“Le 12 sedie”: satira, picaresco e ‘on the road’ in un grande classico della letteratura russa novecentesca

Riccardo Mini

 

1927, nella fittizia cittadina di provincia di N, capoluogo di distretto che abbonda in barbieri e pompe funebri, tanti da far pensare che gli abitanti della città non nascessero che per radersi, tagliarsi i capelli, frizionarsi la testa con il balsamo e subito dopo morire” (p. 13), è proprio una morte, la morte di Madame Petuchova, ex aristocratica, ora casalinga, vedova e orfana di figlia, che convive con il genero, a dare il la a uno dei più importanti romanzi umoristici e satirici della tradizione letteraria russa.

È sul letto di morte, infatti, che Klavdija Ivanovna Petuchova rivela al pope Fedor Ioannovič e al genero Ippolit Matveevič Vorob’janinov, in due momenti diversi, in confessione e in confidenza, di aver cucito dei brillanti, parte del suo patrimonio prerivoluzionario, nell’imbottitura di una delle dodici sedie che componevano il salotto di Vorob’janinov, in precedenza agiato possidente e maresciallo della nobiltà, ora impiegato all’anagrafe.

«Ho cucito i miei brillanti nell’imbottitura di una sedia.» Ippolit Matveevič guardò la vecchia di traverso. «Quali brillanti?» chiese meccanicamente, ma subito si corresse. «Non li avevano confiscati durante la perquisizione?» «Ho cucito i brillanti in una sedia» ripeté ostinata la vecchia. Ippolit Matveevič balzò in piedi e, scrutando il volto impietrito di Klavdija Ivanovna alla luce della lampada a petrolio con il paralume di latta, comprese che non stava delirando. «I brillanti?!» gridò, impaurito dalla potenza della sua stessa voce. «In una sedia! Come le è saltato in mente? Perché non li ha dati a me?» «E perché avrei dovuto darle i miei brillanti, quando ha gettato al vento tutto il patrimonio di mia figlia?» sentenziò calma e velenosa la vecchia.” (p. 28).

A trentatré anni dall’ultima volta, la casa editrice Voland e la curatrice Emanuela Bonacorsi riportano in libreria, con le illustrazioni del vignettista Carlo Cagni, Le 12 sedie (1927), il romanzo d’esordio a quattro mani di Il’ja Il’f (pseudonimo di Iechiel-Lejb Fajnzil’berg, 1897-1937) e Evgenij Petrov (pseudonimo di Evgenij Kataev, 1902-1942), entrambi originari della città di Odessa, autori sulle riviste satiriche più importanti del periodo sovietico postrivoluzionario e che, sempre in collaborazione, pubblicarono un secondo romanzo, Il vitello d’oro (1931), seguito delle 12 sedie, e numerose novelle e racconti.

Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862434737


Si tratta di una nuova traduzione, e della prima volta che il testo viene pubblicato in versione integrale in lingua italiana. L’operazione, ripresa dall’edizione russa del 2017, è interessante e riuscita. I tagli e gli interventi della censura sovietica, sempre più invasiva – l’originale è stato ricostruito per “paradigma di approssimazione”, confrontando varie lezioni ed edizioni – sono segnalati tramite grassetto e simboli grafici.

Vale ora la pena, per comprendere questo punto, di fare alcuni cenni alla storia editoriale del romanzo, della cui trama si parlerà a breve. Scritto nel 1927, Le 12 sedie viene pubblicato nel 1928, prima in rivista e quindi in volume. Accolto in maniera diffidente dalla critica, ottiene tuttavia un eccezionale successo di pubblico, sia dentro che fuori l’Unione Sovietica. Il romanzo viene ridato alle stampe nel 1936 e quindi nel 1938-1939, tradotto, già negli anni Trenta, in ucraino, ceco e tedesco, e portato al cinema svariate volte a partire dal 1931. Le precedenti traduzioni italiane datano 1969 e 1993. Accanto al successo smisurato, il romanzo, critica sociale che non risparmia niente e nessuno, va incontro al tempo stesso a una spietata censura. La condanna più dura, vera e propria repressione post mortem dei due autori, arriva nel 1949, quando il romanzo è definito volgare, calunnioso, diffamatorio e antisovietico; da allora, e fino alla metà degli anni Cinquanta, ne viene dunque proibita la pubblicazione. Per questi motivi, la ricostruzione dell’originale, il tentativo di individuazione di una volontà autoriale e la riproposizione dell’opera nella sua interezza, organizzata in modo che il lettore appaia come testimone dei suddetti tagli – spiegati inoltre dalla curatrice nella postfazione – costituiscono una scelta importante e di grande interesse filologico.


Ma si torni ora al romanzo, e quindi alla rivelazione dell’esistenza del tesoro di Madame Petuchova, e del suo tentativo di salvarlo dalle requisizioni che hanno seguito la rivoluzione. Questa innesca una vera e propria corsa ai brillanti, che porta i due protagonisti, Vorob’janinov e Padre Fëdor, eroi e antieroi al tempo stesso, dopo essersi travestiti – o meglio, spogliati per rendersi irriconoscibili, uno si tinge baffi e capelli, e sarà poi costretto a radersi per la qualità scadente della tinta, l’altro si taglia la lunga barba da pope –, a girare in lungo e in largo per l’Unione Sovietica, in una caccia al tesoro che li porta dalla città di N a Stargorod (una Odessa anch’essa travestita) a Mosca, dall’Ucraina al Volga e quindi al Caucaso. Quello dei due protagonisti è un percorso di de-formazione; abbandonate da una parte la stretta condizione di impiegato all’anagrafe, ripiego post-rivoluzionario del maresciallo della nobiltà Vorob’janinov, dall’altra il voto di povertà del curato Fëdor, i due, che si scoprono nel mentre rivali, si spogliano delle loro posate apparenze e, accecati dall’avidità, si abbandonano agli istinti e ai colpi bassi fino ad andare incontro a una vera e propria follia, una febbre da diamanti. Ad assistere Vorob’janinov nella sua ricerca c’è un altro strabiliante personaggio, Ostap Bender, il “mago dell’intrigo” (Velikij kombinator), giovane e furbo sfaccendato che vive alla giornata e di espedienti, che agisce da ingombrante aiutante e che costituisce il motore dell’azione narrativa. Sono infatti le sue trovate e la sua amorale e inesauribile energia che, fiutato l’affare, lo portano a non demordere mai e a ricorrere a qualsivoglia soluzione per accaparrarsi le sedie, sparse per l’Unione Sovietica. Il mago dell’intrigo gioca di ruolo, perfettamente immerso nella nuova realtà, ancora per molti incomprensibile, e si finge ora funzionario – il cui dipartimento di riferimento varia a seconda della situazione –, ora pittore o cospiratore monarchico, arrivando persino a sedurre, sposare e abbandonare una vedova per impossessarsi di una delle dodici sedie. Quello di Ostap Bender è un personaggio riuscitissimo, che contribuì all’enorme successo del romanzo. Monumenti di Bender si trovano tuttora in diverse città russe, e alcune sue frasi – “Il ghiaccio è rotto, signori della giuria!” (Lëd tronulsja, gospoda prisjažnye zasedateli), “Donna focosa, sogno del poeta” (Znojnaja ženščina, mečta poėta) e “le chiavi di casa dove tengo la grana” (Ključ ot kvartiry, gde den’gi ležat, celebre, ad esempio, nel passo: E non vuole magari che lavori gratis, che le dia le chiavi di casa dove tengo la grana e la avverta pure se ci sono poliziotti nei paraggi?”, p. 78) – sono entrate a far parte dei modi di dire del russo popolare.


Le sedie, come detto, confiscate al nobile Vorob’janinov all’indomani della rivoluzione, si trovano per concomitanze differenti sparse per l’Unione Sovietica. Questo si spiega considerando il contesto e il momento in cui il libro è ambientato: è il 1927, a dieci anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, e la NEP (Nuova Politica Economica) sta lasciando il passo alla pianificazione staliniana. Si tratta, citando la postfazione della curatrice, di una delicata e complessa fase di trasformazione sociale e politica” (p. 480), una fase in cui molti si trovano spiazzati dal nuovo sistema, in bilico tra due epoche, e alcuni sfruttano l’incertezza per guadagnarci: L’intrigo è emblematico del trapasso fra la concezione privatistica e quella collettiva della proprietà” (p. 480). Nel corso dei loro spostamenti – in treno, spesso senza biglietto, in bus, in macchina, talvolta a piedi –, nel loro inseguimento delle sedie, che sembrano fuggire, quasi animate da volontà propria, i protagonisti entrano in contatto con ambienti differenti. Questo contribuisce a dar vita a un enorme quadro di costume, a una fotografia in presa diretta della realtà sovietica della seconda metà degli anni Venti, dalla città alla campagna, dalla capitale alla provincia, dalla situazione degli intellettuali a quella dei semplici cittadini, dei contadini e delle autorità. Il tutto è descritto con grande umorismo, che si traduce spesso in satira e dissacrazione, rivolte soprattutto alle contraddizioni e ai problemi (che dall’alto si cerca maldestramente di nascondere) del nuovo sistema. L’effetto comico, sia in russo che in italiano, complice l’ottima traduzione di Bonacorsi, è ancora vivo e vivace, la lettura, nonostante la mole del libro (si tratta di 496 pagine), non è mai pesante, e anzi è divertente, si ha l’impressione di immergersi in un mondo dal quale non si vorrebbe uscire.

In ultima, un cenno sul genere. Al centro del romanzo vi è, come detto, una ininterrotta corsa ai diamanti, una caccia al tesoro in cui emerge la grande maestria dei due autori nel calibrare il ritmo del narrato, alternando colpi di scena a fasi di distensione, tenendo alta la suspense senza perdere la leggerezza di fondo che caratterizza la lettura. I modelli utilizzati vanno dal picaresco al poliziesco (È una brutta faccenda, un caso alla Sherlock Holmes, esclama a un certo punto Ostap Bender, p. 106), dal romanzo di costume alla satira e all’avventura; il risultato è uno splendido romanzo umoristico, un classico che a quasi cent’anni dalla prima pubblicazione si esprime ancora con tutta la sua forza.

 

Apparato iconografico:

Immagine 2 e di copertina: https://operus.uniud.it/autori/ilja-ilf-e-evgenij-petrov

Immagine 3: https://russofacile.com/2017/04/18/%D0%B8%D0%BB%D1%8C%D1%84-%D0%B8-%D0%BF%D0%B5%D1%82%D1%80%D0%BE%D0%B2-e-le-12-sedie/