Marianna Di Labbio
Pubblicato nella primavera 2025 per Stilo Editrice e corredato da un ampio apparato critico, Dialoghi di Velimir Chlebnikov rappresenta un volume di grande valore nell’ambito degli studi sull’autore russo. Di carattere dichiaratamente specialistico, non a caso l’opera si inserisce all’interno della collana Universitaria dedicata alle scienze filologiche, artistiche e umane, il volume è frutto delle ricerche di Luca Cortesi, traduttore, curatore e autore del saggio introduttivo e del commento ai testi. Dialoghi presenta al pubblico italiano sei testi rimasti inediti ma preziosi per approfondire il pensiero di un autore tanto interessante come Chlebnikov.
Link libro: https://www.stiloeditrice.it/scheda-libro/velimir-chlebnikov/dialoghi-978-88-6479-294-1-257.html

La ricezione del futurista russo in Italia è rimasta finora perlopiù relegata alla poesia e alla prosa artistica, tralasciando un corpus delle opere in prosa. Come sottolinea la studiosa Gabriella Imposti nella premessa che apre il volume, la ricezione di Chlebnikov nel nostro paese, diversamente da quanto accaduto in altri ambiti europei, si è cristallizzata nell’immagine di “poeta per i poeti, elitario, enigmatico, difficile e indecifrabile” (p. 11). Un’immagine fortemente influenzata dalla prima edizione delle sue Poesie pubblicate per Einaudi nel 1968 nella traduzione di Angelo Maria Ripellino – ormai diventata un vero e proprio classico – e recentemente ripubblicata con la nuova curatela di Alessandro Niero e Riccardo Mini nel 2024.
Questa premessa, oltre a fornire un quadro sintetico ma utile della ricezione dell’autore russo in Italia, predispone chi legge ad accogliere con occhio critico un Chlebnikov inedito alle prese con insolite teorie linguistiche, geografiche, numerologiche o sul tempo attraverso un genere specifico: il dialogo filosofico. In effetti, proprio sulla scelta di questo specifico genere si sofferma lungamente Cortesi nel suo saggio introduttivo. Con l’intento di rintracciare le fonti chlebnikoviane a partire dai modelli greci (i dialoghi socratici di Platone e quelli satirici di Luciano di Samosata), passando per la tradizione cristiano-bizantina e poi russofona (Hrygorii Skovoroda, che Chlebinkov stesso definiva il “Socrate russo”, Puškin, Lermontov, Odoevskij o Lunačarskij), Cortesi evidenzia le peculiarità di quelli che Chlebnikov definisce razgovory (letteralmente “conversazioni”), privilegiando la dizione slava a quella di derivazione occidentale.
Da una prima lettura dei testi, però, emerge chiaramente come il dialogo filosofico venga utilizzato come mero espediente stilistico per illustrare le teorie dell’autore. In effetti, leggendo i testi ci si rende subito conto dell’assenza di una dimensione dialogica vera e propria, anzi per alcuni dei dialoghi la critica ha messo in discussione la stessa appartenenza al genere (Scomposizione della parola e La ruota delle nascite), visto il loro carattere fortemente monologico. In altri testi, invece, è presente uno scambio di battute tra due interlocutori, ma questo non risulta funzionale all’elaborazione di una teoria: un’assenza totale di quell’ars maieutica che segna una distanza importante dai modelli platonici. Oltretutto, le dinamiche che si instaurano tra i personaggi che, a volte rimangono anonimi, altre volte vengono identificati tramite nomi propri o con l’indicazione del loro ruolo, spesso esprimono un rapporto gerarchico tra una figura che domina il discorso e una che quasi lo subisce. Questo tipo di impostazione rovescia la tradizionale gerarchia tra maestro e allievo: è il caso del dialogo Il maestro e il discepolo, in cui l’unico personaggio a farsi portavoce di istanze teoriche è l’allievo, mentre il mentore si limita a spronarlo a esporre le sue tesi.

Venendo alle teorie elaborate nei dialoghi, è quasi impossibile delineare una netta demarcazione tra i temi trattati in uno e quelli oggetto di un altro, poiché tutti e sei i razgovory si presentano in forte continuità l’uno con l’altro, complice il loro inizio in medias res che rende possibile, se si esclude l’alternarsi di interlocutori diversi, una lettura continuativa e senza interruzioni. Questa peculiarità permette di delineare l’evoluzione di alcune teorie che vanno sviluppandosi nel tempo: i dialoghi, infatti, riportati da Cortesi in ordine cronologico, furono composti nell’arco di circa un decennio, tra il 1909 e il 1919.
Tra le teorie più interessanti esposte da Chlebnikov nei suoi dialoghi spiccano per originalità quelle linguistiche che vanno a collocarsi all’interno di un’esplorazione logopoietica più ampia, tipica di tutta la produzione dell’autore futurista. Ne sono un esempio le disquisizioni sulla declinazione interna delle parole, sul significato del nome dei numeri e sulla semantica dei foni che, oltre a celare una chiara tendenza alla paretimologia, rivelano anche un approccio sui generis alla lingua. Curioso è l’esempio del significato della lettera L (Л), associato alla “tendenza di un corpo a diventare bidimensionale” (p. 91), cosicché anche la parola “amare”, in russo ljubit’, assume un significato tutto nuovo alla luce di questa nuova consapevolezza semantica:
“Non è forse da qui che deriva la parola ljubit’ [amare]? La coscienza di un individuo cade lungo un’unica dimensione: il mondo è unidimensionale. Ma poi sopraggiunge una seconda coscienza, e si crea un mondo bidimensionale, di due persone, perpendicolare al primo, proprio come la superficie di una pozzanghera è perpendicolare alla pioggia che cade.” (p. 91)
Questa visione della parola ben si inserisce all’interno di quell’accesissimo dibattito culturale sull’idea e sulla concezione della parola che interessò il Secolo d’Argento in Russia. Tra le numerose teorie che presero vita in quel periodo, nei dialoghi chebnikoviani ricorrono alcuni riferimenti alla parola autoattorta, concetto caro al futurismo russo tanto da essere citato anche nel celebre manifesto Poščečina obščestvennomu vkusu (Schiaffo al gusto del pubblico, 1912). Più che darne una definizione teorica, però, Chlebnikov ne fornisce una definizione strutturale in Oleg e Kazimir: facendo riferimento alla sua organizzazione su cinque raggi, l’autore afferma che “il suono si dispone tra i punti dell’ossatura del pensiero su cinque assi, proprio come una mano o alcune stelle marine” (p. 86).
Accanto alla sfida teorica della comprensione stessa delle teorie chlebnikoviane, qui brevemente esposte, si colloca anche quella linguistica affrontata dal traduttore prima e da chi legge poi. In effetti, al fine di mantenere la coerenza logica del testo, Cortesi ha dovuto spesso ricorrere alla traslitterazione di parole russe con traduzione tra parentesi, rendendo così la lettura meno agevole, ma decisamente più accurata.
Di particolare interesse sono anche i numerosi riferimenti geometrico-spaziali e numerico-matematici presenti nelle teorie linguistiche e che permeano le altre teorie presentate nei dialoghi, di stampo geografico, temporale e numerologico. Tra queste vale la pena ricordare la legge della disposizione delle città nello spazio, la regola della caduta degli Stati e la teoria degli uomini affini. Con una serie di operazioni matematiche e corrispondenze spaziali e geometriche Chlebnikov arriva a dimostrare, ad esempio, che una città che sorge al centro di una circonferenza su cui si collocano altre città dista da quest’ultime un valore che coincide al raggio della terra diviso 2π (cfr. p. 64). Anche la caduta degli Stati nella storia ricorrerebbe a distanza di 365 anni ±48n (cfr. p. 151), motivo per cui Chlebnikov non rinuncia a profetizzare la caduta di qualche nazione nel 1917 (sic!) o nel 2052. D’altronde, come egli stesso scrive: “Questo studio non esclude la possibilità di prevedere il futuro. Il destino si manifesta chiaramente dietro a ognuno di questi numeri, così come accade quando un corpo è avvolto in un telo bagnato” (p. 71).
Analogamente esisterebbe una ricorsività nella comparsa sulla Terra di uomini affini, i cosiddetti podobniki, che vivrebbero a intervalli di un anno platonico o “anno degli dèi”, cioè 365 anni solari, l’uno all’altro (cfr. p. 109). L’analisi delle corrispondenze tra epoche, culture e geografie diverse permette a Chlebnikov di accostare Kyiv a Bisanzio e San Pietroburgo, le origini dell’Egitto alla fondazione di Roma, Buddha a Gesù e a Marx. Simili corrispondenze rivelano una visione pancronistica del mondo, in cui le distinzioni tra nazioni, popoli e geografie si annulla in favore di un superiore ideale filantropico.
Infine, merita una menzione anche il breve ma prezioso apparato grafico presente nelle ultime pagine dell’edizione italiana di Dialoghi: grazie alla visualizzazione di carte geografiche o schemi matematici il pubblico riesce a districarsi nella fitta giungla di numeri ed equazioni messa in piedi da Chlebnikov, facilitandone la comprensione.
Nel complesso, Dialoghi rappresenta una lettura interessante, seppur impegnativa, mediata dal ricco apparato paratestuale attraverso cui Cortesi guida chi legge alla scoperta delle terre ancora inesplorate del “continente Chlebnikov”, per usare le parole di Ripellino.
Apparato iconografico:
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Immagine 1: https://stiloeditrice.mediabiblos.it/copertine/stilo-editrice/dialoghi-257.jpg
