Le rappresentazioni del Male e della nuda vita nelle opere giovanili di Danilo Kiš

Lara Pasquini Perrott

Ho percepito il male sulla mia pelle, nella mia anima…Sono sopravvissuto come per miracolo al massacro degli ebrei e dei serbi a Novi Sad, nel gennaio 1942, e tutta la mia infanzia e una buona parte della mia giovinezza l’ho trascorsa in diretto contatto con il Male. Mio padre è “sparito” ad Auschwitz, insieme a quasi tutta la sua famiglia allargata. Allora, ho ascoltato le storie di coloro che sono sopravvissuti. Più tardi, le testimonianze di coloro che sono sopravvissuti ad altri campi di concentramento, la testimonianza di Karlo Štajner, scrittore del libro 7000 giorni in Siberia, ad esempio. Sì, io sento il male sulla mia pelle. (1980)

Danilo Kiš, “l’ultimo scrittore jugoslavo, il più grande e il più invisibile”, nacque il 22 febbraio del 1935 a Subotica, nella regione della Vojvodina in Serbia. Con le seguenti parole, egli definiva l’importanza delle sue origini:

Bisognerebbe forse precisare meglio le mie origini, o piuttosto i due volti delle mie origini: la radice ebreo-ungherese di mio padre, mia madre, invece, viene dalla provincia montagnosa del Montenegro. L’incontro di questi due individui di estrazione completamente diversa segna l’inizio della mia esistenza. Il peso di questa duplice origine è sicuramente visibile nelle mie opere.”

Kiš credeva di aver ereditato il talento di raccontare sia dal padre che dalla madre. Parlava di una čudna mešavina, una strana amalgama, che coniugava l’ironia del padre e la passione per i romanzi della madre. Per Kiš, la figura paterna ritorna come un’eco delicata in particolare nei tre romanzi del ciclo familiare o “circo familiare”, definito ironicamente dall’Autore, che comprende le opere: Giardino, cenere (1965); Dolori precoci (1969) e Clessidra (1972). L’importanza del padre, come affermava lui stesso, è strettamente letteraria:

Il suo vincolo con la letteratura è duplice. In primo luogo, mio padre è nato nello stesso luogo in cui ha visto la luce un certo Virág. Quest’uomo è stato reso immortale da Joyce con il nome di Bloom. Ebreo-ungherese come mio padre, Virág è poi emigrato in Irlanda. In secondo luogo, vorrei ricordare il legame che ho sempre avuto con la professione che mio padre ha esercitato per tutta la vita. Ripeto spesso che era uno scrittore, ma di un genere un po’ speciale. La sua funzione di ispettore delle ferrovie consisteva nel prendere nota delle fermate e degli orari dei treni e nel trascriverli scrupolosamente.

In questi tre romanzi, che gravitano sulla figura di Eduard Sam, l’Autore rifiuta di nominare le cose esplicitamente, poiché il “non nominare i dettagli umilianti per la vittima significa conferire dignità all’uomo. Al medesimo tempo, però, emerge nella trilogia familiare una rete di allusioni alle radici ebraiche, di realia che raffigurano un mondo passato, scomparso con la perdita del padre.

Nel 1937, la famiglia Kiš si trasferì a Novi Sad e dopo che vennero scritte le leggi antisemite in Ungheria, il piccolo Danilo venne battezzato in una chiesa ortodossa. Nel mese del gennaio 1942, durante i Novosadski hladni dani, i giorni freddi di Novi Sad, dove vennero uccisi centinaia di ebrei e serbi per mano dei fascisti ungheresi, il padre di Kiš riuscì a salvarsi. Ciononostante, nel 1944, venne deportato ad Auschwitz e non tornò mai più.

In una lettera d’amore inviata da un Kiš diciottenne nel novembre 1953 ad una ragazza inglese Jean, conosciuta durante una vacanza in Dalmazia, si legge:

“Mio padre era un povero ebreo. I nazisti lo hanno cremato in un campo di concentramento, mentre io con mia madre e mia sorella vivevo in Ungheria presso certi parenti paterni. La morte di mio padre è stata solo il primo colpo. Nel 1947 siamo venuti in Jugoslavia, nella patria di mia madre. Qui è morta anche lei, nel maggio 1950. Ho perso mia madre! Mia sorella l’estate scorsa si è sposata e ora sono solo.

Nel 1953 Kiš comincia la sua carriera letteraria come poeta, pubblicando la poesia di commiato per la madre Oproštaj sa majkom nella rivista “Omladinski pokret”. In seguito, traduce poeti ungheresi, russi e francesi. Nel 1954 si iscrive alla facoltà di filologia a Belgrado, dove trascorre una vita bohémienne, frequentando le kafane (osterie) del quartiere belgradese Skadarlija. Nel 1958 si laurea in Storia della letteratura mondiale e teoria letteraria, discutendo una tesi sul simbolismo russo e francese. Nel 1959 si trasferisce a Parigi e dagli anni Sessanta farà il lettore di serbo-croato in diverse città francesi.

