La tempestosa vita di Lazik: uno schlimazel sovietico errante

Federica Florio

Non era facile essere un intellettuale ebreo in Unione Sovietica. Lo sapeva bene Il’ja Grigor’evič Ehrenburg (1891-1967) con la sua “esclusiva identità russo-ebraico-europeo-sovietica”, come afferma Gian Piero Piretto. Nato a Kiev nel 1891 da una famiglia ebraica, Ehrenburg fu protagonista e portavoce della rivolta letteraria degli anni ‘20, lucido e responsabilmente coinvolto nelle vicende del suo paese. Esponente del dissenso politico, a sedici anni venne arrestato a Mosca dalla polizia zarista ed esiliato. Emigrò dunque in Francia e vi rimase dal 1909 al 1917. La Rivoluzione d’Ottobre lo spinse però a tornare nella capitale, dove divenne un corrispondente di guerra e iniziò ad attaccare violentemente le dittature europee durante le trasmissioni di Radio Mosca. Alla fine della Grande Guerra Patriottica, si dedicò, assieme a Vasilij Grossman, alla stesura de Il libro nero (pubblicato solo nel 1996) per denunciare lo sterminio degli ebrei. Riuscì a sfuggire alla caccia degli intellettuali ebrei da parte di Stalin e, alla morte di quest’ultimo, pubblicò Il disgelo (1956), la sua opera più famosa, dando così nome a un’intera fase dell’epoca sovietica. Le sue memorie, infine, vennero pubblicate in un’opera in sei volumi dal titolo Uomini, anni, vita (1960) che gli fece vincere il Premio Lenin per la pace nel 1960.

L’ebraismo giocò un ruolo fondamentale nella sua attività artistica. In particolare, è a due figure ebree che Ehrenburg lasciò il compito di smascherare i mali e le ingiustizie della Russia sovietica e, più in generale, della civiltà moderna: Lazik, il piccolo sarto di Gomel protagonista di La tempestosa vita di Lazik (1928), e Julio Jurenito, ovvero il Diavolo in persona, di Le avventure di Julio Jurenito (1921).

 

La tempestosa vita di Lazik, definito come romanzo picaresco sovietico, fu pubblicato in samizdat a Parigi nel 1928. In Russia uscì solo nel 1990, ventitré anni dopo la morte dell’autore. Come si deduce dal titolo, protagonista dell’opera è Lazik Reutschwanetz, piccolo sarto ebreo di trentatré anni che trascorre una vita libera – anche se non particolarmente felice – a Gomel. Nonostante venga descritta nel libro come una cittadina qualsiasi, Gomel non è affatto un posto come un altro. Nel XIX secolo faceva parte della Zona di Residenza, regione situata lungo il confine occidentale dell’Impero Russo, in cui gli ebrei avevano il permesso di risiedere in permanenza. Negli anni in cui scriveva l’autore, Gomel presentava una popolazione costituita per il cinquanta per cento dalla comunità israelitica.

Nemmeno il cognome del protagonista è casuale. Riprendendo la tradizione letteraria dei cosiddetti “nomi parlanti”, Ehrenburg sottolinea il significato del cognome di Lazik fin dalle primissime pagine: Reutschwanetz. Scusate, ma lo dico per esperienza: è un cognome indicativo. […] Vi spiegherò io: ‘Reut’ vuol dire ‘rosso’” (pp. 10-11).

Lazik tiene moltissimo al suo cognome, tanto che il narratore afferma che “faceva parte del ben ragionato piano della sua vita” (p. 8). Il protagonista cerca fin da subito di rivendicare la sua identità comunista e di smentire, in qualsiasi modo, l’appartenenza alla comunità ebraica. Egli, infatti, si dimostra quasi insofferente nei riguardi degli insegnamenti contenuti nel Talmud. L’unico testo a cui fa affidamento è l’Abc del comunismo, che nomina ogni volta che gli è possibile. È evidente che il protagonista miri a sottolineare la sua totale adesione al bolscevismo, negando inizialmente l’appartenenza alla cultura ebraica, considerata di per sé motivo di giudizio negativo. L’atteggiamento di Lazik non è un caso isolato: nella letteratura sovietica, infatti, gli ebrei vengono accettati quasi esclusivamente se rinunciano alle proprie radici etniche e si associano al sovietismo. Ed è proprio professando il comunismo con attenta dedizione che il protagonista riesce a garantirsi un’esistenza tranquilla.

