“I cani” di Dora Šustić. Quando la sceneggiatura è terapeutica

Giulio Scremin

 

Seguo i galgos. Vivo in Andalusia, nei villaggi bianchi. È inverno. Cammino per le strade contrassegnate con mosaici di piastrelline moresche. Immagino i posti in cui si sono baciati. Seguo le loro ombre mentre i colori dell’orizzonte sfumano sulla spiaggia, delineando una silhouette femminile ben nota. Immagino le persone che erano prima di tutto ciò che sarebbe successo. Immagino com’era lui quando era felice, che aspetto aveva mentre guardava l’Atlantico, come facevano l’amore sulla spiaggia di sabbia profumando di arance e sale. Di chi fosse stata l’idea di lasciare Praga, l’ho dimenticato. Non mi ricordo tutto ciò che mi ha raccontato di lei, ma più scendo a sud, più i ricordi zampillano e le sue frasi diventano compagne di viaggio.

(p. 9)

 

Il galgo, o levriero spagnolo, è una delle poche razze di cani a non essere stata creata o selezionata dall’uomo, una razza naturale, una delle prime ad aver “scelto” di collaborare con l’uomo. Per via della sua resistenza, della sua velocità e della sua struttura corporea longilinea e muscolosa, viene allevato per le corse di cani e per la caccia alla lepre. È un cane morbosamente attaccato al padrone, così sostengono allevatori ed esperti canini. Un attaccamento, un amore incondizionato e una fedeltà totalizzante che l’uomo ha imparato a sfruttare a suo vantaggio, come spesso accade nei rapporti squilibrati di potere, anche tra componenti della stessa specie. In Andalusia, centinaia di questi cani vengono uccisi nei modi più atroci, impiccati, impalati, gettati vivi in pozzi o decapitati quando cessano di essere utili a quegli sfruttatori a cui avevano dedicato le loro esistenze. I più fortunati sono abbandonati a un destino di randagismo e fame. Un album di fotografie che ritrae questi animali consumati dall’inedia è tutto ciò che rimane di un amore totalizzante e tormentato. Le immagini diventano reliquie di un vincolo ormai spezzato. Per citare Maria Pawlikowska-Jasnorzewska, poeta modernista polacca, quando si è avuta una fortuna di quelle che non capitano spesso, quella di trovare un corpo che vale tutta la Terra, e tutto ciò che ne rimane sono fotografie, è davvero molto poco: un dolore incolmabile, un vuoto impossibile da riempire.

I cani (“Psi”, 2022) è il romanzo di esordio di Dora Šustić e la prima delle sue opere a essere disponibile in lingua italiana, grazie al lavoro di scouting e di traduzione di Sara Latorre per Bottega Errante Edizioni. Nativa di Rijeka (Fiume), classe 1991, Šustić è prima di tutto scrittrice di cinema: dopo la laurea in Scienze Politiche all’università di Lubiana decide di spostarsi a Praga, dove consegue un master in Sceneggiatura all’Accademia delle Arti dello Spettacolo (FAMU). Insegna Fondamenti del linguaggio cinematografico al Prague Film Institute e collabora come sceneggiatrice e regista a numerosi progetti cinematografici e televisivi, in Croazia e all’estero. Ha vissuto inoltre a Istanbul, Berlino e Zagabria. I cani ha riscosso un notevole successo ed è stato apprezzato dalla critica croata, tanto da valerle importanti riconoscimenti come il premio Drago Gervais per il miglior manoscritto inedito e il premio Janko Polić Kamov, assegnato dalla Società Croata degli Scrittori (Hrvatsko društvo pisaca) alla migliore opera letteraria in lingua croata pubblicata nell’anno, nel 2023.

Link al libro: https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/i-cani/


Il romanzo può essere definito come un esempio riuscito e ben scritto di autofiction, un genere molto popolare tra le nuove voci letterarie dell’area ex jugoslava, soprattutto tra le scrittrici e gli scrittori della generazione millennial. Con l’autrice la protagonista e narratrice condivide il nome, la città di nascita, la scelta di spostarsi a Praga per studiare Sceneggiatura alla FAMU e la maestria nell’utilizzo del linguaggio e degli stilemi della scrittura cinematografica per narrare la sua storia personale. Già dalle primissime righe del romanzo una brillante voce in prima persona accompagna chi legge nel suo mondo, calandolo immediatamente nel tempo, nel luogo e nell’azione del film sulla sua vita. Il personaggio narrante ha lasciato Praga, si trova ora in Andalusia e sta seguendo un branco di galgos randagi fino alla spiaggia, dove si accendono in lei le immagini del passato del suo amore perduto, come fotografie che riaccendono i ricordi. A partire dalla seconda pagina, come nella migliore tradizione dei film biografici, il tempo della narrazione oscilla continuamente tra il presente andaluso e i flashback del passato praghese della Dora narratrice: chi legge impara a poco a poco a conoscerla, a entrare in empatia con lei, a soffrire insieme a lei.


Il turning point dell’arco narrativo della Dora del romanzo è l’incontro in un bar di Praga – ritrovo di studenti e artisti internazionali – con Leon, un fotografo turco di vent’anni più grande di lei, poco stabile sia emozionalmente sia finanziariamente, già vedovo. Quella che doveva essere una delle tante avventure che Dora decide di concedersi, determinata a prendersi dalla vita tutto ciò che essa ha da offrirle, si trasforma in una storia d’amore travolgente e totalizzante su tutti i piani. La Dora protagonista della storia non manca di mostrare per immagini ogni aspetto di questa relazione, che la Dora autrice riversa tra le righe del romanzo. L’impatto di Leon e della sua tristezza contagiosa sulla psiche e sul corpo di Dora è devastante, al punto che la narratrice protagonista entrerà in una spirale simile a una crisi di astinenza da sostanze.  La voce letteraria diventa confessione, la scrittura diventa terapia, argine fragile ma necessario contro la dipendenza emotiva. Il film della vita della Dora del romanzo si intreccia così con la sceneggiatura del film che sarà la sua tesi di laurea e, in uno squisito esercizio metaletterario e metacinematografico, con il romanzo finale della Dora Šustić autrice.

 La presa di consapevolezza della Dora letteraria e la decisione di sublimare quell’amore nella scrittura si apprezza molto bene in una delle battute finali del romanzo, durante il suo viaggio di ritorno a Praga dopo un ultimo tentativo di vedere Leon. La regia propone un campo lungo delle campagne slovacche solcate dall’autobus sul quale Dora rientra fortunosamente a Praga da Budapest, essendo naufragata nell’ufficio immigrazione dell’aeroporto di Istanbul la possibilità di incontrare Leon un’ultima volta. La camera si stringe su Dora che guarda assorta la campagna, mentre la voce narrante fuoricampo esprime i suoi pensieri:

Non pensavo alle sue ragioni per volere che io andassi da lui, perché si sentisse a disagio nel riconoscere che gli era difficile stare da solo. Non pensavo a come avesse interpretato il mio messaggio in cui avevo scritto che credevo fosse tutto un segno che non fossimo destinati, perché lui sarebbe stato per sempre da un’altra parte, dalla parte dell’estraneo, dello straniero in Europa, dell’artista senza un’occupazione stabile; dalla parte del vedovo, dell’uomo grande e infelice che non c’era modo di aiutare. Tutto ciò che il mio privilegio da erasmus annullava, lui lo era.
Non pensavo a lui. Pensavo soltanto a come trasferire quell’esperienza in un testo.
” (p. 178)

Nel tempo presente della sceneggiatura-romanzo, la Dora letteraria si trova in Andalusia in residenza artistica, per completare la sua sceneggiatura-tesi. L’Andalusia è la terra di origine della defunta moglie di Leon, Ayna, là vivono i suoi genitori e lì è sepolta. Dora ha con sé l’ultima reliquia di Leon, un album fotografico con dedica che ha per tema i galgos sofferenti e sfruttati. Questi cani, che danno il titolo al romanzo, sono metaforicamente connessi con la protagonista, danno materia al dolore che la perseguita.

La cultura cinematografica e la scrittura per il cinema sono elementi pervasivi del romanzo, non solo da un punto di vista formale. Non mancano riferimenti a film, sceneggiatori e registi che hanno fatto la storia del cinema: la stessa Věra Chytilová, cineasta pioniera del cinema cecoslovacco della Nová vlna, non solo viene citata ma diventa vero e proprio personaggio nella trama: nel quarto capitolo della prima parte, quello in cui viene mostrato l’impatto dell’arrivo a Praga su Dora, compare infatti come docente della prima lezione introduttiva della Dora del romanzo alla FAMU. L’argomento della lezione, il film Le margheritine (“Sedmikrásky”, 1966), rievoca in Dora il ricordo di un momento spensierato del suo passato precedente al trasferimento a Praga, un’epoca in cui era felice e non lo sapeva.

Attraverso una scrittura evocativa, ricca di riferimenti al cinema e alla cultura visiva, Šustić costruisce un romanzo metaletterario che racconta la trasformazione del dolore in narrazione e l’urgenza di restituire voce e forma a ciò che resta quando l’amore si dissolve e sopravvivono solo immagini, come in un album fotografico dimenticato. Un altro successo dello scouting letterario di Sara Latorre e Bottega Errante in Ex Jugoslavia ed esempio prezioso di come le voci letterarie contemporanee sappiano porsi come ponti tra linguaggi diversi, tra vita e cinema, tra memoria e invenzione.

 

 Sitografia:

Sky TG 24: Dora Šustić, dal diario al romanzo: “Do voce alla generazione Erasmus”, intervista a cura di Ludovica Passeri: https://tg24.sky.it/lifestyle/2025/08/04/dora-sustic-romanzo-i-cani-croazia-intervista . Ultima consultazione: 17/9/2025

Meridiano13: Giorgia Spadoni, I cani” di Dora Šustić, una recensione: https://www.meridiano13.it/i-cani-dora-sustic-bottega-errante-edizioni/  . Ultima consultazione: 17/9/2025

Pulp Magazine: Riccardo Cenci, Dora Šustić / Il demone nella mente: https://www.pulplibri.it/dora-sustic-il-demone-nella-mente/ . Ultima consultazione: 17/9/2025

 

Apparato iconografico:

Immagine 2 e di copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Galgo_espa%C3%B1ol_running.jpg