La tematica ebraica nell’opera kišiana è un’ombra che segue lo Scrittore anche quando non ne tratta direttamente. Nella poetica di Danilo Kiš vi sono due costanti, da una parte l’analisi della violenza, del male, dell’esclusione e della persecuzione, dalla quale scaturisce una riflessione politica contro tutti i totalitarismi e dall’altra, un’elaborazione del concetto d’identità che si origina confrontandosi con l’Altro, il Diverso.

Ho vissuto gli orrori della guerra, ma non sono uno scrittore ebreo, anche se gli ebrei hanno un loro posto nella mia opera. Mi sento a mio agio fra gli autori dell’Europa centrale, poiché è un crogiolo di lingue e di popoli che formano una cultura, o piuttosto, “un insieme di culture” che si arricchiscono mutualmente e sono maestre nell’arte di non prendersi sul serio.

Una delle maggiori preoccupazioni di Kiš è dovuta alla paura dell’oblio di una memoria culturale, legata a quell’enorme regione geo-culturale – la Pannonia – che lo Scrittore ha sempre considerato casa. La scrittura diventa dunque l’azione per ricordare e ricostruire questo passato, utilizzando anche le amate tecniche post-moderne come le liste e le enumerazioni.

Nelle opere giovanili di Danilo Kiš, non ancora tradotte in italiano, viene dato ampio spazio alla componente ebraica. Psalam 44 (“Salmo 44”), pubblicato nel 1962 insieme al poema satirico Mansarda, è l’unico romanzo in cui Kiš scrive direttamente dell’Olocausto. Si tratta di un’opera di confine, viene infatti individuata come l’ultima opera giovanile.

Psalam 44 si svolge ad Auschwitz. Questo romanzo è sia una storia di una giovane famiglia in un campo di concentramento, ma anche una ricostruzione di ricordi, attraverso numerose analessi, di una donna sull’antisemitismo e la persecuzione degli ebrei e dei Serbi in Vojvodina. I protagonisti sono Marija, un’ebrea polacca e il suo compagno Jakob, un giovane medico ebreo, entrambi imprigionati nel campo di concentramento di Auschwitz. Marija dà luce al loro bambino nel campo e, dopo diversi eventi drammatici, riesce a scappare. Anche Jakob sopravvive, ma viene ricoverato in diversi ospedali psichiatrici. Per molti anni gli amanti sono separati, poi, per volere del destino si ritrovano e si trasferiscono a Varsavia.

Nel capitolo finale, Marija e Jakob decidono di portare loro figlio a visitare il memoriale e museo di Auschwitz, reputandolo abbastanza grande e maturo, per condividere, assieme a lui, il dolore e il ricordo del loro passato storico.

Tuttavia, prima di questo romanzo, la tematica ebraica viene affrontata da Kiš in alcune poesie, come in Biografija (“Biografia”), dove ripercorre dei frammenti di vita del suo amato padre. In questa breve poesia, l’autore ripete due volte la parola obrezan (circonciso), che viene accostata a motivi di esclusione e derisione già durante l’infanzia alla scuola elementare e poi nell’amore adolescenziale. Negli ultimi tre versi, il vento innalza le ceneri del padre dal camino del crematorio, esse volano in alto, raggiungendo l’arcobaleno.

Inoltre, nel 1955 Kiš scrive due racconti Juda (“Giuda”) e Kosa (“Capelli”). Nel racconto breve Juda, esplora il tema della diversità. Durante la Pasqua del 1942, dopo i giorni freddi di Novi Sad, quando il padre di Kiš era uscito di casa per salvarsi, egli tornò a casa senza vestiti e affamato. Era stato maltrattato e buttato in un canale. Da questo episodio Kiš ne trae un’immagine emblematica che rende il padre simbolo della colpa ebraica.

Kosa narra invece di una ragazza ebrea dai lunghi capelli ramati imprigionata in un campo di concentramento. I suoi capelli diventano simbolo dell’unico tesoro che le resta della sua dignità, di quello che le ricorda di essere sé stessa e non un numero, una “nuda vita”. Kiš anticipa in questo racconto il concetto di “nuda vita” che il filosofo Giorgio Agamben ha illustrato nel suo celebre saggio Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita (1995). Agamben analizza la figura dell’homo sacer, che si trova nel diritto romano arcaico e mostra come l’uomo sia arrivato a commettere crimini contro l’umanità, presentando una lucida interpretazione del rapporto costitutivo tra nuda vita e potere sovrano. I due caratteri dell’uomo sacro sono da un lato, l’impunità della sua uccisione, dall’altro il divieto del suo sacrificio, quindi la sua uccisione si presenta indifferente, poiché il suo corpo non è puro. Pertanto, sacra è la nuda vita uccidibile e non sacrificabile, sottostante al potere sovrano. Agamben illustra dunque il nazismo come un programma biopolitico che ha creato una netta divisione fra vita autentica ed inautentica.

La vita, che, con le dichiarazioni dei diritti, era stata investita come tale dal principio di sovranità, diventa ora essa stessa il luogo di una decisione sovrana. Il Führer rappresenta appunto la vita stessa in quanto decide della propria consistenza biopolitica.