Da dove ha origine, dunque, l’aggettivo che caratterizza la sua vita? Ehrenburg dà all’incipit stesso il compito di spiegarlo: La tempestosa vita di Lazik cominciò, si può dire, con un imprudente sospiro. Meglio sarebbe stato per lui non sospirare!… (p. 7). È proprio questo gesto che paradossalmente porterà il protagonista alla morte. Egli si fa scappare quest’atto sconsiderato in maniera del tutto accidentale – a causa del caldo e dei mille pensieri che affollano la sua mente – davanti a un manifesto pubblico. Il suo sospiro viene interpretato immediatamente come sovversivo: Lazik, denunciato alle autorità, viene accusato formalmente in base all’articolo 87 del codice penale,che punisce l’offesa alla bandiera e allo stemma (p. 16), e incarcerato.

È nella prigione di Gomel che Lazik inizia la sua trasformazione: cresce in lui una tensione inconscia che lo porta sempre più, nel corso dei mesi, a riabbracciare la cultura ebraica. Una volta uscito di prigione, il protagonista si scopre senza dimora e privo di qualsiasi legame affettivo che lo costringa a rimanere nella sua città natale. Decide, dunque, di abbandonare la monotona e familiare Gomel, iniziando un’esistenza da irregolare. La sua vita si trasforma in un continuo vagabondare da un paese e l’altro. Attraversa l’Est Europa, la Germania e la Francia, fino a raggiungere l’Inghilterra e, successivamente, Gerusalemme. Da questo punto di vista, il destino di Lazik assomiglia a quella dell’autore stesso. Non solo: Lazik impersona la figura classica dell’ebreo errante, emarginato, senza patria: il suo pellegrinare diviene presto allegoria del popolo ebreo.

Il protagonista, sballottato da un paese all’altro, subisce percosse, imprigionamenti e digiuni logoranti che, benché intervallati da brevi successi mondani, non fanno altro che accentuare le peculiarità del suo aspetto. Egli viene, infatti, continuamente deriso per le sue caratteristiche fisiche, che lo rendono più simile a una macchietta stereotipata che a una persona vera. Il suo corpo viene trattato come un’esibizione di qualità razziali ed etniche che lo contraddistinguono ovunque e che vengono accentuate, giorno dopo giorno, dalla fame e dagli stenti dovuti alla sua esistenza errabonda.

La vita di Lazik, benché burrascosa, è destinata a non lasciare traccia del suo passaggio: vittima di una Storia e di una società che lo schiaccia, il piccolo sarto di Gomel è a tutti gli effetti un malen’kij čelovek, un piccolo uomo innocuo e insignificante. Considerarlo esclusivamente come tale, tuttavia, sarebbe davvero riduttivo; un termine più adatto a descrivere la sua natura, così sfortunata e ironica, è schlimazel, che nella cultura ebraica denota una persona sciocca e sfortunata. Si tratta di un archetipo molto comune nell’umorismo yiddish: per quanto possa ingegnarsi nel tentativo di fare le scelte giuste, lo schlimazel non riuscirà mai ad avere successo nella vita, né economicamente né socialmente.

In realtà, vi è un momento nel romanzo in cui si ha la speranza che Lazik riesca finalmente a trovare il suo posto nel mondo, ovvero quando raggiunge Gerusalemme. Eppure, la sua vita non diventa meno tempestosa: le differenze economiche e sociali lo rendono un cittadino di seconda categoria perfino in Terra Santa. Lazik, reso esausto dalla stanchezza e dalla fame, perisce ai piedi della tomba di Rachele. La compassione di Ehrenburg per il protagonista viene espressa proprio tramite la morte, descritta come un sonno eterno e sereno. Con un sorriso fanciullesco in volto, Lazik spira sulla tomba materna della matriarca ebrea, un luogo sacro che segna la sua rinascita e gli garantisce il passaggio diretto nell’aldilà. È proprio questo l’epilogo assurdo e ironico, forse anche un po’ spietato, in cui l’autore mescola l’ironia tipica della cultura yiddish alla tradizione umoristica della letteratura russa.

Grazie all’umorismo pungente e tragicomico di Ehrenburg, al piccolo schlimazel di Gomel viene affidato il compito di mettere a nudo la burocrazia ottusa e invalicabile del regime staliniano, nonché di mostrare il nazionalismo contagioso e la spietatezza razziale contemporanea: due fenomeni che non risparmiano gli ebrei nemmeno in terra d’Israele.

 

Bibliografia:

Henrietta Mondry, Ilya Ehrenburg and His Picaresque Jewish Bodies of the 1920s, in Exemplary Bodies: Constructing the Jew in Russian Culture, 1880s to 2008, 88-123. Brighton, MA, USA: Academic Studies Press, 2009.

Ilja Ehrenburg, La tempestosa vita di Lazik, Firenze, Casa Editrice Giustina, 2009.

Maurice Friedberg, Jewish Contribution to Soviet Literature, in Lionel Kochan (cur.), The Jews in Soviet Russia since 1917, Oxford University Press, 1970.

Apparato iconografico:

https://it.rbth.com/storia/81224-cinque-fatti-su-ilya-ehrenburg

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *