimento il titolo del racconto, solo apparentemente slegate fra loro, sono tre spaccati del tormentato privato professionale di Vuk che, dalla prospettiva delle traversie censorie abbattutesi sulla prima edizione del suo Vocabolario, dipingono in verità un ritratto unitario e coerente delle profonde trasformazioni cui andava incontro il Principato di Serbia dopo gli eventi della Seconda rivolta serba (1815-1817), verso il rinnovamento di una coscienza nazionale che si potesse riconoscere, in primo luogo, in un nuovo standard linguistico. Si tratta, forse non casualmente, di uno dei racconti brevi in cui il talento scrittorio di Andrić si manifesta anzitutto come scelta di, e articolazione in, molteplici registri linguistici: il tono pomposo, intessuto di ricercati slavianismi e reminiscenze bibliche del dottor Stejić si oppone, da un lato, alle inflessioni dialettali arumene di Stojilo, consigliere di corte apertamente ostile all’opera rinnovatrice di Vuk, e al semplice vernacolare del popolo (i facchini del terzo quadro), a tratti condotto al limite dell’esasperazione coprolalica (l’eloquio del capo ispettore doganale).
L’originale del testo tradotto si trova in: Ivo Andrić, Eseji i kritike. 2 (= Sabrana dela u 20 knjiga, 15), Beograd-Podgorica, Štampar Makarije-Nova knjiga, 2011, pp. 179-184.

- Di fronte all’edificio del gran giurì
Calura del tardo pomeriggio, dopo uno scroscio primaverile. Vuk, dopo aver terminato il lavoro nella commissione legislativa ed esaurito il vuoto chiacchiericcio con i suoi membri (o, per meglio dire, sopportata una sfilza di crasse e acuminate frecciate su ciò che pensa della lingua e delle consuetudini nella vita), se ne scende a fare due passi per il lindo marciapiede di mattoni rossi. È in preda ad una stanchezza febbrile. Sul ciottolato risuonano i colpi sordi della gamba di legno e del suo bastone. Lo accompagnano Hadži[1] Stojilo, braccio destro del principe Miloš,[2] e il dottor Stejić, medico di corte. Riprendono la conversazione precedentemente interrotta.
Dr. Stejić (soppesando e misurando le parole): Egregio Signor Vuk, in considerazione del Vostro stato di salute e delle Vostre fatiche letterarie, Sua Maestà il Principe potrebbe forse esserLe d’aiuto più d’ogni altra cosa…
Vuk (interrompendolo con tono irritato, brusco e sicuro di sé): Per quanto mi riguarda, ritengo che in questa faccenda Sua Altezza, almeno per il momento, non potrebbe fare nulla di più glorioso, né tantomeno caritatevole, se non accordarmi un qualche onorario che mi consenta di vivere dove mi pare e di occuparmi delle mie faccende. Nessuno vorrà mai insinuare, immagino, che io sia peggiore, o che i miei meriti siano inferiori a quelli di tutti questi nostri impiegatucci che percepiscono una paga annuale di seicento e passa talleri?
Hadži Stojilo (spuntato alla turca e rasato di fresco, stringendo nella mano destra una misbaha[3] in ambra; parla a bassa voce, sbagliando gli accenti delle parole, alla maniera degli arumeni[4]): Eeeeh, co’ ‘sti soldi! Ognuno c’ha la sua, tu stai in fissa coi soldi, signor Vuk!
Vuk: Certamente! Dici bene, io sono trasparente quando parlo di soldi, voi non lo siete mai. E tutto questo perché voi ve ne state belli seduti su un forziere e vi tenete le chiavi in tasca. Non versate certo in ristrettezze, eppure cianciate di soldi; avete tutto ciò di cui avete bisogno e anche di più, e ancora vi permettete di prendere a male parole chi non ha niente e fingervi stupiti di chi è costretto a ricondurre tutto al denaro.
Hadži Stojilo: Ecco, bene, dai, lo so già, io, che sei bravo a rispondere indietro…
Vuk: Io non rispondo indietro a nessuno, dico semplicemente le cose come sono.
Hadži Stojilo (con un sorrisetto di scherno): Lingua lunga e borsa vuota… Mica si può andare avanti così, signor Vuk!
Vuk (cogliendo rapidamente la palla al balzo): Ecco perché anch’io non vorrei fosse vuota, questa borsa, così da non dover mordermi e accorciarmi la lingua, per poter fare serenamente il mio lavoro.
Hadži Stojilo (scuotendo la testa con un fare tra il sarcastico e il preoccupato, mentre con l’indice e il medio della mano sinistra fa segno di tagliare quella linguaccia lunga con delle forbici): ‘Sta lingua! Che Iddio la fulmini! (Così si allontana, congedandosi silenziosamente, con un sorrisetto)
Vuk e il dottor Stejić proseguono la loro passeggiata in un silenzio interrotto solamente dal rapido ticchettare della gamba di legno di Vuk.
Vuk: Comunque, e senza alcuna ombra di ironia, i miei impegni letterari mi sono più cari di tutti i troni e le dominazioni di questo mondo, e quanto a quel modesto onorario, lo desidererei più di quanto potrei desiderare il più ricco dei salari impiegatizi. Ma non si tratta di questo. (Prosegue parlando più lentamente e con un tono di voce più basso, fissando assorto il proprio sguardo oltre la Sava, verso un orizzonte distante, dove il vermiglio della sera si fonde con il blu della notte che avanza) Vede, dottore, ho girato il mondo in lungo e in largo, ho scardinato molte soglie, ho conosciuto gente di tutti i tipi (i pazzi e i savi, gli onesti e i villani) e mi sono prestato a vari lavori, ma questo… (Tace per un istante, mentre osserva nella direzione verso cui si è incamminato Hadži Stojilo, proseguendo poi come tra sé e sé) Una volta ho letto da qualche parte che uno scienziato arabo ebbe a dire: “Tutto l’odio è destinato ad estinguersi, tranne quello che deriva dall’invidia”[5].
Dr. Stejić: Sì, certo, ne sono ben consapevole. Per gli uomini illuminati è dura e lo sarà ancora a lungo, almeno finché le circostanze non muteranno e noi fuoriusciremo da questa selva frammezzo al mondo, per cominciare a godere dei frutti del nostro lavoro quotidiano.
Vuk (agitando la mano, quasi bruscamente): Ah, ma qui non si sta mica parlando di alcun godimento, né mio né Vostro. Un autentico patriota non deve amare la propria terra come un maiale amerebbe il ruscello in cui trova acqua e ghiande. Al contrario, la deve amare anche qualora ne fosse stato allontanato, anche se quella stessa patria desiderasse il suo male e lo perseguisse. Il vero tormento sta nel fatto che gli ignoranti e gli incolti non permettono che accada nulla di buono, in quanto considerano le fatiche e il successo altrui come un danno a sé stessi e ostacolano gli altri con tutte le loro forze. E nemmeno loro sanno perché lo fanno! A non permetterlo sono quelle “persone detestabili agli occhi dell’intera umanità, insopportabili persino dai loro stessi fratelli”,[6] come li ha definiti quel Georgije Ružić.
(Il dr. Stejić fa un amabile, malinconico cenno di assenso con il capo)
Vuk (dopo essersi avviato, si ferma all’improvviso e, appoggiatosi al bastone, si volta di scatto verso il dr. Stejić): Ma io la speranza non la perderò mai. Per quanto resista, alla fine cederà! Ci trascineremo mezzi impazziti ancora per qualche anno, che sia pure una decina, o forse un centinaio, ma alla fine la ragione e la verità trionfano sempre. A partire da oggi, e per i prossimi cent’anni a venire, qui (colpisce in modo deciso il marciapiede con il bastone) si parlerà, penserà e agirà in modo diverso da come parlano, pensano e agiscono quel viscido di Hadži Stojilo e tutti quelli della sua razza. Io qui lo dico a Voi, e ci credo con la stessa fermezza con cui vedo quella stella brillare nel cielo sopra la Sirmia. (È intento per un istante a contemplare la stella della sera nel cielo terso sopra il crinale di Bežanija,[7] poi, improvvisamente, si volta di nuovo verso il dr. Stejić e dice in tono solenne, calmo, ma con voce ferma): Dottore, io credo nella discendenza futura: in questo trovo la forza necessaria per lavorare e la consolazione per ogni fatica!
- Nell’ufficio del responsabile
Il responsabile del Direttorato dell’Istruzione:[8] un uomo sulla sessantina, tutto impettito per la sua posizione amministrativa e reso ancor più rigido dai reumatismi, in un vestito europeo di penultima moda, con un alto colletto inamidato.
Entra il segretario, un incrocio fra impiegato e fattorino, porge i suoi ossequi e presenta una copia impeccabilmente trascritta della relazione del principale sul divieto di circolazione del Vocabolario[9] di Vuk, assieme al testo della risoluzione per la controfirma del Ministro. Il responsabile osserva tutto con attenzione, poi appone la propria firma attorno al suo nome, abbondando in svolazzi e arabeschi. Subito il segretario si precipita a cospargere di sabbia la firma del responsabile per meglio fissare l’inchiostro.
“Ecco”, dice quest’ultimo, archiviando la relazione e la proposta di risoluzione in una cartella con tutti gli atti per la controfirma del Ministro, “e come ho detto: discrezione!”.