Nel breve racconto Kosa, del quale si troveranno in seguito degli estratti tradotti per l’occasione, Danilo Kiš trasmette tutto il dolore della protagonista costretta a diventare nuda vita, privata del suo bene più prezioso, ma che, nonostante questo, non si piegherà, perché sarà lei a decidere di togliersi la vita, prima che il suo amato la possa vedere spogliata dal suo essere sé stessa.

Tutto quello che le era rimasto della sua bellezza di una volta, erano i suoi capelli. I suoi lunghi, rossi capelli come il rame […] E adesso le prenderanno anche questo ultimo tesoro, questo rame e oro vivo, per il quale poteva ancora riconoscersi tra quelle donne, tra quei numeri. Quello era l’unico emblema per il quale poteva ricordarsi il suo nome che dal suo ricordo aveva soppresso un numero. […] Tutti la rimproveravano per via dei lunghi capelli, ma lei era orgogliosa delle sue trecce. E anche Henri le diceva che l’ama proprio con questi capelli, e che senza di loro lei non sarebbe stata lei, non l’avrebbe potuta neanche riconoscere. […] Se solo potesse salvare i capelli per Henri, per un giorno versare tutto questo tesoro nel petto, per infiammarlo con questa rossa fiaccola… Un giorno, quando si sposeranno, quando non ci sarà più la guerra. […] Ha sentito quando le forbici hanno tagliato con difficoltà e dolore, come nella carne viva. Le caddero nel petto due pesanti pugni di capelli rossi, e le sembrò che le avessero tagliato le mani. Allora il parrucchiere con la macchinetta le ha percorso la testa e i capelli le confluivano nel petto come sangue dalla gola, come foglie appassite. […] Prese le trecce appassite e le accarezzò. Ha riconosciuto nuovamente sé stessa, si è ricordata del suo nome. Dopo ha cominciato ad intrecciarle, ricordandosi della vicinanza di Henri, delle sue mani che accarezza, ricordandosi di sé stessa, di lei bella, di lei dai capelli rossi, di lei, della vecchia sé stessa. […] Perché il parrucchiere non le aveva detto prima di tagliarle i capelli che Henri l’aspettava. Le sembrava che oggi avesse dovuto presentarsi davanti a Henri con i capelli. […] E perché allora che nel suo ricordo rimanga così – rasata e brutta. Avrebbe fatto di tutto se solo avesse saputo che Henri la stava aspettando. E per non dissacrare un ricordo, il ricordo di sé stessa. […] Davanti al campo delle donne ebree, un uomo passeggiava impazientemente su è giù, fumando una sigaretta. Quando sono usciti con il camion con i lavoratori, lui è rimasto tranquillo. Ha aspettato che si presentassero le donne. Di sera la guardia comunica: «Il numero 2071 non esiste più nel registro.»

Per Danilo Kiš, la letteratura dovrebbe dunque integrare la storia, dando voce agli sconosciuti travolti dal corso della Storia, riconoscendone la dignità individuale.

La letteratura è dunque una perpetua riflessione sull’esistenza umana. Così affermava, infatti, l’Autore: Noi scrittori abbiamo per missione, fra le altre cose, quella di colmare i silenzi lasciati dalla Storia.

Bibliografia:

Anita Vuco, Danilo Kiš: l’enigma della lettera, Tesi di dottorato.

Danilo Kiš, Gorki Talog Iskustva, Beograd, Arhipelag, 2012.

Danilo Kiš, Homo poeticus, Beograd, Beogradski izdavačko-grafički zavod, 1995.

Danilo Kiš, Pesme; Elektra, Beograd, Prosveta, 2007.

Danilo Kiš, Psalam 44, Beograd, Arhipelag, 2014.

Danilo Kiš, Varia, Podgorica, Narodna knjiga, 2010.

Giorgio Agamben, Homo sacer Il potere sovrano e la nuda vita, Bologna, Piccola Biblioteca Einaudi, 2005.

John K. Cox, “Danilo Kiš and the Hungarian Holocaust: The Early Novel Psalm 44”, AHEA: E-journal of the American Hungarian Educators Association, Volume 5 (2012): http://ahea.net/e-journal/volume-5-2012

Jovan Delić, Kroz prozu Danila Kiša: ka poetici Kišove proze [Knj.] 2, Beograd, Beogradski izdavačko-grafički zavod, 1997.

Mark Thompson, Birth certificate: the story of Danilo Kiš, New York, Cornell University Press, 2013.

Sitografia

Massimo Rizzante, ”Danilo Kiš, lettera a un amore mai nato”, La Repubblica, 16 dicembre 2015, consultato il 04/12/2020 Url: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/12/16/danilo-kis-lettera-a-un-amore-mai-nato45.html

Massimo Rizzante, a cura di Fridrik Rafnsson, ”Colmare il silenzio. Un dialogo con Danilo Kiš”, in Le parole e le cose Letteratura e realtà, 16 Agosto 2015, consultato il 5/12/2020 Url: http://www.leparoleelecose.it/?p=13106

Apparato iconografico:

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