“Beh, in giro già se ne parla come se si sapesse tutto…”, si inserisce timidamente il segretario.
“Cosa?! Come?! Ma questo è uno scandalo! Non mi sono forse raccomandato che la faccenda deve rimanere nel riserbo più assoluto? E qui invece manco c’è il segreto d’ufficio! Chi ne parla, chi?”.
“Un po’… tutti…”.
“Come sarebbe a dire ‘tutti’? Chi sono questi ‘tutti’? Cosa si dice?”.
“Beh, ecco, signor principale, dicono che il copista Jocić, che al Vocabolario è abbonato, abbia riferito a qualcuno per strada: «Quelli vogliono ostruire il sole con il palmo della mano». Non ha menzionato chi sarebbero ‘quelli’ che lo vogliono, ma tutti sanno che si riferiva a Voi e al Signor Ministro. Ecco, questo genere di cose”, dice con ironia.
A sentire quelle parole, il principale getta uno sguardo quasi di terrore al palmo della propria mano destra, ma poi subito si ricompone, abbassa il braccio e infila quattro dita fra i bottoni della redingote, aggrotta la fronte e si irrigidisce ancor di più.
“E poi, cosa dicono ancora?”.
“Beh, dicono: «Se il signor Garašanin[10] godesse di buona salute, di certo non ce la farebbero». E ancora aggiungono: «Ma tutto questo non durerà ancora a lungo!», e così vanno avanti a insultare e deridere”.
“Bene!”, risponde amaramente il responsabile. Il segretario esce con un inchino.
Una volta rimasto da solo, il principale si immerge nelle proprie riflessioni, riuscendo in qualche modo a rilassarsi e distendersi. Soffre di una grave patologia cardiaca: le sue gambe sono così gonfie che riesce a malapena a recarsi in ufficio. Tutt’a un tratto i suoi occhi tristi e intelligenti, nel pallido volto rasato di fresco, si chiudono. Quel suo volto è tormentato da ogni sorta di rimorso di coscienza, si trasforma in un terreno di battaglia che vede le sue migliori convinzioni scontrarsi con quanto, in qualità di alto funzionario di lungo corso, è spesso chiamato a svolgere. E quei suoi occhi si chiudono perché la sua malattia ha un risvolto piuttosto peculiare: di notte non riesce a dormire, mentre di giorno, quando deve lavorare, fatica a rimanere sveglio. Ora su di lui è calato quell’insalubre sonno diurno che lo avviluppa rapidamente e senza sforzo, ma che altrettanto facilmente si spezza, come un gomitolo di filato marcio.
Ed ecco che in sonno gli si spalanca di fronte uno strano orizzonte grigiastro, e ai piedi di questo orizzonte balugina l’immagine amareggiata, sulla difensiva, di Vuk Karadžić, suo conoscente di lunga data e amico di un tempo. Dietro di lui risplende una luce brillante, come quella di un sole che stia sorgendo. L’apparizione e la luce si fanno sempre più vicine. Nel sonno il principale, spaventato, distende la mano destra e con il palmo cerca di ostruire quel sole, affondando sempre di più nella poltrona. Alla fine si sveglia, scosso da brividi e madido di sudore. Sono scomparsi sia la luce che l’immagine di Vuk. Il responsabile torna pian piano in sé, ricompone i propri lineamenti in una severa maschera ufficiale, dal tavolo fa risuonare nervosamente una piccola campanella e all’assistente che si affaccia alla porta dice:
“Lascialo passare!”.
- Alla dogana
Nel ćumruk di Belgrado, l’ufficio doganale sulla Sava, di fronte ad un deposito aperto eretto su volte, passano doganieri, uomini d’affari, facchini. Strepiti, colpi, scalpiccio di cavalli, cigolio di carretti. Sotto le arcate, accanto ad un baule, stanno un sottufficiale doganale e due portantini, uno giovane e l’altro anziano.
“Merce proibita! E ora dove la metto?”, dice il sottufficiale, guardando dubbioso la cassa.
“E per quale motivo sarebbe vietata?”, chiede il facchino più giovane.
“Libracci svergognati, pare… o comunque qualcosa del genere”.
Si avvicina il capo ispettore doganale. Piccolino, grassottello, occhietti malevoli e fronte bassa, il volto rubizzo dall’alcol. Grida con fare provocatorio, a voce inutilmente alta.
“Perché questo baule sta ancora qui? Si è detto di rispedirlo al mittente!”
“Sì, ma viene da Vienna… Non sappiamo come… a chi…”, replica esitante il sottufficiale.
“Non sono cose da chiedere!”, urla il capo ispettore. “Se è vietato è vietato! E la roba proibita nel magazzino io non la tollero! Sono stato chiaro? Ficcatela nel… mettitela dove ti pare, basta solo che non me la ritrovi più tra i piedi!”
Si allontana imprecando. Il giovane doganiere incede sotto le arcate, stringendosi nelle spalle. I due facchini si guardano, fino a che il più anziano non tira fuori il sacchetto del tabacco.
“Ragazzo, ce ne fumiamo una a testa?”
Il giovane accetta e subito si siede sul baule viennese contenente le copie del Vocabolario di Vuk; il vecchio tentenna ancora per un po’, finché il giovane non lo sprona.
“Siediti, zio! Di che avrai mai paura… Manco ci fosse dentro della polvere da sparo!”
Il vecchio si siede. Mentre inumidisce il sigaro con la lingua, il giovane facchino fa un beffardo occhiolino agli ufficiali smarritisi sotto le arcate.
Bibliografia:
Marija Salzmann-Čelan, “Značenje Vuka Karadžića u Andrićevu djelu”, in Wiener Slavistisches Jahrbuch, Vol. 33, 1987, pp. 97-103.
Apparato iconografico:
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[1] Hadži, in italiano più frequente nelle grafie hajji e hadji (< arabo ḥājj), è un titolo onorifico conferito a un musulmano che abbia completato il pellegrinaggio (Ḥajj) alla Mecca.
[2] Si tratta del principe Miloš Obrenović (1780-1860), fondatore dell’omonima dinastia regnante, figura politica di primissimo piano nelle due insurrezioni popolari antiottomane e per due volte a capo del Principato di Serbia (1817-1839; 1858-1860).
[3] Con misbaha o misbaḥah (< arabo misbaḥa), nota in Bosnia anche come tespih (< arabo tasbīḥ), si indica una collana di grani formalmente accostabile al rosario cattolico, utilizzata dai musulmani per la recitazione delle formule devozionali del dhikr. Nel testo di Andrić viene chiamata ćilibarska brojanica “rosario in ambra”.
[4] Gli arumeni (Armãnji), storicamente sussunti sotto il più generico e impreciso termine valacchi, sono un gruppo etnico di origine latina stanziato prevalentemente nei Balcani meridionali (Grecia, Macedonia del Nord, Bulgaria, Albania) e in Romania. Nel testo di Andrić viene impiegato l’avverbio cincarski “alla arumena”. L’etnonimo Cincari, diffuso nei Balcani, deriva dalla particolare pronuncia arumena del numero cinque, ținți.
[5] Nel testo di Andrić si legge Svaka se mržnja se ugasiti, osim one koja potiče od zavisti. Lo “scienziato arabo” (jedan arapski učenjak) al quale viene attribuita la massima citata potrebbe essere il giurista, letterato e teologo sunnita al-Shāfiʿī (767-820), per quanto nel corpus poetico sopravvissuto sino ai nostri giorni manchi un esatto corrispondente.
[6] Si tratta di una traduzione approssimativa dell’espressione citata nel testo di Andrić, bratonesnosni i čelovjekomrznosni ljudi, la cui complessa morfologia intende riprodurre l’arcaizzante usus verborum del cosiddetto slavo-serbo (slavenosrpski). Lo slavo-serbo fu una lingua artificiale assemblata con elementi slavo ecclesiastici (di redazione russa e serba) e vernacolari štokavi in proporzioni variabili, proposta come proto-standard letterario prima della riforma linguistica promossa da Vuk. Il Georgije (Đorđe) Ružić menzionato nel testo rimane personaggio non meglio identificato.
[7] Oggi quartiere periferico di Belgrado inglobato nella municipalità di Novi Beograd, nel corso del XIX secolo Bežanija fu villaggio a maggioranza etnica serba sottoposto all’autorità della frontiera militare dell’Impero austro-ungarico (la cosiddetta vojna krajina) e, successivamente, incorporato nel Gran vojvodato di Serbia.
[8] Nel testo di Andrić si legge Popečiteljstvo Prosveštenija, denominazione ufficiale del gabinetto amministrativo competente in materia di istruzione nel periodo successivo alla Prima rivolta serba.
[9] Si tratta del Srpski rječnik istolkovan njemačkim i latinskim riječima, edito a Vienna nel 1818 e ristampato in una riedizione notevolmente ampliata nel 1852.
[10] Il riferimento è, con ogni probabilità, a Milutin Savić “Garašanin” (1762–1842), membro del consiglio nazionale e padre del futuro primo ministro conservatore Ilija Milutinović “Garašanin” (1812–1874). L’etnonimo ‘Garašanin’, lett. ‘abitante di Garaši’, si riferisce ad un villaggio oggi facente parte della municipalità di Aranđelovac, circa 80 km a sud di Belgrado.
